lunedì, Ottobre 25

Bonded labour, la schiavitù moderna field_506ffb1d3dbe2

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schiavitu India-Pakistan

Sembrava una parola finita negli scaffali dei libri di Storia, oppure confinata nel mondo – pur vasto- del crimine organizzato transnazionale dedito al traffico di esseri umani ed allo sfruttamento della prostituzione. Non è così: seppur relegata ad assoluta minoranza tra i grandi numeri della popolazione lavorativa, la schiavitù è un fenomeno che riguarda ancora milioni di persone in tutto il mondo. E nella poco invidiabile classifica dei Paesi coinvolti, il sub-continente indiano occupa alcune delle posizioni più elevate.

Fino a pochi anni or sono le statistiche delle principali organizzazioni internazionali – ivi inclusa Human Rights Watch – si sono limitate a stimare le dimensioni del fenomeno prendendo come criterio la schiavitù propriamente detta: uso di lavori forzati da parte di regimi politici od organizzazioni criminali, prostituzione, esseri umani in stato di totale non retribuzione e dipendenza dai medesimi sfruttatori. A rimanere escluse da tali stime, che limitavano il conto della pratica a 15 milioni di persone su scala globale, è stato invece spesso il cosiddetto bonded labour, la schiavitù lavorativa per debiti. Una pratica molto diffusa, per ragioni di costume e culturali, soprattutto in India, ma anche nel vicino Pakistan.

L’assenza di un moderno sistema bancario a disposizione di contadini e piccoli artigiani nelle aree più povere dei Paesi costringe ancora oggi milioni di persone ad appoggiarsi, in caso di necessità creditizie, a prestiti da singoli privati benestanti, poco o per nulla regolamentati dalla legge. Molto frequentemente i debitori si ritrovano a fronteggiare condizioni di interesse che si avvicinano già di per sé allo strozzinaggio. Ma quando il prestito si rivela poco o per nulla fruttuoso per la propria attività, l’indebitamento si moltiplica così velocemente che le vittime – in Paesi tanto fiaccati dalla povertà assoluta – non hanno materialmente di che ripagarlo nemmeno vendendo ogni proprietà in loro possesso. Ed è in questo momento che il malcapitato si ritrova a lavorare a corvèe totalmente assoggettato al prestatore, senza più alcun reddito per sé o la sopravvivenza del resto del nucleo familiare. Una condizione la cui durata può protrarsi per anni, se il creditore manipola al rialzo i tassi di interesse di rientro del debito.

Alla luce di tale pratica, le Organizzazioni Non Governative che hanno studiato il fenomeno, prima tra tutte il network Walk  Free Foundation, hanno recentemente denunciato con forza la sottostima della schiavitù da parte delle istituzioni internazionali. Incluse le vittime del bonded labour, lo schiavismo moderno ammonta praticamente al doppio di quanto ritenuto fino a pochi anni fa: 29 milioni e mezzo di persone nel 2013. La revisione al rialzo del fenomeno ha catapultato l’India di gran lunga al top della classifica dei Paesi più schiavisti, con ben 13 milioni di persone in tale condizione, la maggior parte dei quali proprio per questioni di debiti. La Cina, nonostante l’esteso sfruttamento del lavoro a basso costo che la caratterizza, si piazza al secondo posto con “soli” 3 milioni di persone.

Al terzo posto su scala globale troviamo proprio il Pakistan, con oltre 2,8 milioni di persone interessate, quasi tutte vittime di bonded labour, con l’eccezione della schiavitù minorile. Pur non in cima al podio, la posizione pakistana risulta addirittura peggiore di quella indiana, in quanto la percentuale di popolazione vittima della pratica ammonterebbe all’1,8%, contro l’1,2 del suo vicino. In cifre relative, il bonded labour fa superare ad India e Pakistan buona parte dei Paesi africani e li piazza alla pari di Haiti. Unica a superarli, e prima su scala mondiale, la Mauritania, ultimo Paese al mondo ad abolire lo schiavismo propriamente detto (1981), ma che non è mai riuscita a debellarlo del tutto.

Anche l’enorme numero di bonded workers indiani è parzialmente ricollegabile alla legalità del fenomeno fino a tempi relativamente recenti, ma non è l’unica circostanza a favorirlo. New Delhi ha espressamente abolito la pratica per via legislativa solo nel 1976, ma il persistere del sistema delle caste ha largamente consentito ai fautori della schiavitù a debito di prosperare. In particolar modo i dalit, la casta dei cosiddetti “intoccabili”, sono spesso sottoposti a tale pratica nel contesto di generale esclusione dei medesimi dal mondo degli affari e delle professioni.

La considerevole diffusione del fenomeno in Pakistan, è invece molto più contraddittoria sul piano culturale, e per certi versi paradossale se si considera il rigido conservatorismo islamico che caratterizza il Paese. Nessun testo sacro al mondo quanto il Corano è tanto preciso nel proibire attività di manipolazione degli interessi su un prestito, catalogati indistintamente come un atto di usura contro i fedeli musulmani. E proprio la finanza islamica si è fatta recentemente una nomea di innovazione grazie al ripudio di pratiche speculative diffuse nei sistemi bancari occidentali.

A fare la differenza in Pakistan sono probabilmente altre circostanze, la prima delle quali è la persistenza di un sistema di proprietà terriera para-feudale. L’assenza di riforme di de- monopolizzazione agraria ha consentito ai proprietari terrieri di attuare una forzata conversione dei terreni verso la lucrosa coltivazione di cotone per l’export. I contadini, per soddisfare sia le richieste produttive dei padroni che quelle di produzione alimentare – per vendita o sussistenza-, si vedono costretti ad indebitarsi pesantemente con gli stessi proprietari per l’acquisto di fertilizzanti o macchinari agricoli. Quasi due terzi del bonded labour del Paese (1,8 milioni di persone) è riconducibile alla servitù agraria che ne deriva, e la condizione non si estingue nemmeno con la morte del debitore: se il coltivatore muore, il debito passa ai figli che lavorano la stessa terra, qualunque sia la loro età.

Il restante terzo del fenomeno nel Paese è riconducibile sia alla situazione sociale che al segregazionismo sessuale. Un ulteriore milione di lavoratori forzati consiste infatti per lo più di minori abbandonati o sottratti con la forza, e spesso da donne ripudiate da mariti e famiglie per avere infranto i millenari codici d’onore o i precetti integralisti religiosi che le relegano nell’inferiorità. Ma una parte consistente delle vittime sono i rifugiati dal vicino Afghanistan, giunti a milioni negli oltre 30 anni di conflitti consumatisi oltre il confine. Da queste braccia a costo zero dipende invece una buona fetta dell’industria grezza dei materiali da costruzione del Paese. Un settore spesso prosperante nell’enorme economia sommersa, specie nei centri urbani di piccole dimensioni, con cave di pietrisco scavate a mano e rudimentali fornaci per mattoni. Ma anche il sottosviluppato settore dell’estrazione mineraria, soprattutto di carbone, vede spesso l’utilizzo di tali pratiche.

Le denunce degli ultimi anni, ed in particolar modo il rapporto-shock della Walk Free Foundation del 2013 sembrano però aver scosso numerose coscienze sia a livello locale che internazionale. Numerose iniziative stanno prendendo piede negli stessi Paesi interessati, miranti a colpire il fenomeno proprio nelle sue origini: l’assenza di un mercato legale del credito per i poveri. Nella provincie pakistane del Sindh e del Belucistan una ONG di nome Akhuwat, organizzazione caritatevole specializzata in piccoli prestiti senza interessi, sta offrendo a sua volta prestiti alle vittime di tassi di interessi usurai. L’iniziativa, chiamata ‘prestito liberazione‘, ha strappato alla miseria centinaia di individui e famiglie indebitate.

Ben più consistente è l’iniziativa lanciata lo scorso anno dal milionario australiano Andrew Forrest, vero e proprio mix tra investimento produttivo e azione umanitaria. Patron del Fortescue Metal Group, quarto estrattore di minerale di ferro al mondo, Forrest è anche un investitore qualificato nelle fonti  e risparmio energetico. Il ragionamento dell’imprenditore è semplice: per disincentivare sfruttamento e schiavismo serve più energia reperibile localmente, che mantenga accettabili i costi del lavoro in modo umano e sostenibile.

Questa idea lo ha spinto a proporre al governatore della provincia del Punjab, Shahbaz Sharif, l’adozione di una invenzione australiana denominata biomass gassification. Una tecnologia che consentirebbe una elevata rendita energetica anche alla lignite di bassissima qualità che si estrae nelle miniere pakistane. In cambio della fornitura di generatori, Forrest ha ottenuto dal governo regionale un impegno formale per l’introduzione di un salario minimo, la liberazione dei lavoratori in schiavitù ed il bando dell’utilizzo di bambini nelle fabbriche, soprattutto di materiale edile.

Sono iniziative importanti, della cui non sufficienza però non si illudono nemmeno i rispettivi fautori. Come lo stesso Forrest ammette, «la chiave della fine di questa vergogna sta nelle istituzioni locali, non contando solo su singole iniziative private». L’incapacità dei governi di Islamabad e Delhi nel reprimere simili pratiche, per giunta già bandite dalle medesime leggi nazionali da decenni, è infatti il sintomo di quanto le istituzioni siano piagate da inefficienza, corruzione e connivenze di vario genere.

In economia, il lavoro libero è giustamente considerata una conditio sine qua non sulla strada dello sviluppo delle moderne economie capitalistiche. Se nazioni che marciano da anni verso l’integrazione con l’economia globale non hanno ancora sconfitto piaghe come la schiavitù, significa che la globalizzazione, sia dei mercati che delle istituzioni, deve ancora imparare a funzionare al meglio delle sue possibilità.

 

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