domenica, Luglio 25

Bonafede – Di Matteo: uno dei due mente, in ogni caso una penosa polemica In cosa consiste la ‘Fase 2’ i detenuti in carcere?

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Non basta il Coronavirus, i mille e un problemi in cui si dibatte da sempre la Giustizia e l’universo carcerario: ecco lo scontro al fulmicotone tra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e Nino Di Matteo, magistrato campione dell’antimafia dura e pura, eletto al Consiglio Superiore della Magistratura nella corrente di un magistrato con arcigna fama d’inflessibilità come Piercamillo Davigo… Come siano andate esattamente le cose tra Bonafede e Di Matteo; se sia vero che il primo abbia promesso al secondo una nomina al vertice del Dipartimento Affari Penali o al Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, e sia poi finita che sia l’uno che l’altro incarico siano astati attribuiti ad altri, importa ben poco saperlo. Quello che massimamente sconcerta è che tutta la vicenda si sia ridotta a un rango più consono a due ‘vajasse’ napoletane: un botta e risposta televisivo nel corso della chiassosa trasmissione di Massimo Giletti su ‘La 7’. Al di là dell’infelicissima pagina (scritta con altri) a proposito del ‘pentito’ farlocco Vincenzo Scarantino, accreditato come uno degli autori della strage in cui è stato ucciso Paolo Borsellino (una vicenda che a ripensarci mette i brividi, per come è stata condotta, e perché in quel modo è stata condotta), Di Matteo è uno dei più strenui sostenitori della vicenda della cosiddetta ‘trattativa Stato-mafia’. Anche su questa storia si potrebbe scrivere per pagine e pagine, non è l’occasione. Ad ogni modo per un certo periodo ha fatto parte della Procura Nazionale Antimafia; da lì, per contrasti con l’attuale responsabile Federico Cafiero De Raho, è stato allontanato; aggregandosi a Davigo è infine approdato al Consiglio Superiore della Magistratura.

Di tutte queste vicende la si pensi come ognuno crede; il fatto è che non è per niente decoroso attaccare dagli schermi televisivi il Ministro della Giustizia, adombrando chissà quale oscuro interesse e manovra dietro la mancata nomina al vertice del DAP.

Se le accuse sono fondate, perché solo ora? E perché non nei luoghi e con le modalità adatte e proprie? Perché nella sostanza Di Matteo (cioè un magistrato che ora siede al Csm) incolpa il ministro della Giustizia di aver ceduto ai boss nella scelta del capo DAP. E’ grossa, da digerire. Lo capisce anche un reduce da Marte che si è inferto un durissimo, micidiale, colpo alla credibilità delle istituzioni; che già poco credibili sono.

 Scandisce Di Matteo: “Nel giugno 2018 Bonafedemi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo DAP o, in alternativa, quello di direttore generale degli Affari Penali. Chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta”. Di Matteo poi rivela che il Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria (GOM) “aveva inviato alla Procura Nazionale Antimafia e anche alla direzione del DAP, quindi credo fosse conosciuto anche dal ministro, un rapporto sulle reazioni agguerrite di “importantissimi capi mafia” contrari alla nomina. Quando ritornai, avendo deciso di accettare il ruolo di capo DAP il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano pensato di nominare Basentini. Per cose di questo tipo, non ci sono solo le dimissioni da qualunque incarico; ci sono anche risvolti penali, che vanno accertati. Non è sufficiente il laconico “Sono esterrefatto. Dobbiamo distinguere quelli che sono i fatti dalle percezioni” di Bonafede.Uno dei due è un bugiardo. Uno dei due non merita di stare dove si trova. Uno dei due deve rispondere di quello che ha detto e/o ha fatto.

Come finirà? Lo si dice con amarezza: dopo tanto berciare probabilmente la cosa finirà come è cominciata: Bonafede resta ministro; Di Matteoresta al CSM. Davvero paradossale che il ministro della Giustizia più ‘manettaro’ e più sensibile alle ragioni della magistratura emergenzialista che la Repubblica ricordi, finisca sotto accusa per, di fatto, lesa maestà di un magistrato. Il segretario del Partito Radicale Maurizio Turco, che ha addirittura denunciato il ministro e il DAP a tutte le procure della Repubblica per come hanno trattato il ‘dossier’ Coronavirus nelle carceri, ora quasi difende Bonafede, augurandosi che per il Guardasigilli sia “l’occasione di rivedere le sue politiche sulla giustizia e sul carcere con l’occhio anti-mafista, e si faccia guidare dalla Costituzione.

Nel frattempo, i problemi incancreniscono, irrisolti; in cosa consiste la cosiddetta ‘Fase 2’, per le carceri? Tutto resterà come adesso, o qualcosa cambierà? E come?

La pandemia ha portato a rigide limitazioni dietro le sbarre: vietati i colloqui con i familiari, volontari costretti a rimanere fuori, no a corsi né laboratori con l’apporto di personale esterno. I detenuti sono troppo vicini, a causa del sovraffollamento, sempre più a rischio contagio (anche se con la mascherina).

I numeri ufficiali del 28 aprile sulla diffusione del Covid-19 negli istituti penitenziari dicono che c’è un’impennata di casi positivi: 150 (il 6 aprile erano solo 37) sulle 53.345 persone ristrette nelle 190 carceri italiane dove la capienza effettiva è di 46.731 posti. Tredici tra i contagiati sono ricoverati in ospedale. Non si sa quanti detenuti siano stati sottoposti a tampone. Tra il personale i contagi sarebbero arrivati a 300, secondo i sindacati della polizia penitenziaria. Il “decreto aprile” firmato domenica dal presidente del Consiglio, prorogando di fatto le disposizioni precedenti, per le carceri stabilisce solo che “i casi sintomatici dei nuovi ingressi sono posti in condizione di isolamento dagli altri detenuti, raccomandando di valutare la possibilità di misure alternative di detenzione domiciliare“.

Si raccomanda, prosegue il provvedimento, di limitare i permessi e la semilibertà odi modificare i relativi regimi in modo da evitare l’uscita e il rientro dalle carceri, valutando la possibilità di misure alternative di detenzione domiciliare. Nulla di nuovorispetto al precedente assetto anti-coronavirus.

Intanto la Corte europea per i diritti dell’Uomo chiede chiarimenti all’Italia sulla situazione nelle carceri in merito all’emergenza Coronavirus. La pronuncia si riferisce, in particolare, all’istituto di pena delle Vallette, a Torino dove è scoppiato un focolaio dell’epidemia.

Da ultimo, merita d’essere registrata la ‘voce’ di Gherardo Colombo, per oltre trent’anni pubblico ministero, titolare di numerose, scottanti inchieste, la P2, il delitto Ambrosoli, ‘Mani Pulitemilanese. Oggi, Colombo è arrivato a una conclusione radicale: “Ritengo il carcere, così com’è, non in coerenza con la Costituzione. L’articolo 27 della Costituzione dice che ‘le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità’. Eppure, basta mettere piede in qualsiasi penitenziario italiano, salvo rare e parziali eccezioni, per rendersi conto che le condizioni in cui vivono i detenuti lo contraddicono scandalosamente“.

Il pensiero di Colombo è condensato in un libro di recente pubblicazione: Il perdono responsabile. Perché il carcere non serve a nulla” (Ponte alle Grazie). Si ricostruisce il concetto di pena nelle società occidentali. Si “esplora” la possibilità di un’altra idea di giustizia, presente già nell’Antico e nel Nuovo Testamento; e individuabile nella Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo e nella Costituzione: “E’ un invito alla trasformazione: il carcere così com’è oggi, in Italia, è da abolire. Non faccio nessuna fatica a dirlo. Conosco l’obiezione e perciò aggiungo: abolire il carcere non significa lasciare chi è pericoloso libero di fare del male agli altri.

Dunque, non è un liberi tutti’. Occorre mettere le persone pericolose nella condizione di non esercitare la propria pericolosità. Come? Con misure che limitino la loro libertà, ma garantendo il loro diritto allo spazio vitale, alla salute, alla dignità, all’affettività. Andando il più possibile verso misure alternative al carcere.

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