martedì, ottobre 23

Bomba San Pietroburgo, Putin: ‘Atto terroristico’. Ma è ancora mistero Turchia, arrestati 38 sospetti legati all'Isis. Libia, Haftar spera in elezioni il prima possibile nel 2018

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‘Atto terroristico’. Così Vladimir Putin ha definito l’esplosione avvenuta nel centro commerciale Gigant Hall di San Pietroburgo. Almeno 13 persone sono state ferite e oltre 50 persone sono state evacuate dall’edificio. Un funzionario del dipartimento locale del ministero delle Emergenze ha raccontato: «C’è stato un botto. L’evacuazione è stata completata in tempi brevi e non c’è stato nessun incendio».

L’ordigno scoppiato all’ingresso del supermercato ‘Perekrestok’ nello shopping center Gigant Hall di San Pietroburgo, dove si trova l’area che ospita gli armadietti usati per depositare borse e valigie, aveva un potenziale esplosivo pari a 200 grammi di tritolo e conteneva materiale letale, come ad esempio chiodi o bulloni. Ancora però non è chiaro chi possa essere l’autore di questo ordigno.

In Liberia si attendono solo in serata i risultati del ballottaggio presidenziale fra l’ex star del calcio George Weah e il vice presidente uscente Joseph Boakai. «Un punto sui risultati del secondo turno è previsto alle 17,45» locali (18,45 italiane), ha indicato su Facebook e Twitter la Commissione elettorale nazionale. Ma l’ex Milan è dato ancora una volta in vantaggio.

Situazione calda in Yemen, dove gli Houthi affermano di aver lanciato un missile balistico contro una caserma della Coalizione araba a guida saudita nella regione yemenita di Marib, a ovest della capitale Sanaa. Secondo fonti militari degli Houthi, il missile ha colpito una caserma delle forze lealiste sostenute dalla Coalizione e ha causato numerose vittime tra i militari appoggiati da Riad. Dal canto loro, i media sauditi non confermano e non smentiscono. Le stesse fonti Houthi, citate da al Mayadin, accusano la Coalizione di violare la sovranità dello Yemen e di compiere massacri ai danni dei civili.

38 sospetti membri dello Stato islamico sono stati arrestati dalla polizia antiterrorismo in Turchia, nella provincia nordoccidentale di Bursa. I sospetti, tra cui diversi siriani, sono stati arrestati in un blitz questa mattina.

In Libia l’esercito nazionale libico che fa capo al generale Khalifa Haftar auspica che le elezioni si tengano il prima possibile ed è pronto a garantire la sicurezza delle urne in tutto il Paese. Lo ha detto il portavoce, Ahmed Al Mosmari, invitando poi il parlamento di Tobruk a varare la legge elettorale.

E’ di 41 morti e 84 feriti il bilancio dell’attacco a Kabul da parte di un kamikaze alla sede del Tabian Media Center, all’interno del quale si trovano gli uffici dell’agenzia di stampa ‘Sadai Afghan‘ (Voce afghana). Il Tabian Media Center è una organizzazione culturale gestita da un religioso sciita. Da parte loro, via Twitter, i talebani hanno escluso il loro coinvolgimento.

Torniamo in Europa, perché in Gran Bretagna si parla sempre di Brexit. In particolare è tornato a parlare Jeremy Corbyn, che ha confermato che i Labour non chiedono un secondo referendum, respingendo così le accuse di confusione mostrata dal suo partito sulla questione. Era stato infatti il suo vice Tom Watson a lasciare aperta la possibilità del sostegno laburista ad una nuova consultazione popolare sull’addio all’Ue. «Abbiamo già avuto un referendum che è arrivato a una decisione, i negoziati sono in corso, anche se molto in ritardo rispetto alla tabella di marcia, e abbiamo stabilito il tipo di relazione che vogliamo avere con l’Europa in futuro», ha affermato Corbyn, che ha anche attaccato la linea scelta dal governo May in fatto di Brexit affermando che non permetterà al Paese di cadere nel precipizio nel 2019, quando la Gran Bretagna uscirà dall’Unione.

Nel frattempo secondo il ‘Times‘, il ministro per la Brexit David Davis sarebbe stato messo da parte nelle trattative sul divorzio britannico dall’Ue in favore di Oliver Robbins, promosso dalla premier Theresa May alla guida di un nuovo team che si occupa di Europa all’interno del consiglio dei ministri. La mossa era stata già interpretata come un accentramento di potere da parte del primo ministro per avere un controllo diretto sulle trattative.

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