mercoledì, Aprile 14

Bolivia, un socialismo "pragmatico" field_506ffb1d3dbe2

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Mentre il Venezuela lotta contro livelli stratosferici di inflazione, l’Argentina se la vede con squilibri macroeconomici che suscitano il terrore di rivivere la crisi del 2001, e perfino il poderoso Brasile cresce col freno a mano tirato, il più povero Paese sudamericano, la Bolivia, sta stupendo tutti con il suo dinamismo economico.

A guardare come si è comportato il PIL boliviano negli ultimi anni, si osserva come le percentuali di crescita annuale della piccola nazione andina siano state notevoli, e la buona resa dell’economia non sia nemmeno un episodio così recente. Tra il 2006 e il 2012 il PIL è aumentato mediamente del 4,8%, anche tenendo conto del rallentamento subito in congiuntura con la crisi del 2008, crisi che ha comunque colpito solo marginalmente l’America Latina. La crescita degli ultimi anni si è poi presto riattestata sulle percentuali precedenti, con un brillante 6,5% registrato nel 2013 e la previsione di un più che discreto 4.7% per il 2014 appena iniziato. Buone performance dovute, a quanto pare, alle politiche economiche del Presidente socialista Evo Morales. Proprio il 2006, anno in cui ha avuto inizio il trend positivo, coincide infatti con l’inizio della Presidenza di Morales, ritenuto l’artefice della crescita economica boliviana.

L’agenda del primo Presidente di origine aymara della Bolivia si è basata, in sostanza, su politiche fiscali espansive attuate tramite l’aumento della spesa pubblica, estese nazionalizzazioni in settori chiave, l’attenzione per la redistribuzione delle risorse al fine di combattere la povertà. Politiche di stampo socialista che hanno soppiantato le prescrizioni liberiste del Washington Consensus, quell’insieme di privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli alla spesa propugnati dagli Stati Uniti, tanto di moda in America Latina negli anni 80 e 90 quanto bistrattate nel periodo successivo, il cui fallimento (o applicazione errata, a seconda delle letture) ha aperto la strada alla riscossa del blocco delle sinistre boliviane latino-americane guidata dal Venezuela di Hugo Chavez, e di cui fa parte anche la Bolivia. La parabola ascendente del Movimento al Socialismo (MAS), il Partito che ha condotto il Presidente Morales a confermarsi per due mandati consecutivi, dandogli la possibilità di ridisegnare anche la Carta Costituzionale boliviana, ricalca infatti  per molti versi quella del PSUV di Chavez.

Entrambi i partiti, facendo leva sul populismo e raccoltisi intorno alla figura di un leader carismatico, hanno cavalcato l’onda del malcontento verso gli Stati Uniti e la loro agenda liberista, che aveva creato masse di poveri stanchi delle disuguaglianze presenti nelle loro società e desiderosi di liberarsi dell’influenza dei vicini yankee, visti come affamati imperialisti. Entrambi hanno consolidato una posizione egemonica all’interno del quadro istituzionale dei rispettivi Paesi, facendo leva sul sostegno popolare garantito dalle spese a favore dei meno abbienti, che oltre a ridurre il numero dei poveri, hanno garantito il loro appoggio incondizionato in sede elettorale. Entrambi, infine hanno duramente criticato e combattuto quelle istituzioni, come l’FMI e la Banca Mondiale, che sostenevano le ricette liberiste, seguendo la via del protezionismo, delle nazionalizzazioni, dello stretto controllo sull’economia.

Guardando all’attuale situazione, appare però evidente una netta differenza tra Venezuela e Bolivia. Non per quanto riguarda la crescita economica in sé, sebbene anche su questo fronte il Governo di Nicolas Maduro, successore di Chavez, abbia qualche grattacapo (l’economia venezuelana dovrebbe recedere nel 2014). La vera sorpresa che differenzia la Bolivia dalla sua sorella socialista sono infatti gli indicatori di stabilità fiscale e monetaria, che mostrano un quadro in cui la crescita dei prezzi, dopo le tremende esperienze di iperinflazione degli anni 80 (un caso studiato nei libri di economia monetaria), è tenuta sotto controllo, le riserve di valuta estera sono abbondanti e il debito pubblico ha visto una progressiva riduzione. Tutto il contrario del caso venezuelano, le cui distorsioni macroeconomiche sono ben note.

Un quadro di equilibrio che rende il Paese andino un piccolo paradosso per gli economisti, ma che nel frattempo gli ha garantito, ironia della sorte, proprio il plauso di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che nei loro ultimi rapporti hanno riconosciuto i meriti della prudente gestione macroeconomica da parte del Governo. Il fatto poi che la Bolivia abbia fatto convivere le politiche di centralizzazione e interventismo economico, senza parlare della chiusura al commercio estero, con la stabilità generale, rende i giudizi favorevoli dell’FMI e della Banca Mondiale ancora più degni di nota.

La grande stabilità della Bolivia contrasta fortemente non solo con gli altri paesi dell’ALBA (Alleanza boliviana dei popoli della nostra America) che hanno adottato un agenda manifestamente socialista, ma più in generale anche con i paesi dove si sono imposti governi di centro-sinistra, come Brasile e Argentina.

Come è possibile dunque che, dopo un percorso affine, il Venezuela sia alla disperata ricerca di valuta estera per finanziare le sue importazioni, e nei supermercati manchino i beni di prima necessità, mentre la Bolivia gode di un’invidiabile serenità e del supporto delle agenzie di rating?

Il motivo fondamentale sembrerebbe risiedere nell’allocazione delle risorse derivate dalla vendita del gas naturale (e in misura minore da quella di metalli come lo zinco), una rendita su cui si basa gran parte dell’economia boliviana. Da quando Morales, nel 2006, ha proceduto alla nazionalizzazione dell’industria, occupando per sei mesi le centrali con l’esercito a scopo dimostrativo, ed è stata rinegoziata la percentuale dei profitti destinati allo Stato dal 50% all’82%,  il tesoro boliviano ha avuto a disposizione i mezzi per attuare le imponenti politiche di sostegno alle fasce meno abbienti che hanno abbassato i livelli di povertà in modo drastico (nelle zone rurali, si è passati dal 62.9% al 40.9%).

È vero che anche in Venezuela non mancano le rendite derivate dal petrolio, di cui il Paese è uno dei maggiori produttori al mondo (senza contare le immense riserve ancora non sfruttate), ma queste massicce entrate sono state usate in modo meno razionale, causando l’esplosione dell’inflazione, l’aumento del debito, portando a un controllo dei tassi di cambio sempre più stretto, in una spirale perversa che ha condotto all’attuale squilibrio generale.

Dunque la Bolivia è stata più accorta nella sua politica monetaria, operando sì una notevole ridistribuzione della ricchezza che ha ridotto le disuguaglianze, ma nel quadro di una sostenibilità di medio periodo. Come ha dichiarato Marianela Prada Tejada, funzionario al Ministero dell’Economia in un’intervista per la rivista Jacobin, ‘Ogni anno abbiamo goduto di un surplus all’interno del budget, accumulato riserve estere, mantenuto l’inflazione sotto controllo in ogni momento, con brevissime deviazioni’.

Ma non finisce qui. Un altro indubbio vantaggio di cui gode la Bolivia è quello di avere una composizione delle esportazioni ben più variegata del Venezuela. I proventi del gas naturale venduti a Brasile e Argentina rappresentano il 52% delle esportazioni, una percentuale che per il petrolio venezuelano sale al 96%. Ora come ora, questa maggiore diversificazione appare marginale, visto che i prezzi al barile si mantengono alti, ma in caso contrario, potrebbe rivelarsi fatale. Un ulteriore segno della volontà precisa di rendere più elastica l’economia boliviana è poi data dal contestato e recente progetto di sviluppare energia nucleare.

Naturalmente, non tutto è perfetto nella pur pragmatica Bolivia. Il Paese rimane assai arretrato, con tassi di povertà ancora alti rispetto ai suoi vicini, e forse il gradualismo nelle politiche si sostegno ai poveri è un riflesso della prudenza di cui si parlava prima. Inoltre, la scarsa apertura al commercio internazionale e agli investimenti rimangono degli handicap notevoli per l’economia, con la spinta al libero scambio vista di cattivo occhio, appannaggio di Governi liberali e filostatunitensi. Rimane infine la dipendenza, pur non paragonabile a quella venezuelana, dai prezzi delle commodities da esportazione. Se Argentina e Brasile vanno piano, la loro crisi si riflette necessariamente sulle esportazioni di gas boliviano.

Certo, il caso boliviano rimane sempre una buona lezione di pragmatismo per chi, in futuro, volesse dare solide basi alla prossima rivoluzione all’insegna del socialismo del XXI secolo.

 

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