domenica, Luglio 25

Bolivia, lavoro infantile non è tabù field_506ffb1d3dbe2

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«Mi sono bruciato nel mio paese con il cherosene, perché nel mio paese non c’è luce. Ho lavorato come lustrascarpe nelle strade, vendo patatine sugli autobus, esco per strada a lavorare. Mio papà non ha un lavoro, mia mamma nemmeno, e se ci riesce guadagna 20 pesitos. È anche per questo che lo faccio, per i miei fratellini». Questa testimonianza, una delle tante raccolta in Bolivia dall’Organizzazione Panamericana per la salute, fotografa un drammatico spaccato di ciò che il lavoro minorile rappresenta per la società boliviana.

Nel mondo occidentale, il solo pensiero di un bambino che lavora farebbe inorridire chiunque. Il suo posto è la scuola, la sua occupazione i compiti a casa. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), avere un mestiere rappresenta la negazione stessa del diritto ad essere bambini. Gli sforzi dell’OIL, come di altre istituzioni governative e non governative, sono da sempre tesi a sradicare questa pratica, che coinvolge più di 200 milioni di bambini in tutto il globo.

Ma in Bolivia, come in altri Paesi latino-americani, il lavoro infantile non rappresenta affatto un tabù per la società. Secondo uno studio prodotto nel 2013 dalla Defensoría del Pueblo boliviana, nello Stato sudamericano esistono 850.000 bambini e adolescenti che, tra i sette e i quindici anni, svolgono un’occupazione, senza suscitare grande sdegno nella società. In una Nazione che, malgrado abbia tassi di crescita notevoli e stia facendo grandi progressi nell’abbattimento della povertà, il lavoro infantile non rappresenta solo una realtà accettata culturalmente, ma un fondamentale mezzo di sostentamento per i bambini e per le loro famiglie.

Questa, almeno, è la posizione che da anni le associazioni a difesa dei diritti sul lavoro (e soprattutto al lavoro) per i minori di 14 anni portano avanti con fermezza. Sorte non solo in Bolivia ma anche in Paraguay, Nicaragua, Perù, hanno infine convinto il Governo di Evo Morales ad abbassare con una modifica legislativa l’età legale per l’occupazione minorile.
Organizzazioni come la UNATSBO, l’Unione dei bambini, bambine e adolescenti lavoratori boliviani, un vero e proprio sindacato inserito in una rete regionale insieme ai suoi corrispettivi presenti in altri Paesi latino-americani, si sono dichiarate estremamente soddisfatte del risultato raggiunto.
Già l’anno scorso le proteste dell’UNATSBO avevano convinto il Governo a mettere nel congelatore il progetto del Codice dell’infanzia e dell’adolescenza, che in ottemperanza a quanto stabilito dalla Convenzione sul lavoro minorale dell’OIL, di cui la Bolivia è uno dei 184 firmatari, proibisce qualunque forma di lavoro al di sotto dei 14 anni.

Dopo che lo scorso dicembre una manifestazione aveva visto il lancio di lacrimogeni da parte della Polizia in tenuta antisommossa, è arrivato il cambio di rotta di Evo Morales, che di fronte alle proteste dei piccoli rappresentanti di categoria, ha deciso di incontrarli per una colazione al Palacio Quemado. Devono aver avuto argomenti convincenti, che hanno poi inagurato un periodo di confronto culminato nella modifica alla legge che regola il lavoro infantile. A seguito dell’incontro di dicembre, Morales dichiarava che «eliminare il lavoro infantile significa eliminare la coscienza sociale». Del resto, lo stesso Presidente, da bambino, si dedicava alla pastorizia.

Il dilemma del lavoro infantile difficilmente poteva risolversi con un divieto. Girando per le strade delle principali città, la presenza di bambini anche di cinque anni dediti a qualche attività è un elemento costante in Bolivia. Svolgono ogni genere di mansione, dalla vendita di caramelle agli incroci, alla lucidatura delle scarpe. Perfino la manutenzione dei cimiteri, dove cambiano i fiori e puliscono le lapidi, sperando che chi fa visita ai propri morti abbia qualche centesimo da dare.

Naturalmente, gran parte di queste attività si svolge al di fuori di ogni regolamentazione, proprio per la mancanza del riconoscimento da parte della legge. La maggior parte dei bambini (77%) lavora per la propria famiglia, aiutando nel negozio o nella bancarella di proprietà. Per questo motivo, già a partire dagli anni 80, i giovani impiegati in questi lavori si sono organizzati in sindacati locali, con lo scopo di evitare lo sfruttamento e l’emarginazione.

Coloro che si oppongono alla legalizzazione del lavoro minorile, OIL in primis, sottolineano però come spesso gli impieghi a cui si dedicano i minori siano ben più usuranti dello sciuscià. L’87% dei bambini che lavora lo fa nelle miniere o nei campi, dove svolge mansioni che ne compromettono la crescita e la salute. Per quanto siano altrettanto fondamentali per l’economia famigliare, ricevono critiche anche dalle ONG non in linea con l’ortodossia dell OIL, come Save the Children.

L’obiettivo, condiviso da Governo e sindacati, di modificare la legislazione in vigore è stato raggiunto equilibrando il diritto al lavoro con l’esigenza di svolgerlo in condizioni libere da sfruttamento e pericolo per la salute. Il risultato è stato l’abbassamento dell’età minima a dieci anni, a patto che i bambini lavorino «por cuenta propia», vale a dire senza essere alle dipendenze di nessuno. Libero professionismo, in pratica, che sarà monitorato dalla Defensoría de la Niñez y Adolescencia attraverso un apposito registro.

L’abbassamento è una vittoria solo parziale per le associazioni di lavoratori, dato che alcune di esse sostengono che l’età minima dovrebbe arrivare addirittura ai cinque anni. A loro parere, i più piccoli continueranno a lavorare come hanno sempre fatto, ma privi di qualunque tutela. «I bambini di cinque anni lavorano già, la nostra proposta è che si legalizzi dai cinque ai dieci anni, perché è una realtà del nostro Paese, e anche se la Costituzione dice che solo a partire dai 14 anni si può lavorare, continueranno ad esserci bambini di cinque che lavorano, perché c’è ancora povertà. Se si applica la legge attuale i più piccoli rimarranno esposti e il loro lavoro sarà considerato un crimine», ha sostenuto un rappresentante dell’UNATSBO.
La Costituzione, in effetti, vieta il lavoro minorile, ma non specifica nulla in quanto al limite per la maggiore età, lasciando un certo margine di manovra alle modifiche delle relative leggi. Un discorso diverso va fatto per la Convenzione sul lavoro minorile, di cui, come già detto, la Bolivia è uno dei firmatari. La OIL, all’indomani dell’annuncio della modifica, ha infatti storto il naso, sottolineando come «continuino a persistere grandi disparità tra la ratifica delle convenzioni sul lavoro infantile e le azioni che i governi intraprendono per affrontare il problema». La Bolivia dunque, di fronte alla sua specifica realtà sociale, è costretta a smarcarsi dai suoi impegni con l’OIL.

È chiaro che le concessioni del Governo continuano a escludere tutti i lavori che minacciano l’incolumità fisica e mentale dei minori, come il lavoro nelle miniere, nelle piantagioni di canna da zucchero, la vendita di alcolici, sigarette o materiale pornografico. Rimane da vedere quanto queste attività riusciranno ad essere efficacemente controllate, specialmente nelle zone rurali. Nelle campagne, il lavoro minorile è strettamente legato alla cultura contadina, con i figli che fin da giovanissimi affiancano i genitori nella semina e nella raccolta.

Le problematiche, insomma, permangono, al di là di una legalizzazione che certamente offrirà maggiore protezione ai piccoli lavoratori. Come diversi esperti sottolineano, il nodo cruciale non è tanto legato alla regolazione ex post dell’attuale mercato del lavoro minorile, quanto all’adozione di politiche economiche che, innalzando il tenore di vita dei genitori, permettano l’instaurazione di un circolo virtuoso che non renda più necessario l’apporto dei bambini e degli adolescenti all’interno dell’economia domestica.

 

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