venerdì, dicembre 14

Bolivia: i ‘diritti politici’ di Evo Morales valgono più del diritto collettivo? La decisione del Tribunal Supremo Electoral di autorizzare l'attuale Presidente a candidarsi per un quarto mandato ha scatenato molte proteste

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La decisione del 4 dicembre del Tribunal Supremo Electoral (TSE) di autorizzare l’attuale Presidente Evo Morales a candidarsi per un quarto mandato alla guida della Bolivia, non ha certo generato sorpresa nel Paese, ma sicuramente tanta indignazione. Nella notte dello scorso martedì 4 dicembre, la Presidente del TSE ha letto la Risoluzione amministrativa n.645, che abilita Morales e l’attuale Vice Presidente Álvaro García Linera a candidarsi alle elezioni primarie previste a gennaio 2019, in cui saranno scelti coloro che potranno apparire alle votazioni generali del prossimo ottobre.

La decisione del Tribunale ha scatenato proteste in tutta la Bolivia: migliaia di persone sono scese in piazza in otto delle nove città capoluogo dei dipartimenti del Paese al grido di “La Bolivia ha detto NO”, chiedendo che venisse rispettato il risultato del Referendum Costituzionale del 2016 in cui il 51,3% dei votanti aveva respinto la proposta di modificare la Costituzione, che avrebbe permesso a Morales di presentarsi per un quarto mandato.

Nonostante il voto popolare referendario, nel 2017, il Tribunale Costituzionale autorizzò Evo Morales a candidarsi a successive elezioni, senza alcun limite. La sentenza stabilì infatti, che la norma costituzionale che limita a due il numero massimo di mandati consecutivi “viola i diritti politici” di Morales, riconosciuti dalla Bolivia nella Convenzione Americana sui Diritti Umani. Il TSE, martedì scorso, non ha fatto altro che confermare la sentenza del Tribunale Costituzionale.

In tutta risposta, i movimenti anti-Morales hanno convocato una giornata di protesta nazionale per giovedì 7 dicembre nelle principali città del Paese. Lo sciopero si è sentito più forte nella città di Santa Cruz, la più popolosa del paese, la più critica verso Morales. A La Paz gruppi di attivisti hanno bloccato le principali arterie della città e alcuni manifestanti si sono simbolicamente crocifissi di fronte alla sede del Tribunale Elettorale in segno di protesta. Oltre ai partiti oppositori, tra i promotori delle manifestazioni vi sono anche alcune sigle sindacali che hanno minacciato lo sciopero generale in caso la candidatura di Morales non venga annullata.

Di fronte al TSE, giovedì 7 ottobre, erano presenti anche molti gruppi di indigeni, venuti a piedi dalle lontane zone andine e amazzoniche. Alcuni gruppi hanno camminato anche per 2.500 km e hanno raccontato come l’esperienza del viaggio sia stata la rappresentazione del ‘cuore pulsante della Bolivia’ determinata a non rinunciare alle sue basi democratiche.

L’attuale presidente governa la Bolivia dal 2006. Una riforma costituzionale approvata nel 2009, che stabilì la possibilità di re-elezione per due mandati consecutivi di cinque anni, gli consentì di essere rieletto nel 2010 e poi nel 2014.

Il tentativo di modificare nuovamente la Costituzione per permettere una quarta elezione venne bloccato dal Referendum Costituzionale del 2016. A quanto pare, il TSE ha decretato che il diritto di un governante ha più valore del diritto collettivo di una nazione.

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