mercoledì, 1 Febbraio
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Bolivia – Ecuador: tra tradizione indigena e progresso biomedico

Quando si parla di progresso, di ricerca biomedica o di scienza in generale, difficilmente il pensiero si sposta sui Paesi dell’America Latina, tantomeno su quelli minori. Se si va ad indagare un pochino più affondo, però, si scoprirà che esistono anche in quest’area geografica alcune realtà locali che hanno saputo adattarsi all’ambiente e sfruttarlo in modo da poter migliorare la situazione sanitaria locale, o ancora meglio poter svolgere ricerche di importanza globale. Nello specifico stiamo parlando della Bolivia e dell’Ecuador. Due esperienze completamente diverse e per alcuni aspetti diametralmente opposte, ma che mirano entrambe a dare un contributo al sistema sanitario locale e mondiale.

La storia della Bolivia può sembrare quasi un ritorno al passato, un passo indietro rispetto al progresso scientifico in nome dell’interculturalità; quello che succede però nel piccolo ospedale di Patacamaya (area della Bolivia che conta il 60% di popolazione indigena) non ha fatto altro che contribuire a diminuire l’incidenza della mortalità per parto, che in Bolivia è tra le più alte al mondo. Uno dei più grossi problemi per la sicurezza delle gestanti della zona, per la maggior parte indigene, era dovuta al fatto che esse non si rivolgevano all’ospedale non solo per la poca fiducia nella medicina ordinaria, ma anche perché si vergognavano ad essere toccate da uomini provenienti dalla città. In più i medici ordinari non avevano conoscenza e spesso non accettavano di far svolgere il parto in ginocchio, come la tradizione indigena richiederebbe.

Fino a qualche anno fa di queste gravidanze se ne occupavano le ‘parteras’, ovvero le ostetriche indigene, insieme ai medici tradizionali indigeni (che sono soliti usare erbe curative e rimedi naturali per i propri pazienti). Nonostante il grande impegno di questi per evitare la morte durante il parto, però, erano ancora moltissime le donne indigene a perdere la vita subito dopo il parto. Le parteras col tempo si sono rese conto che a volte insorgono complicazioni insormontabili dalla sola medicina tradizionale indigena. Per questo motivo, su iniziativa delle ostetriche indigene stesse, a Patacamaya si è deciso di sperimentare un modello di intervento interculturale dove medici tradizionali (curanderos), parteras e dottori classici lavorano fianco a fianco, confrontandosi e scambiandosi le esperienze al fine di adottare le metodologie adeguate per la buona riuscita del parto di ciascuna paziente. Il progetto ha previsto anche la creazione di sale parto differenti da quelle classiche e dotate di elementi che richiamano la natura e che si mostrano accoglienti anche per la famiglia della futura mamma, in modo che questa possa sentirsi come a casa e rispettare la tradizione che richiede che il parto sia svolto in famiglia, essendo considerato un momento di festa, e nel modo più naturale possibile.

A Patacamaya i medici hanno imparato ad accettare le tecniche di parto normalmente non considerate dal protocollo classico, come ad esempio il parto verticale, e ad intervenire in caso di complicazioni. Tutto questo è stato possibile grazie alla volontà dei dottori di imparare dalle parteras e dai curanderos e di accettare la collaborazione tra due culture che sembravano non potersi incontrare. Prima che venisse adottato questo modello di intervento le sale parto dell’ospedale rimanevano spesso vuote; adesso invece le partorienti contattano direttamente le parteras che a loro volta consigliano di recarsi all’ospedale e fungono da tramite, anche grazie al fatto che parlano la stessa lingua delle donne in gravidanza, tra i pazienti indigeni e i medici che lavorano nell’ospedale, ottenendo risultati ottimi in termini di sicurezza per le neomamme e i loro bambini.

Dal 2009, anno in cui questo esperimento è cominciato, ad oggi non sono stati più registrati decessi per parto nella zona di Patacamaya, a dimostrazione che spesso mettere da parte i dissidi e le rivalità e lavorare per trovare un punto di incontro tra culture può portare a risultati inaspettati.

Nello stesso periodo in cui in Bolivia la scienza ha imparato ad incontrarsi con la tradizione, in Ecuador è stato un centro dedicato allo studio degli anfibi che deve il suo nome ad un retaggio indigeno che va incontro alle esigenze della scienza biomedica. Stiamo parlando del centro Jambatu (termine che in lingua quechua è usato per indicare vari tipi di anfibi andini in via di estinzione) che si trova a San Rafael, in una delle valli che circondano Quito. Il progetto biomedico presso il centro per gli anfibi è nato dalla volontà comune del settore privato e dello Stato dell’Ecuador di scoprire cure efficaci per combattere alcune malattie che affliggono tutto il mondo tramite lo studio degli anfibi e, in particolare, dei rospi e delle rane.

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