sabato, Aprile 17

Bolivia e Cile, il difficile gioco dello sbocco al mare

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Da più di 100 anni c’è una disputa territoriale in sospeso tra Bolivia e Cile. Nonostante si tratti di una polemica ormai di lunga data, di recente questo contenzioso è tornato al centro dell’attenzione, complice anche la causa intentata dalla Bolivia presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, in Olanda. I boliviani pretendono uno sbocco sovrano al mare e non hanno cessato i tentativi per ottenerlo. In realtà, non si tratta di un problema facilmente risolvibile.

Questo capitolo della storia tra la Bolivia e il Cile, i cui rapporti diplomatici si sono interrotti nel 1962 salvo un breve riavvicinamento tra il 1975 e il 1978, è iniziato nell’aprile del 2013. È stato allora che lo Stato boliviano ha formalmente presentato la propria azione legale alla CIG, con lo scopo di sollecitare il Cile verso una negoziazione in buona fede che porti alla concessione di un accesso sovrano al mare, perso dopo la guerra del Pacifico. Per portare a termine questa disputa, cominciata nel 1879 e nella quale ha preso parte anche il Perù, la Bolivia si vede obbligata a cedere 400 chilometri di costa e una superficie di 120.000 chilometri quadrati. Attualmente, il Paese può avvalersi di numerose facilitazioni per utilizzare il porto cileno di Arica, il quale muove il 60% delle importazioni ed esportazioni della Bolivia. Tuttavia, sostengono i boliviani, questo sbocco non appartiene al Paese, il quale non ne è quindi sovrano; è una sorta di porto in prestito.

Durante il processo davanti al tribunale delle Nazioni Unite, ad aprile 2014 la Bolivia ha presentato un memoriale storico della vicenda. Gonzalo Mendieta, avvocato e analista giuridico boliviano, spiega che l’istanza si basa sull’interpretazione di varie offerte presentate dal Cile nel corso della storia. Cita per esempio uno scambio di comunicazioni ufficiali avvenuto negli anni cinquanta e successivamente, nel 1975, una negoziazione tra l’allora presidente Pinochet e il mandatario boliviano Hugo Banzer nella quale fu proposta la concessione di un corridoio nei pressi del confine peruviano in cambio di una porzione di territorio boliviano. Il contenzioso stava quindi per essere risolto, ma il Perù, attenendosi ad un patto firmato con il Cile nel 1929, non volle che la Bolivia prendesse possesso di un territorio che era appartenuto all’impero Inca. Propose invece un utilizzo trinazionale dell’area, ma questa iniziativa fu bocciata dagli altri due Paesi.

Ovviamente le due parti in causa vedono la questione da punti di vista differenti. Paulina Astroza, consigliere presso il Ministero degli Affari Esteri del Cile, spiega: “La Bolivia crede che le offerte fatte dal Cile in risposta alle sue richieste, formulate molti anni fa ed in contesti di negoziazione specifica, abbiano sviluppato vita propria e siano ancora valide per un tempo indefinito. Non capisce che sono negoziazioni ormai completamente chiuse”.

A giugno del 2014 il Cile ha impugnato il processo rivendicando la non competenza della CIG su questo caso: in altre parole ha prodotto una documentazione atta a dimostrare che questa Corte non ha il potere di risolvere la contesa. Astroza spiega che questa rivendicazione si basa sul Patto di Bogotà sottoscritto nel 1948: tale documento sancisce che la competenza della CIG è limitata nel caso in cui il contenzioso faccia riferimento ad un trattato internazionale stipulato prima dell’anno in cui è stato stipulato il Patto stesso. Ed in effetti un trattato c’è, quello firmato nel 1904  – più di due decenni dopo la Guerra del Pacifico – dove vennero stabilite le nuove frontiere e con il quale la Bolivia perse la sue coste. Gli analisti boliviani hanno però segnalato che il documento non fu firmato volontariamente, ma che la Bolivia fu invece costretta ad apporre la propria firma.

Al di là di questo, le comunicazioni dell’ultimo periodo non si esaurite nel mese di luglio. Alcuni mesi dopo, all’inizio di novembre, la Bolivia ha risposto presentando alla CIG altri documenti per contrastare le considerazioni cilene a andare al fondo della questione. Carlos Mesa, ex Presidente della Bolivia e portavoce della rivendicazione territoriale del Paese ha più volte dichiarato che non si sta chiedendo una reinterpretazione del trattato del 1904, ma bensì che la CIG prenda in considerazione le offerte cilene successive e obblighi il Paese a negoziare per raggiungere una soluzione soddisfacente. “In Cile citano l’esistenza del trattato e ne deducono che non ci siano questioni in sospeso. Ma questo è qualcosa di cui si sta discutendo: le relazioni tra i vari Paesi della regione sono compromesse perché c’è stato un conflitto bellico le cui conseguenze sono ancora presenti nell’anima della Bolivia. È una faccenda che dobbiamo risolvere insieme” aggiunge Mendieta.

Ora bisogna sperare che la Corte dell’Aia prenda una decisione: la rivendicazione boliviana verrà accolta o invece respinta come chiede il Cile? Astroza fa notare che il tribunale potrebbe accogliere solo parzialmente la richiesta cilena, o anche pronunciarsi in merito alla propria competenza e allo stesso tempo sull’oggetto del contenzioso. Sono dunque molteplici gli scenari e le conseguenze possibili.

Se la CIG decidesse per esempio di accogliere la richiesta della Bolivia e quindi di non considerare valida l’obiezione cilena, il processo andrebbe avanti. In questo caso il Cile dovrebbe presentare un contromemoriale per difendere la propria posizione. Astroza dice che è difficile azzardare un pronostico, ma che se il processo dovesse andare avanti ci sarebbero conseguenze non indifferenti per la regione. In primo luogo si verificherebbe un disconoscimento di un trattato sui confini, infrangendo cioè un principio essenziale del Diritto Internazionale. Ciò creerebbe di conseguenza un precedente nelle relazioni internazionali: “Quale Stato avanzerebbe mai più una proposta se, in caso di processo, fosse poi obbligato a mettere atto quella che di fatto è soltanto una proposta presentata per instaurare un dialogo?” si domanda la consigliera, aggiungendo che il respingimento dell’obiezione cilena potrebbe riaprire vecchie controversie in altri Paesi: “Credo che in una regione dove già esistessero scenari ostili, caratterizzati da dispute territoriali, conflitti politici e ideologici, rivalità e sfiducia nell’apparato militare, un risultato di questo genere potrebbe essere fortemente pregiudiziale nella risoluzione di quei problemi che le varie parti devono affrontare insieme”.

Dal punto di vista boliviano, Mendieta ipotizza che, nel caso in cui il tribunale si pronunciasse a favore del suo Paese, si potrebbe tornare alla questione della compensazione territoriale. “Credo che si avvierà una negoziazione e, nel caso in cui si andasse a toccare dei territori già interessati dal patto del 1929, si dovrebbe aspettare la reazione del Perù”, afferma.

Cristián Delpiano, docente di diritto pubblico internazionale presso l’Università Cattolica del Cile del Nord, spiega che se la richiesta boliviana venisse accolta le autorità cilene potrebbero anche essere disposte a migliorare le condizioni di accesso al mare, ma non sarebbe comunque possibile per la Bolivia recuperare i territori persi durante la Guerra del Pacifico: se l’area un tempo boliviana tornasse ai suoi antichi proprietari, il Cile si ritroverebbe spaccato in due parti. Nel caso in cui si ottenesse invece uno sbocco presso il confine nord, il governo peruviano potrebbe non essere d’accordo così come non lo è stato in passato.

E che succederebbe se la Corte dell’Aia decidesse di respingere l’istanza boliviana, sia per l’ammissione di non competenza sia per un errore di fondo nella contesa? Delpiano fa presente che la Bolivia avrebbe ancora un’alternativa: presentarsi alla Corte Permanente di Arbitrato e impugnare il trattato del 1904. In ogni caso, dice, sarebbe complicato, perché il regolamento di quest’organismo prevede un iter molto difficile per la risoluzione di queste controversie.

Secondo Mendieta un ipotetico fallimento sarebbe un gran passo indietro per la Bolivia, ma questa campagna andrebbe comunque avanti: “Il Paese non smetterà di presentare le proprie rivendicazioni in differenti contesti, ma il Cile potrebbe essere meno propenso ad intavolare un negoziato”.

 

Traduzione di Marta Abate

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