martedì, Settembre 28

Boicottaggio, il caso del BDS 40

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Il boicottaggio è sempre stata un’arma a doppio taglio sia per il suo peso politico, sia per la possibilità di “agire” in un raggio di azione che ha ripercussioni a livello internazionale. Da Martin Luther King -negli anni ’56 e ’57- contro il servizio bus di Montgomery e le leggi segregazioniste a quello del 1958 negli negli Stati Uniti contro la Dow Chemical e la produzione di napalm, usato nella guerra del Vietnam. Il più efficace e rinomato è stato però quello che cercava di distruggere il regime dell’apartheid (1970-1986) in Sudafrica, per esempio contro la Polaroid, attuato dai suoi stessi operai sui prodotti per l’identificazione dei neri o in in Inghilterra nei confronti della Barclays Bank o ancora in Italia nei confronti della Banca Nazionale del Lavoro e le esportazioni di armi nel sud del’Africa.

Il termine boicottaggio ha origine dal nome di un amministratore terriero vissuto nel XIX secolo in Irlanda, il capitano inglese Charles Cunningham Boycott. Contro di lui fu lanciata una campagna di isolamento che lo portò ad essere licenziato perché le terre che amministrava cominciarono a inaridire.

Il boicottaggio ha continuato ad esistere nei decenni successivi riuscendo però a raggiungere la sua più estesa azione a livello internazionale –dovuta sia al mutamento dei mezzi di comunicazione di massa che alla facilità con cui viaggiano le notizie- grazie ai movimenti di interdizione verso alcuni prodotti e nei confronti di diverse imprese dell’attuale stato israeliano accusato di non rispettare le Risoluzioni ONU sulla questione palestinese. 

I  movimenti di protesta si sono sviluppati in diverse nazioni del pianeta coinvolgendo i più svariati settori economici. Sono circa 124mila i risultati ottenuti all’inserimento delle parole “boicottaggio Israele” in uno dei motori di ricerca più utilizzati al mondo. Le scelte politiche israeliane, una forte pressione su controllo e mobilità interna dei palestinesi e una propensione all’utilizzo strumentale e sistemico delle forze paramilitari non aiutano a trovare una soluzione che porti tregua tra le parti; la conseguenza è stato lo sviluppo di una vasta parte di opinione pubblica a favore dell’area filo-palestinese, creando quindi per lo Stato israeliano un ritorno negativo sia in termini di immagine sia economico.

Per poter rendere effettivo e continuativo un processo che miri a sanzionare economicamente e a ridurre gli introiti di aziende israeliane traenti profitto dalla colonizzazione dei Territori Palestinesi nasce in Palestina il Comitato Nazionale di Boicottaggio (BNC). La ripartizione in più settori permette al Comitato di agire secondo una struttura organizzata per cui al’interno si sviluppa -nel luglio del 2005- il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni economiche). E’ il più grande e diffuso movimento di boicottaggio attuale e nasce in seguito ad un’alleanza di larghe intese con più di 170 soggetti palestinesi tra cui unioni commerciali; reti tra rifugiati; ONG, associazioni e organizzazioni di società civili ed internazionali; esso è radicato ormai come eredità e si sviluppa sulla resistenza non violenta  popolare contro il colonialismo e quella che viene definita dai palestinesi come “pulizia etnica”. Oggi, il movimento BDS globale, è condotto dalla più grande coalizione interna alla società palestinese e richiede la fine dell’occupazione israeliana dei territori arabi palestinesi, occupati fin dal 1967, incluso lo smantellamento del muro e delle colonie;  e -come già espresso dalle risoluzione ONU in merito-  il rispetto del diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

Federazioni di unioni commerciali ed internazionali con milioni di membri appoggiano il BDS, fra gli altri Sudafrica, Gran Bretagna, Irlanda, India, Brasile, Norvegia, Canada, Italia, Francia, Belgio, e Turchia”. E’ così che Omar Barghouti, attivista sui diritti umani palestinesi e co-fondatore del movimento BDS, si esprime in merito al coinvolgimento economico di altri stati del mondo nella questione ‘boicottaggio’. “È la forma più dimostrativa della solidarietà internazionale unita alla lotta dei palestinesi per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. Alla stregua degli sforzi contro la segregazione razziale sudafricana”.

Uno degli aspetti più interessanti di questa storia è l’effettiva diffusione di una forma democratica e silenziosa di manifestare il proprio dissenso a livelli talmente alti che può essere solo paragonato al movimento anti-apartheid. Il secondo fondo di investimento olandese, il PGGM, ha ritirato quest’anno i propri capitali dalle cinque più grandi banche israeliane coinvolte nelle operazioni in Palestina; il governo Tedesco ha escluso da concessioni di ricerca ed accordi con Israele di cooperazione scientifica i soggetti che operano in Palestina; la più grande banca danese, la DANSKE, la già sanzionata banca HAPOALIM, una delle più grandi in Israele, e il fondo supremo norvegese (il più elevato al mondo), disinvestirono da due aziende israeliane coinvolte nelle costruzioni di case coloniali. La Veolia, società per azioni complice dell’occupazione israeliana ha perso offerte per un valore di contratti superiori ai 20 miliardi di dollari, principalmente in Svezia, Regno Unito, Irlanda e Stati Uniti.

La catena britannica di supermercati Co-op, la quinta più grande nel Regno Unito, ha adottato la politica di boicottare società che operano nei Territori Palestinesi. Sulla stessa scia, il Governo britannico ha pubblicato una guida sugli investimenti economici illeciti nati da accordi con israeliani. Questi seguono la pubblicazione degli orientamenti dell’UE contro progetti israeliani di finanziamento  ed enti coinvolti nella colonizzazione.

Le forme di boicottaggio sono le più svariate: il Congresso Nazionale Africano di sostegno al movimento BDS, svolto nel dicembre 2012; gli annullamenti di diversi eventi di artisti e band di fama mondiale; la decisione guidata dallo scienziato Stefano Hawking e dalla leadership scientifica globale di appoggiare il boicottaggio, annullando la propria partecipazione in conferenze di università israeliane o ancora il recente sostegno al boicottaggio da parte di associazioni del mondo accademico degli Stati Uniti. Tutte questi settori coinvolti fanno capire la portata di eterogeneità di un movimento che agisce su scala mondiale.

Importanti registi, scrittori, musicisti, artisti e stelle di Hollywood come Danny Glover hanno sostenuto il BDS o almeno tenuto conto del boicottaggio rifiutando di partecipare ad eventi culturali israeliani. Nel 2013, la Federazione di Studenti belga di lingua francese (FEF) rappresentando 100mila membri, adottò il boicottaggio di istituzioni accademiche israeliane; stessa cosa fece l’Unione degli Insegnanti di Irlanda. Altre due associazioni universitarie degli Stati Uniti adottarono il boicottaggio accademico. L’Università di Johannesburg troncò i collegamenti con l’Università Ben Gurion in seguito alle violazioni dei diritti umani di marzo 2011.

Il BDS -come si può facilmente leggere su internet- pare sostenga una campagna di boicottaggio persino della sfera culturale israeliana, probabile unico settore che accrescerebbe un sentimento di rispetto verso i diritti civili e ripristinerebbe la sensibilità necessaria e costruire un “cessate il fuoco”. Omar Barghouti a tal proposito sostiene che “Il movimento BDS non boicotta la cultura ma vorrebbe un boicottaggio di  istituzioni culturali israeliane, incluso band ed orchestre in quanto parte del sistema di propaganda che Israele usa per mostrare più purezza dietro il suo regime di segregazione razziale e colonialismo”.

Un direttore generale deputato del ministero degli esteri israeliano, Nissim Ben-Sheetrit, al lancio del marchio “Brand Israel” nel 2005 spiegò: «Noi stiamo utilizzando soprattutto la cultura come hasbara (propaganda), ed io non faccio differenze tra hasbara e cultura».

Arye Mekel, da direttore generale deputato per gli affari culturali al ministero degli esteri israeliano rilasciò detto al ‘New York Times’: “Noi spediremo all’estero rinomati romanzieri e scrittori, compagnie teatrali e faremo esposizioni. In questo modo mostreremo la faccia più bella di Israele, di modo da non esser pensati puramente in un contesto di Guerra”.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu –riferendosi al monito espresso a Monaco da John Kerry all’inizio di quest’anno riferisce che «le minacce di boicottaggio contro Israele non otterranno il loro fine» e ancora «I tentativi di imporre un boicottaggio ad Israele non sono morali e non sono giustificati», ha aggiunto. La posizione di Israele è parecchio chiara che cerca in ogni modo di contrastare i movimenti di interdizione nei confronti del proprio stato.

Il movimento di boicottaggio non si limita ai confini dei territori palestinesi ma si estende all’interno dell’area israeliana, infatti sono parecchi i partner israeliani che si sono uniti al movimento per esempio il Coalition of Women for Peace e Boycott, il Comitato israeliano Contro le Demolizioni di Case (ICAHD) oppure il Centro di Informazioni Alternativo israelo-palestinese. Ciò che emerge è ancora volta una situazione estremamente complessa che mette in luce da una parte la sofferenza del popolo palestinese che vede una pressante colonizzazione dei propri territori e dall’altra il diritto di Israele di poter partecipare attivamente a un mercato internazionale nei suoi vari settori senza che nessuno ostacoli il processo di import-export.

 

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