sabato, Ottobre 16

Bob Marley: Basta con la violenza politica in Giamaica!

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La sera del 22 aprile 1978, a Kingston, in Giamaica si svolge lo One Love Peace Concert, un avvenimento particolare che, come si può leggere sul manifesto, nasce «sotto gli auspici delle Dodici Tribù di Israele». È un’iniziativa singolare e importante voluta da Bob Marley al suo ritorno in patria, dopo due anni d’esilio forzato seguiti all’attentato di cui era stato oggetto due anni prima.
La sera del 3 dicembre 1976, infatti, dalla finestra della sua casa erano stati sparati cinque colpi d’arma da fuoco contro di lui. Quattro proiettili avevano colpito all’inguine il suo amico Don Taylor, capitato per caso sulla linea di fuoco, uno era rimbalzato sul muro terminando poi la corsa nel braccio sinistro dello stesso Marley. Nello stesso momento altri cinque colpi erano stati esplosi contro l’auto di sua moglie Rita che aveva riportato una leggera ferita alla testa. Bob, impaurito e turbato dall’accaduto aveva deciso di abbandonare la Giamaica trasferendosi a Nassau, nelle Bahamas.

Nell’aprile del 1978, nonostante la paura, ha deciso di mettere in campo la sua popolarità e il suo carisma per tentare un’impresa difficile, forse impossibile. Il profeta del reggae intende dare il suo contributo al tentativo di porre un freno all’escalation di violenza politica che da tempo è degenerata in una sorta di guerra armata per bande.
Nei giorni precedenti ha preso contatto con gli esponenti dei due principali partiti giamaicani: «Il mio concerto deve dare un segnale concreto, altrimenti non servirà a nulla. Voglio che sul palco con me salgano sia il primo ministro Michael Manley che il capo dell’opposizione Edward Seaga e voglio anche che si stringano la mano...». I due esponenti politici inizialmente abbozzano, trovano un po’ di scuse, ma poi accettano, perché non conviene a nessuno mettersi di traverso a un’iniziativa promossa da un personaggio così popolare.
Il concerto, accolto in tutto il mondo come un passo importante nel tentativo di pacificazione dell’isola, inizia in un clima strano, sospettoso, con i servizi d’ordine dei due partiti che si guardano in cagnesco.
Il programma prevede che prima di Marley si esibiscano tutti i principali artisti giamaicani del momento. Accompagnati da una sorta di danza collettiva il palco ospita, uno dopo l’altro, Jacob Miller & The Inner Circle, i Mighty Diamonds, i Trinity, Dennis Brown, i Culture, Dillinger, Big Youth, Ras Michael & The Sons of Negus e Peter Tosh.
Quando arriva il turno di Bob Marley il cantante appare come in trance. Cammina avanti e indietro ondeggiando sul ritmo dei brani. Durante l’esecuzione di ‘Jammin’‘ si ferma, alza gli occhi al cielo e inizia a parlare sulla musica lanciando una serie di esortazioni alla pace. La voce dapprima è un mormorio quasi incomprensibile, ma poi cresce con il ritmo di una cantilena e le parole vengono percepite chiaramente dal pubblico: «La pace, fratelli, può diventare realtà, ma dobbiamo stare uniti, sì uniti, nel nome dell’Altissimo che conduce il popolo degli schiavi a stringersi la mano… Signor Michael Manley e signor Robert Seaga mostrate alla gente che la amate, fatele capire che sarete uniti, che siete felici, che tutto va bene… Io voglio che vi stringiate la mano e facciate vedere alla gente che sarete uniti, che saremo uniti… La luna è alta nel cielo sopra di me e io vi do il mio amore… datemi il vostro». Così dicendo invita i due leader a salire sul palco, prende le loro mani destre e le congiunge davanti a sé.

Non fermerà la violenza e neppure i brogli, ma per una notte intera Kingston potrà dormire senza il rumore dei colpi di arma da fuoco.

 

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