mercoledì, Maggio 12

Bob Dylan fa settantacinque!

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Il 24 maggio 1941 a Duluth, nel Minnesota, nasce Bob Dylan, il più popolare cantautore del Novecento. «Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean. Sono tutti morti, i grandi libri sono stati scritti, i grandi detti sono stati pronunciati».

È risaputo che il rapporto di Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan, con la popolarità è sempre stato un po’ contraddittorio quando non decisamente problematico. Se l’immortalità artistica nasce dalle opere e non dall’immagine o dal personaggio, per Bob Dylan la dimensione temporale non esiste più. L’immortalità è già un fatto acquisito nonostante i suoi ricorrenti e conclamati tentativi di non restare prigioniero dei suoi lavori.

Figlio di Abraham Zimmerman e Beatty Stone, ha un unico fratello, David, più piccolo di lui. A sei anni si trasferisce con la famiglia a Hibbing, una cittadina mineraria non lontana dalla frontiera canadese, dove il padre ha aperto un negozio di materiale elettrico.
Fin da ragazzo coltiva la passione per la musica e molto presto inizia a suonare pianoforte e chitarra. Dopo il diploma se ne va a Minneapolis per frequentare l’Università. Qui inizia a esibirsi in pubblico nei ritrovi culturali della New Left con il nome d’arte di Bob Dylan, in omaggio al poeta Dylan Thomas.
Colpito dalla lettura di ‘Bound for glory‘, l’autobiografia di Woody Guthrie, decide di ispirarsi a lui e di percorrere le strade del folk.
Trasferitosi a New York canta e suona nei locali del Greenwich Village e alla fine del 1961 ottiene il suo primo contratto discografico con la Columbia, per la quale pubblica l’anno dopo il suo primo album intitolato, semplicemente, ‘Bob Dylan’.

Il successo arriva l’anno dopo con The Freewheelin’ Bob Dylan‘, il disco che annuncia al mondo la nascita del nuovo menestrello della canzone popolare di protesta.
Nel 1965, al Festival Folk di Newport, Dylan si presenta accompagnato da una band elettrica rompendo con i canoni della tradizione e provocando il risentimento dei puristi del folk. Incurante delle accuse di ‘tradimento’ prosegue sulla sua strada sostenendo con la potenza di arrangiamenti sempre più rock brani di grande intensità poetica e musicale. Il pubblico non la prende bene e la sua popolarità sembra incrinarsi, ma è un fenomeno passeggero.

È difficile pensare agli anni Sessanta e Settanta senza le parole scritte da Dylan, senza quella sua poetica che mescola i poeti simbolisti dell’Ottocento, il talkin’ blues di Woody Guthrie e il linguaggio frantumato ed essenziale della pubblicità.
Dylan più di altri è riuscito nel difficile compito di rivoluzionare il linguaggio della canzone popolare attingendo a materiali più disparati. I suoi versi sono musicali ancor prima di essere cantati. In più c’è la musica. Il ruolo della musica nella costruzione del mito di Dylan è stato spesso sottovalutato, eppure non si può dimenticare che si devono a lui alcune tra le più belle canzoni rock degli anni Sessanta. Infine non si può sottovalutare la sua voce. Nasale, roca, piagnucolosa e strascicata, del tutto fuori dalle regole conclamate dei cantanti di quegli anni, finisce per diventare parte del fascino delle sue canzoni.
La sua grandezza artistica non è oscurata neppure dalla contraddittoria e per molti aspetti sconcertante personalità. Ogni volta che la critica ha alzato il tiro considerandolo arrivato al capolinea della sua creatività, quello che qualcuno ha definito ‘il cantautore delle svolte’ (la svolta elettrica, la svolta country, la svolta mistica e via svoltando…), sorprende tutti tornando a vestire i panni dell’unico personaggio che gli riesce meglio: se stesso.

 

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