mercoledì, Giugno 16

Blinken in Medio Oriente: USA in cerca di credibilità In assenza di un impegno diretto ed esplicito degli Stati Uniti, sembra difficile che la Casa Bianca possa portare avanti la sua ambiziosa agenda mediorientale

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La visita in Medio Oriente del Segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, è giunta in un momento complesso per la politica internazionale dell’amministrazione Biden. Dopo le numerose critiche che si sono abbattute sulla Casa Bianca a causa della posizione assunta nel corso della recente crisi israelo-palestinese, la missione di Blinken era vista da più parti come un’occasione per comprendere se e quanto questa sia disposta a impegnarsi per la ricerca di una soluzione soddisfacente e duratura a quello che – pur fra alti e bassi – rimane il più intrattabile fra i tanti problemi della regione. Da questo punto di vista, le tappe del viaggio di Blinken (Israele, Egitto e Giordania, con una tappa a Ramallah per incontrare il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas) non sono state scelte a caso. In particolare, l’Egitto del Presidente Abdel Fattah al-Sisi si è impegnato fortemente per promuovere l’ultimo il cessate il fuoco fra lo Stato ebraico e le milizie di Hamas, mentre Amman porta tradizionalmente avanti una attiva politica di dialogo sia con le autorità israeliane sia con quelle palestinesi.

In termini concreti, il viaggio del Segretario di Stato non si è discostato molto da quelle che erano le attese della vigilia, prima fra tutte la conferma del sostegno dato allo Stato di Israele e l’impegno a concretizzare questo sostegno attraverso la fornitura di nuovi aiuti militari, che alcuni esponenti del Partito democratico avevano chiesto, invece, di sospendere. Egualmente prevedibile è stato l’impegno a garantire sostegno finanziario alla ricostruzione di Gaza e l’economia dei territori dell’ANP, sia direttamente, sia attraverso l’azione delle organizzazioni finanziarie internazionali; un impegno che, unito alla riapertura del consolato statunitense a Gerusalemme Est chiuso dell’amministrazione Trump nel 2019, dovrebbe serve a rilanciare le relazioni con le autorità palestinesi. Prevedibile è stata, infine, la conferma della chiusura nei riguardi di Hamas, che dal 1997 è nella lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato e che dal 2007 guida l’amministrazione dalla Striscia di Gaza, rivendicando quella di tutta l’ANP in contrapposizione ad al-Fatah e al suo Presidente, Mahmoud Abbas.

Un viaggio, quindi, ‘di basso profilo’? Per certi aspetti, sì. Obiettivo principale della missione del Segretario di Stato era quello di consolidare il fragile cessate il fuoco attualmente in essere e – per quanto possibile – di rafforzare nelle parti la fiducia nell’azione statunitense; due obiettivi apparentemente conseguiti, se non altro a parole. Più complesso è innestaresu questi obiettivi di breve periodo un’azione capace di rilanciare un processo di pace entrato da tempo in una fase di stallo. Pur senza entrare nei dettagli né stressare particolarmente il punto, Blinkennei suoi colloqui con le controparti, ha ribadito il favore dell’amministrazione Biden per unatwo-state solution’, definita come ‘la sola via’ per una composizione del conflitto. D’altra parte, è chiaro come una ‘descalation’ della tensione rappresenti, in questo momento, sia il presupposto necessario a ogni tentativo di avviare un dialogo fra le autorità israeliane e quelle dell’ANP; un presupposto che spiega l’attenzione dedicata a Egitto e Giordania, che anche se per motivi diversipotrebbero svolgere il ruolo di facilitatori di questo processo.

Il punto-chiave resta, in ogni caso, la credibilità dell’impegno statunitense. A questo proposito, il viaggio di Blinken ha offerto poche indicazioni. Sinora, la questione israelo-palestinese non ha figurato fra le priorità della Casa Bianca e, secondo alcuni osservatori, una volta terminata la fase acuta della crisi, potrebbe anche tornare in secondo piano rispetto ad altre e più stringenti necessità. La stessa scelta dell’amministrazione di agire ‘dietro le quinte’ nel corso della crisi è stata vista da molti più come il tentativo di minimizzare il coinvolgimento di Washington nella vicenda che come una strategia capace di portare a risultati concreti. In assenza di un impegno diretto ed esplicito degli Stati Uniti, sembra però difficile che la diplomazia regionale possa andare molto oltre il ruolo avuto nel promuovere l’ultimo cessate il fuoco, così come sembra difficile che la Casa Bianca possa portare avanti la sua ambiziosa agenda mediorientale – a partire dal rilancio del dialogo nucleare con l’Iran senza tenere conto delle implicazioni dalla questione israelo-palestinese né assumere un ruolo attivo nella sua soluzione.

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