domenica, 5 Febbraio
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Blatter: democrazia nel pallone

Grande scalpore ha destato la notizia del coinvolgimento della pressoché intera compagine direttiva della FIFA, suprema autorità costituita per il governo del calcio nel mondo, in una storiaccia di tangenti milionarie. Tangenti mica da ridere. L’impressione è che, se è vero come è vero che il calcio è uno dei più colossali affari del pianeta, le cifre che ballano in questo scandalo  è prevedibile siano impressionanti.  Già, perché  non si parla di scommesse o di corruzione di un arbitro birichino, ma di assegnare a una Nazione, a un continente addirittura, piuttosto che a un altro, l’organizzazione di manifestazioni come i campionati mondiali, eventi in grado di influenzare, se ben gestiti, il trend economico e lo sviluppo di un intero Paese.
Al centro della vicenda, e non potrebbe essere altrimenti, c’è un nome: quello di Joseph Blatter, detto Sepp. Padre padrone assoluto del calcio dal 1998, anno in cui venne per la prima volta eletto Presidente della Federazione Internazionale, dopo vari lustri  di segretariato. Un regno ultraventennale che ha avuto termine martedì 2 giugno scorso, quando Sepp il marpione, appena rieletto Presidente, ha dovuto gettare la spugna, inchiodato da indagini  americane arrivate ad individuare il suo braccio destro Jerome Valcke come veicolo di una tangente da 10 milioni di euro.
Per dare un’idea del rilievo enorme di questa ennesima debacle del capitalismo globale, se mi consentite la definizione audace, basti dire che a difendere Blatter è sceso in campo perfino Vladimir Putin. Americani che indagano, Putin che protesta. Lo scenario da guerra fredda reloaded appare abbastanza chiaro, almeno nei suoi tratti fondamentali.
E’ dunque arrivato anche per uno degli intoccabili più coriacei il momento della rottamazione. Il nuovo che avanza potrebbe essere il sorprendente Ali bin Al Hussein, neanche quarantenne ultimo figlio di Re Hussein di Giordania, qualificatissimo nonché illuminato avversario di Blatter nella corsa alla poltrona di re del calcio. Ma ne sarei assai meravigliato, visto che tutta l’operazione sembra confezionata ad hoc per consentire finalmente a Michel Platini, francese tra i più antipatici e supponenti in circolazione, di saziare la sua smisurata ambizione. Il nostro Presidente Figc, l’ineffabile  Carlo Tavecchio si è schierato con lui, a scanso equivoci, e questo già desta una certa perplessità sull’entità reale del cambiamento.
Non esistono condizioni di presunta democrazia che possano tollerare vent’anni di potere continuativo da parte di un solo uomo, pena l’intervento di una qualche entità superiore che imponga , di riffa o di raffa, il ricambio indispensabile al funzionamento del gioco. E’, pari pari, ciò che è accaduto con la caduta di Silvio Berlusconi, altrimenti inamovibile dallo scranno più alto del potere in Italia, o con Muammar Gheddafi, Ḥosni Mubarak, Saddam Hussein e tanti altri satrapi meno noti, tutti col vizio di un’invincibile ritrosia a lasciare la stanza dei bottoni.
Sono consapevole del fatto che  queste mie riflessioni non siano altro che aria volante, pensieri pindarici senza lo straccio di una prova fondata, destinate a lasciar spazio a mille contestazioni politicamente corrette, ironiche, sprezzanti perfino. Eppure scommetto che, almeno in questo frangente,  il pensiero maligno che mi sono voluto concedere  abbia sfiorato, magari per un lungo attimo perverso, molti cervelli. In fondo, a dire che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca non era proprio l’ultimo venuto.

 

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