mercoledì, Settembre 22

Bitcoin salverà il Venezuela? Per poter superare la crisi economica, hanno pensato di utilizzare la moneta elettronica creata nel 2009 da Nakamoto

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Dopo anni di cattiva gestione economica sotto il Governo del Presidente Nicolas Maduro, una delle Nazioni più prospere dell’America Latina, il Venezuela, è stata ridotta alla fame.

Nonostante, il Paese possieda una delle più grandi riserve petrolifere del mondo, il crollo dei prezzi del petrolio, la corruzione e la cattiva gestione governativa hanno causato una profonda crisi sfociata non soltanto nell’iperinflazione e nel collasso del Bolivar (moneta locale), ma anche in violente repressioni.

I venezuelani, dunque, per poter superare la crisi economica, hanno pensato di utilizzare come moneta di scambio il bitcoin, una moneta elettronica creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto, nome di fantasia che fino a oggi ha garantito l’anonimato agli inventori della valuta, che sembra stia dando i risultati sperati.

A differenza della maggior parte delle valute tradizionali, la rete Bitcoin non fa uso di un ente centrale, ma utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni effettuate e sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali, come la generazione di una nuova moneta e l’attribuzione della proprietà dei bitcoin.

Inoltre, la rete Bitcoin consente: il possesso e il trasferimento anonimo delle monete; i dati necessari a utilizzare i propri bitcoin possono essere salvati su uno o più computer o dispositivi elettronici, quali smartphone, sotto forma di ‘portafoglio digitale’, o mantenuti presso terze parti che svolgono funzioni simili a una banca. In ogni caso, i bitcoin possono essere trasferiti attraverso Internet verso chiunque disponga di un indirizzo bitcoin. La struttura della rete e la mancanza di un ente centrale rende impossibile a qualunque autorità, governativa o meno, il blocco dei trasferimenti, il sequestro delle monete o la svalutazione dovuta all’immissione di nuova moneta.

In che modo il Bitcoin potrà salvare il Venezuela? Secondo Kevin Rands, fondatore e CEO dell’Online Health Networks Inc, intervenuto su ‘Forbes‘ , l’utilizzo dei bitcoin potrebbe essere la soluzione ideale per contrastare la crisi economica presente in Venezuela.

In questo momento, il Venezuela è la Nazione con il più alto tasso d’inflazione al mondo. Gli esperti dicono che l’inflazione venezuelana potrebbe arrivare fino a 1.600%, lasciando molte persone in totale povertà, quindi il bitcoin potrebbe essere usato in sostituzione del Bolivar che continua a scendere e a perdere valore.

Uno dei più grandi punti di forza di questa moneta virtuale, spesso ignorato dai Paesi sviluppati come gli Stati Uniti, è che non è necessario disporre di un conto bancario per inviare e ricevere bitcoin. Tutto quello che serve è una connessione a Internet, che molti venezuelani sfruttano dai telefoni cellulari.

Ciò permette ai venezuelani di ricevere denaro tramite il proprio telefono e di utilizzare quei soldi per acquistare dei beni di prima necessità. Oggi, alcune aziende del Venezuela, stanno accettando questo tipo di pagamento, essendo consapevoli che il Bolivar, per il momento, non ha molto valore.

Un altro aspetto positivo dei bitcoin è che il Governo non può controllare le transazioni, che avvengono nei vari portali, e ciò permette la proliferazione di un mercato libero, dove la valuta non solo continua a crescere, ma viene ampiamente riconosciuta come una valida forma di pagamento.

Il Governo, sentendosi impotente, ha consentito che i bitcoin fossero utilizzati  in situazioni di grandi difficoltà.

Il fatto che questa moneta non sia sotto il controllo governativo spaventa tutte quelle Nazioni con una forte banca centrale, ma per i Paesi con una valuta in netto declino, i bitcoin sono indispensabili per favorire una rapida ripresa dell’economia.

Ma come si può accedere ai bitcoin? La ‘miniera dei Bitcoin’, così viene soprannominata in gergo, funziona in questo modo: il sistema Bitcoin è una moneta che funziona sulla base di un protocollo peer-to-peer, simile quindi ai sistemi utilizzati per esempio per scaricare e condividere i file online, quelli in cui ogni computer diventa un nodo della rete alla pari con gli altri senza nodi centrali, ed è qui che avvengono le transazioni e il conio della moneta.

La nuova moneta viene creata attraverso un processo informatico molto lungo e complicato chiamato mining, ovvero ‘estrazione’, come quella che si fa in miniera per cercare metalli preziosi. A questo punto, la rete Bitcoin genera e distribuisce monete in modo casuale, a intervalli regolari, durante la giornata a chi ha attivo sul proprio computer il software. E come fa? Svolge un calcolo che il programma fa autonomamente seguendo input casuali generati dal protocollo.

Per il processo di ‘estrazione’ dei bitcoin è stato stabilito un tetto massimo. Quando verranno coniati 21 milioni di pezzi circa, presumibilmente entro il 2030, il processo si arresterà automaticamente. Una volta che un utente è entrato in possesso di un bitcoin può depositarlo in un portafoglio virtuale e spenderlo sui siti che accettano questo tipo di valuta.

Per molti si tratta quindi della valuta perfetta. Il codice su cui è basata è pubblico ed è aperto a tutti, per offrire il massimo della trasparenza. In circa quattro anni di esistenza, diversi tentativi non andati a buon fine hanno dimostrato che falsificare un bitcoin è praticamente impossibile.

Non avendo, inoltre, nodi centrali il sistema Bitcoin è potenzialmente molto stabile. Alcuni utenti intervistati dal giornale ‘The Atlantic’ hanno detto che «si possono eseguire diverse transazioni al mese e ciò è considerata una fortuna per poter sfamare a sufficienza la propria famiglia o acquistare prodotti indispensabili, come pannolini per bambini o insulina per soggetti diabetici».

Le autorità venezuelane, però, considerano la pratica illegale e stanno iniziando ad arrestare alcuni responsabili e a radere al suolo magazzini dove erano stati custoditi computer adatti all’estrazione di bitcoin.

Dal governo di Maduro, infatti, sono giunte numerose critiche nei confronti di questi utenti che vengono visti come dei ‘cybercriminali’, accusati di terrorismo, di riciclaggio di denaro, di crimini informatici e di furto della corrente elettrica, necessaria per le transazioni.

Molti venezuelani per evitare di essere scoperti stanno costituendo diversi profili con pseudonimi falsi e, così facendo, possono creare diversi portafogli virtuali ed accumulare più denaro. La piattaforma che viene utilizzata maggiormente si chiama Cryptobuyer, che ha oltre 10.000 utenti registrati. L’operazione richiede qualche minuto, le transazioni hanno un costo di tre o sette per cento inferiore alle banche e il tasso di cambio è regolato da domanda e offerta di modo che tutto appaia più realistico.

Recentemente, Cryptobuyer ha anche creato un bancomat nella Banistmo Bank, a Panama, che aiuta i bitcoiners a trasferire il denaro presso i conti dei loro parenti che abitano in Venezuela.

Ma, nonostante il successo mondiale, bitcoin è ancora considerata una valuta di nicchia nel Paese, tanto che secondo l’ex Presidente della Federazione venezuelana delle Camere di Commercio (FEDECAMARAS) Noel Alvarez, la maggior parte della popolazione potrebbe ancora non avere accesso alla crittografia «sembrano molte, ma in realtà pochissime persone hanno accesso alla rete Bitcoin, ma data la nostra situazione non si può fare altrimenti».

Dunque, in questo momento, i bitcoin sembrano essere una delle soluzioni migliori per fronteggiare la terribile crisi che imperversa in Venezuela.

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