giovedì, Maggio 6

Bitcoin, esperimento socio-culturale field_506ffb1d3dbe2

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A inizio 2013 era scambiato sui 12 dollari, negli ultimi giorni  aveva superato quota 1200 e alla serata di venerdì fluttuava intorno agli 850 dollari. Sì, parliamo di bitcoin, la crypto-moneta al centro dell’attenzione generale. In realtà trattasi di un progetto assai più articolato, centrato su un software open source atto a implementare il protocollo di comunicazione e la rete peer-to-peer che ne risultano.

Come chiarisce la voce italiana su Wikipedia, caratteristica centrale è «che nessuno può controllarne il valore a causa della natura decentralizzata del metodo di creazione della valuta. […] I trasferimenti sono definiti come un cambio di proprietà della valuta, e vengono effettuati senza la necessità di un ente esterno che debba fare da supervisore tra le parti. […] Il trasferimento di valuta tra conti pubblici usando crittografia a chiave pubblica. Tutte le transazioni sono pubbliche e memorizzate in un database distribuito che viene utilizzato per confermarle ed impedire la possibilità di spendere due volte la stessa moneta».

Ma al di là delle proposizioni tecniche (con cui pure ciascuno deve familiarizzare prima di impegnarsi in transazioni a qualsiasi livello), le radici di quest’iniziativa globale avviata nel 2009 rimandano a pratiche quali condivisione e community, sistemi aperti e libertà. In altri termini, l’ampliamento di quel baratto consapevole che per secoli ha dominato le attività umane, la necessità di una decentralizzazione capace di unire individui senza distinzione di genere, ideologia, lingua. Un ponte di tolleranza e condivisione al di là di ogni barriera nazionale o culturale.

Radici altresì comuni a movimenti di ampio respiro dei nostri tempi, dalla cultura libera al free speech al “whistleblowing”, abbracciando l’Internet di prima generazione e fino agli odierni social media. In piena sintonia con le dinamiche del movimento Occupy e degli indignados, mirati a praticare una globalizzazione a misura di esseri umani e non più basata sulla fiducia in autorità e governi. Un quadro aderente a quella modernità liquida che ci va delineando da qualche anno il sociologo polacco Bauman Zygmunt — e di cui, volenti o nolenti, non possiamo non prendere atto: «la fase attuale della nostra modernità che suona a epitaffio di un modo stabilizzato e rassicurante di sentirsi nel mondo».

Basti pensare, per esempio, alle potenzialità sociali e culturali veicolate dallo scambio delle proprie competenze intellettuali, come anche di  amorevoli creazioni artigianali, con qualcuno che vive dall’altra parte del globo grazie alla semplicità e all’immediatezza dei bitcoin. Non ponendo distinzioni o preferenze di alcun tipo tra chi (e perché) la usa, ecco quindi una «valuta che promuove pace e inter-connessione intorno al mondo», come spiega uno stimolante articolo su Bitcoin Magazine.

Più che incarnare tout court l’ideale libertario di “free minds, free markets” né presunte utopie anarchiche, bitcoin si pone come risposta autonoma, di base e super-concreta contro l’instabilità dell’economia globale e a favore dell’ingenosità individuale. Un’inizitiva pragmatica che va oltre le manovre governative in combutta con le grandi banche che hanno portato a disoccupazione, tagli e problemi diffusi a partire dall’autunno 2012, prima in USA e poi in EU. Basti ricordare al riguardo chiusure forzate delle banche e il blocco  dei fondi privati da parte delle autorità cipriote della primavera 2013.

Non a caso servizi, spazi di exchange e attività  varie legate a bitcoin vanno esplodendo un po’ ovunque, dalla Croazia alla Germania, dall’Australia agli Usa, dove la recente audizione al Senato ha in sostanza legittimato l’attuale mercato della valuta virtuale. L’attivismo è in pieno fermento, con una varietà di conferenze ed eventi pubblici in vari Paesi: la #bitcoin expo londinese (30 novembre) ha attirato centinaia di persone tra investori, accademici, attivisti politici e “geek” per discutere il futuro della valuta digitale, i suoi problemi e la possibilità che divenga davvero un’alternativa globale al comune contante.

E in Italia? Va subito detto che il 24 novembre scorso a Bologna è stata formalmente costituita l’Associazione Bitcoin Foundation Italia, le cui attività puntano a una serie di obiettivi analoghi elencati nel sito (provvisorio). C’è poi quest’ottima panoramica della scorsa settimana su L’espresso a chiarire l’attuale contesto nostrano, inclusi ovviamente i rischi d’investimento e un’utile lista di esercenti che già l’accettano. E non è che l’inizio.

Intanto sul fronte più tecnico-economico, giovedì scorso il governo cinese ha proibito alle banche di usare bitcoin per i loro scambi, onde «proteggere lo status del renminbi come moneta legale, prevenire i rischi di riciclaggio di denaro e difendere la stabilità finanziaria». Pur specificando che trattasi di un «bene virtuale che non riveste il medesimo stato legale di una valuta», la nota diffusa dalla banca centrale, da agenzie e ministri governativi lascia comunque liberi gli investitori privati di speculare con la moneta elettronica “a loro rischio e pericolo”.

Dagli Usa, utile dare un’occhiata alle cifre appena diffuse del “Black Friday” della scorsa settimana, i tradizionali super-sconti del dopo Thanksgiving in Usa: 6.296 le transazioni passate per Bitpay, popolare sistema di pagamenti online con i bitcoin, che oggi raccoglie circa 12.000 rivenditori rispetto al migliaio del suo lancio, nel settembre 2012. Belle cifre ma pur sempre minime in valore assoluto: per esempio, il circuito Visa ha raccolto 87,5 miliardi di transazioni nell’anno chiusosi il 30 giugno scorso, circa 500.000 volte in più delle transazioni passate per Bitpay nello stesso periodo.

Sempre oltreoceano, la Bank of America informa che presto comincerà a trattare i bitcoin, i quali «possono essere un mezzo importante per i pagamenti nel commercio elettronico» e nei giorni scorsi il Chairman della Federal Reserve, Ben Bernanke aveva confermato al Senato l’assenza di necessità per regolamentare la moneta virtuale, una sorta di beneplacito alla sua circolazione. Diversamente dal suo predecessore Alan Greenspan che ha invece liquidato la situazione come «una bolla senza alcun valore intrinseco».

In definitiva, ormai basta il termine bitcoin ad attirare perfino profani e distratti, né mancano certo notizie su/da ogni fronte come l’ultim’ora di cui sopra (basta seguire un attimo #bitcoin suTwitter). Meglio perciò usare prudenza. E come non rifarsi alla storica gold rush californiana del 1848–55? Evento che catturò l’immaginazione popolare e portò più ricchezza a pochi mercanti sagaci che alla massa di cercatori d’oro. I quali raggiunsero la bella cifra, per quei tempi,  di oltre 300.000 individui con background e concezioni le più disparate ma – attenzione – uniti dalla forte volontà di creare nuovi scenari e opportunità per tutti.

Al di là sogni di facili guadagni, quindi, ciò portò a concrete conseguenze a livello sociale: per citarne solo alcune, l’auto-gestione a livello didattico-amministrativo,  nuovi mezzi di trasporto e varie invenzioni, inevitabili conflitti con i nativi. Gettando le basi per quel dinamismo aperto e partecipativo, con tutti i suoi pregi e difetti, che è stato (ed è) alla base  dell’innovazione tecnologica di Silicon Valley degli ultimi decenni.

Analoghe le potenzialità per bitcoin. Concentrarsi sul commercio e dare spazio ai big della finanza, vecchia o nuova che sia, è utile per alimentare il dibattito online e offline — analogamente al vibrante mercato di scambi. Eppure, fatto più importante, occorre tenere bene a mente che quest’ultimo non è che la punta dell’iceberg di un movimento sociale assai più ampio e complesso. Ciò non vuol dire che non ci siano rischi di bolle e speculazioni o quant’altro, anzi. Ma come per l’avanzare di simili crypto-valute (Litecoin, Peercoin, etc.), unito al trend verso la circolazione di vere e proprie valute locali e alle variegate istanze di cambiamento per l’attuazione di una democrazia liquida e aperta, cresce il numero di cittadini che decidono di sperimentare possibili alternative a livello di stili di vita, governance e scambi economici. E non è certo poco.

 

 

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