sabato, Aprile 17

Il bilancio dell’America first: cambio di rotta ‘drammatico’ per il Governo

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Con il nuovo budget plan di Donald Trump, il ruolo del  Governo federale cambia in maniera “marcata” (“dramatic”) secondo il Washington Post’. Per il ‘Center for Budget and Policy Priorities‘, l’intero piano si baserebbe su di un tasso di crescita previsto eccessivamente ‘roseo’ e troppo ottimista. La proposta di bilancio per il 2018 è stata trasmessa ieri al vaglio del Congresso e le prime reazioni anche da parte dei repubblicani lasciano intravedere un percorso assai travagliato, anche perché si tratta di un piano che rischia di scontentare tutti, anche quel pezzo di America profonda (a partire dalle aree rurali e dai quartieri poveri delle città vittime della crisi industriale) che ha portato Trump alla Casa Bianca.

Il documento, intitolato ‘Una nuova base per la grandezza americana’, prevede una crescita economica del 3 per cento  -in quanto si assume che i tagli alle tasse spingeranno il tasso di crescita-, contro l’1,9% attualmente previsto, e comprende gran parte dei concetti inseriti nella politica dell”America First’, sulla quale Trump ha condotto la sua campagna elettorale. Il piano prevede un aumento del 3% delle spese militari, un investimento di oltre 2,6 miliardi di dollari per la sicurezza dei confini – compresi 1,6 miliardi di dollari per il completamento del muro al confine con il Messico – una sfilza di tagli per un ammontare pari a 3.600 miliardi in dieci anni. I tagli sono: del 31,4% all’agenzia per la Protezione ambientale, del 29,1% al dipartimento di Stato, del 20,5% al dipartimento per l’Agricoltura e del 10,7% per la ricerca sceentifica (tagli che colpiscono la National Science Foundation – Nsf -, l’agenzia governativa degli Stati Uniti che sostiene la ricerca scientifica). Nei prossimi dieci anni, Trump vorrebbe tagliare 274 miliardi di dollari ai programmi contro la povertà, compresi i 193 miliardi di tagli per il Supplemental Nutrition Assistance Program, la versione moderna dei buoni alimentari, pari a oltre il 25% del totale assegnato al programma. La proposta di budget include anche un programma che garantisce a madri e padri, per la prima volta negli Stati Uniti, sei settimane di congedo retribuito, dopo la nascita o l’adozione di un bambino. Il programma, sostenuto da Ivanka Trump, figlia e consigliera del presidente, dovrebbe costare circa 25 miliardi in dieci anni e a beneficiarne dovrebbero essere circa 1,3 milioni di persone.

I tagli che immediatamente hanno attirato le critiche, e in primis dagli economisti, oltre che dagli stessi repubblicani, sono quelli all’assistenza ai poveri, al Medicaid – il piano di assicurazione sanitaria pubblico per i piu’ bisognosi -, ai buoni alimentari, agli investimenti pubblici in scienza e ricerca. Viene previsto anche un taglio alle pensioni dei dipendenti federali e ai sussidi agricoli, mentre vengono lasciati invariati copertura sanitaria e indennità per gli anziani.

La proposta comprende anche riduzioni sugli aiuti all’estero, politicamente significative della politica estera di Trump. Una riduzione di oltre un terzo degli aiuti stanziati per quest’anno all’Ucraina. I finanziamenti statunitensi infatti dovrebbero scendere dagli attuali 667 milioni di dollari a 203 milioni. Lo stanziamento previsto per Israele, invece, resta di 3,1 miliardi di dollari, stesso importo richiesto e assegnato per quest’anno.

«È un budget ‘taxpayer first’», ovvero concepito per i contribuenti, ha commentato Mick Mulvaney, il direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio, preposto alla realizzazione della proposta di budget del presidente. «Non misureremo più la compassione con il numero dei programmi e l’ammontare speso per questi programmi» ha detto Mulvaney, affermando che le politiche dell’amministrazione aiuteranno gli americani in difficoltà a rientrare nella forza lavoro. «Abbiamo bisogno», ha aggiunto, «che tutti remino nella stessa direzione».

Per diventare legge, la proposta della Casa Bianca, che promette il pareggio in 10 anni, dovrà superare l’opposizione dei repubblicani moderati e dei democratici, preoccupati per l’impatto sociale, e dei conservatori che temono un incremento del deficit, senza contare che scatenerà il malcontento e l’opposizione di lobby che vanno da quella degli agricoltori a quella della difesa.

Il leader della maggioranza in Senato, Mitch McConnell, ha già detto di aspettarsi che il Congresso a maggioranza repubblicana ignorerà in gran parte la proposta dell’Amministrazione.

Il budget da 603 miliardi di dollari per il Dipartimento alla Difesa non è sufficiente, ha già dichiarato il senatore repubblicano John McCain. Si tratta, ha detto McCain, di una cifra «inadeguata alle sfide che ci troviamo davanti, illegale in base alla normativa in vigore e parte di una complessiva proposta di bilancio che morirà al suo arrivo al Congresso». La variazione rispetto alle proiezioni di budget dell’ex presidente Usa Barack Obama è, ha sottolineato il senatore, superiore di appena il tre per cento e non è in grado di fornire al Dipartimento alla Difesa le risorse necessarie a ripristinare la preparazione militare e a modernizzare le capacità.

Le forze armate, dovesse essere approvato il budget plan, si troverebbero costrette a un ‘trade off’ tra espansione e modernizzazione. Particolarmente delusa la Marina militare, che necessita 355 nuove navi, ne aspettava – stando alle promesse – 350, ma potrà infine averne solo 305. L’Esercito potrà mantenere il personale attivo di 476.000 regolari solo a patto di ritardare ulteriormente il programma di modernizzazione. L’implementazione del programma farebbe calare il numero del personale militare a 450.000 – troppo basso per coprire Iraq, Afghanistan e  Europa. Stessa logica si applica al corpo dei Marines, capace di raggiungere le 186.000 unità ma non di modernizzarsi. Stando all’analisi del CSIS, l’aumento della spesa nel piano dovrebbe essere il nono più corposo degli ultimi 40 anni.

I rilievi che vengono dai ‘tecnici’ sono ancora più significativi. L’analisi del piano di Trump condotta dal ‘Center for Budget and Policy Priorities’ è puntigliosa. Il centro studi sostiene, in sintesi, che si tratta di un piano che affonda le radici su di una previsione di crescita troppo ottimista, di fatto infondata. La differenza, dell’1.1%, tra le proiezioni di Trump e quelle del Congressional Budget Office (CBO) è infatti la più grande mai registrata dall’era Reagan-Bush. Tra il 1993 e il 2016, la differenza più grande registrata era dello 0.4%, e quella media dello 0.2%. Tra l’altro, scrive il report, in 11 anni la reale crescita economica è sempre stata leggermente più bassa di quella prevista dai tecnici dell’Amministrazione.

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