martedì, novembre 20

Big smoke e tabaccai vs sigarette elettroniche field_506ffb1d3dbe2

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la battaglia tra ecig e fumo tradizionale

la battaglia tra ecig e fumo tradizionale

Nella scarsa consapevolezza dell’opinione pubblica, in Italia è in corso una della più grandi guerre di lobbying mai registrate dentro a un mercato: si tratta della lotta tra chi rappresenta gli interessi del fumo tradizionale e chi invece ha scommesso sul futuro della sigaretta elettronica. Premesso che non si tratta di interessi legati al mercato dei beni primari, è importante indicare alcune cifre, relative alla dimensione del mercato del fumo in Italia, per comprendere la rilevanza del fenomeno e la grandezza degli valori economici in gioco.

Secondo i dati forniti dal XVI Rapporto sulla filiera del tabacco in Italia realizzato da Nomisma, la produzione di tabacco in Italia nel 2012 è calata di 1/3 rispetto all’anno precedente, attestandosi sul valore di 51.309 tonnellate di materia prima. Ma se la situazione della coltivazione del tabacco a monte è in drastico calo, le cose non vanno meglio a valle, per la distribuzione e la vendita, articolate in Italia su una rete di quasi 56.000 tabaccherie. Il venduto del settore tabacchi nel 2012 ha registrato una contrazione dei ricavi del -8% rispetto al 2011, con uno dei dati di vendita più bassi negli ultimi quaranta anni. E diventa necessario, per il futuro del comparto, interrogarsi su quanto questa contrazione sia stata indotta dal calo dei consumi derivante dalla crisi finanziaria, di cui ci parla il Rapporto Istat, e quanto invece, la responsabilità della flessione delle vendite dei prodotti da fumo “tradizionali” sia da ricercare in un differente orientamento dei consumi. E qui entrano in gioco strumenti da fumo nuovi o alternativi, come i trinciati per sigarette, cresciuti nel periodo rilevato da Nomisma del 42%, i prodotti da fumo di contrabbando, uno strumento antico ma che gode di una nuova vitalità, ma soprattutto gli svapatori personali, ovvero i dispositivi delle sigarette elettroniche. Insomma, di recente, i 10 milioni e mezzo di italiani che compongono secondo l’ Indagine DOXA 2013 per l’Istituto superiore di Sanità la popolazione dei fumatori nel nostro Paese ha a disposizione una serie di alternative alle sigarette tradizionali. Il dato non preoccupa naturalmente solo la filiera del tabacco, ma anche il settore pubblico, che dal comparto tabacco avrebbe perso nel 2012 un gettito fiscale di oltre un miliardo di euro.

La sigaretta elettronica, sbarcata sul mercato italiano alla fine del 2011, nel 2012 ha prodotto un fatturato pari a  350 milioni di euro. Secondo i dati forniti da Massimiliano Mancini, Presidente di ANAFE, l’Associazione italiana fumo elettronico, il comparto della e-cig «ha visto l’apertura di circa 3.000 punti vendita e l’impiego di un totale di circa 4.000 persone». Quasi un miracolo di business nella difficile situazione economica italiana. Ed ecco i termini della guerra di lobby per spartirsi le spese in fumo dei 10 milioni e mezzo di italiani tra fumo tradizionale e sigaretta elettronica: visto che la battaglia contro il fumo di contrabbando spesso appare complicata da implicazioni di commercio internazionale illecito o produce una parte di quel PIL in nero che consente ad ampie aree del Paese di sopravvivere, la scelta più facile ed ovvia per rientrare dei mancati introiti fiscali registrati dall’AAMS, l’Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato, sul fumo è di inserire una tassa ingente sul nuovo prodotto della sigaretta elettronica. E qui si scatenano le rispettive azioni di lobbying nei due schieramenti: multinazionali del fumo, soggetti della filiera del tabacco, ma anche FIT, la Federazione Italiana Tabaccai, contro produttori e distributori di ecig. Lo strumento della tassazione al 58, 5% sugli svapatori e sui liquidi di ricarica sembra essere lo strumento di dissuasione adottato dai portatori di interessi legati al fumo tradizionale per distogliere i consumatori dalle tentazioni del vapore aromatizzato delle ecig.

In questo senso, quello che abbiamo visto inserito in legge di stabilità, ovvero il tentativo, per ora non concluso a buon fine, di innalzare sin dal 2014 la tassazione della e-cig al 58,5% sia per la componente fisica sia per i liquidi di refill non fa altro che rispondere a questa logica di pressione e contropressione tra portatori di interessi diversi, ma decisi a contendersi un mercato, quello del fumo in Italia, da 13 miliardi di euro.

Ovviamente i produttori e i distributori di sigarette elettroniche non sono rimasti in attesa del provvedimento dell’esecutivo e hanno manifestato il proprio dissenso mediante azioni delle associazioni di categoria ma anche attraverso azioni di lobbying mirate. E’ interessante notare la strategia selezionata dai rappresentanti degli interessi del fumo elettronico.Inizialmente il settore, soprattutto nelle parole dei soggetti che guidano le principali associazioni di categoria, aveva orientato la propria azione di lobbying evidenziando aspetti quale la tutela del diritto al lavoro degli imprenditori e dei commercianti che avevano scommesso sulla e-cig nella prima fase di sostanziale assenza di regolamentazione da parte dello Stato. Una difesa davvero corporativa, in cui la tutela dell’interesse a mantenere elevati livelli di occupazione in un settore imprenditoriale dichiaratamente di parte, veniva proposto in quanto tale e collegato all’idea del diritto al lavoro, secondo una visione quasi sindacale del ruolo dell’ associazione di categoria. Un modello che ha avuto una sua importanza ma che appare superato nel sistema della affermazione del lobbying più recente, affidato anche a società di consulenza, in cui diventa sempre più decisivo, individuare una coincidenza  tra gli interessi particolari rappresentati e gli interessi della collettività. Ed è in questo senso che la strategia di lobbying sembra cambiata in maniera significativa in tempi più recenti. Abbandonato il modello rivendicativo fondato sulla difesa del lavoro di produttori e commercianti di dispositivi e liquidi degli svapatori personali, il lobbying del settore e-cig è stato orientato a garantire una rilevanza anche sociale del prodotto realizzato, con l’acquisizione, ad esempio, di spazi mediatici importanti, come il servizio di Matteo Viviani per la trasmissione televisiva Le Iene, mandato in onda il 5 novembre scorso, che attestava che le sigarette elettroniche, per lo meno quelle di marche più diffuse, non fanno male, almeno non quanto il fumo tradizionale. Ma il vero e proprio coup de théâtre è stato aver ottenuto l’endorsement di Umberto Veronesi, uno dei più famosi scienziati italiani e un vero e proprio personaggio pubblico attivo da sempre nella lotta contro il cancro. Sulle e-cig, lo scorso 5 novembre si è svolto un incontro all’Istituto europeo di oncologia in cui veniva per la prima volta presentato l’esito di una prima ricerca pilota sull’impiego della sigaretta elettronica. Al termine dell’incontro Veronesi ha dichiarato: «Se tutti coloro che fumano sigarette tradizionali si mettessero a fumare sigarette senza tabacco, le sigarette elettroniche, salveremmo almeno 30.000 vite all’anno in Italia e 500 milioni nel mondo. Oggi stiamo dibattendo del più grave problema sanitario del nostro secolo: lo stop al fumo. Per questo abbiamo il dovere morale di studiare scientificamente la sigaretta smoke free, e all’Istituto europeo abbiamo deciso di farlo».

Insomma, la guerra tra le lobby del fumo tradizionale e della sigaretta elettronica procede e fa registrare vincite e sconfitte da ambo le parti: con la legittimazione del fumo elettronico nei locali pubblici da un lato, alla cancellazione, con un tratto di penna sull’emendamento approvato dalla Commissione Finanze del Senato della riduzione della tassa sulle sigarette elettroniche al 20 dal 58,5%. E la guerra tra le sigarette tradizionali e le e-cig si continua a combattere tra le politiche della salute, la tutela dell’imprenditoria e del lavoro, la difesa dei consumatori e le politiche fiscali relative ad un settore divenuto strategico per garantire entrate ai conti pubblici.

 

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