martedì, Settembre 21

Bielorussia tra Russia, Polonia e non solo field_506ffbaa4a8d4

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Ci voleva l’assassinio di un giornalista, per quanto evento non raro nell’ex Unione Sovietica, per attirare un minimo di attenzione sulla Bielorussia. Il piccolo Paese più strettamente legato alla grande Russia sotto ogni aspetto gode infatti, se non altro, di un’ormai lunga stabilità e relativa tranquillità sicuramente spiegabili almeno in parte con la stessa nomea che da tempo lo circonda: quella di ultima dittatura d’Europa. E’ una qualifica che gli viene ancora frequentemente assegnata benchè con decrescente fondatezza poiché la categoria tende nuovamente, oggi, ad espandersi. Che si tratti di uno Stato sostanzialmente autoritario è comunque fuori di dubbio, così come è certo che questa sua natura, deprecabile quanto si voglia, contribuisca ad assicurargli il godimento in questione.

Vi ha chiaramente alluso, una settimana fa, lo stesso ‘uomo forte’ che spadroneggia a Minsk da un ventennio abbondante: Aleksandr Lukashenko (in russo, ovvero Aljaksandr Lukashenka, in bielorusso), rieletto presidente della Repubblica per la quinta volta consecutiva nello scorso ottobre. Giustamente preoccupato per i conflitti e le tensioni che infuriano intorno ai confini nazionali, egli si è attribuito il merito di avere «stroncato ogni genere di manifestazioni negative per assicurare pace e tranquillità» almeno all’interno.

Appare poco probabile, salvo sorprese, che l’omicidio perpetrato mercoledì scorso nel centro di Kiev basti a turbare questa invidiabile situazione. La vittima, Pavel Sceremet, era un giornalista bielorusso ben noto per la tenacia e il coraggio con cui aveva denunciato i multiformi malanni non solo del suo paese, dove era stato incarcerato e poi privato della cittadinanza nel 2010. Oltre a portare avanti la contestazione rivolgendosi ai connazionali via Internet, l’aveva estesa anche alla Russia, dove si era rifugiato allacciando rapporti con un oppositore di punta come Aleksej Navalnyj e con un’altra vittima recente della repressione, l’ex vice premier russo Boris Nemzov. E all’Ucraina, dove aveva sfidato la prepotenza dei locali oligarchi più o meno ammanicati anche con gli attuali dirigenti politici.

Chi esattamente abbia voluto vendicarsi non sarà forse mai appurato, e non è naturalmente escluso che il crimine sia stato frutto di una generale collusione, al di là dell’inimicizia che divide almeno due delle tre parti presumibilmente interessate. L’evento cade d’altronde alla vigilia delle elezioni parlamentari in Bielorussia, che si svolgeranno tra la fine di agosto e metà settembre, ma difficilmente ne risentiranno, a giudicare da precedenti esperienze analoghe, anche se dovesse emergere qualche tangibile responsabilità di Minsk piuttosto che di Kiev o Mosca. Lukashenko e compagni sono stati finora confortati da un solido consenso popolare, gonfiato quanto si voglia ma verosimilmente non generato solo da manipolazioni, imposizioni e pressioni governative. Proprio in vista del prossimo test il regime ha promesso operazioni elettorali più trasparenti e pulite del solito, preannunciandone il controllo da parte di alcune centinaia di osservatori stranieri inviati anche da organizzazioni internazionali non comprendenti la Bielorussia.

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