lunedì, Settembre 27

Bielorussia, la seconda Ucraina di Lukashenko

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Ha l’eloquente nome di ‘tassa sul parassita’ il provvedimento che avrebbe scatenato un’ondata di proteste in Bielorussia. L’ultima – e la più controversa – ha avuto luogo a Minsk. Si tratta di una vecchia imposta sulla disoccupazione, di 250 dollari all’anno, la cui creazione risale ai tempi dell’Unione Sovietica: lo scopo era quello di scoraggiare ubriachezza e indolenza, punendo chi si rifiutava di lavorare.

Il Governo di Alexander Lukashenko, leader bielorusso al potere dal 1994, ha rispolverato l’antica gabella per far fronte alla crisi economica che colpisce il Paese, vittima delle sanzioni occidentali alla Russia, suo vicino e più stretto alleato e partner commerciale. Non è strano che il Presidente si ispiri a manovre economiche dell’epoca sovietica. Lukashenko, l’unico parlamentare bielorusso che con il crollo dell’URSS votò contro l’indipendenza del suo Paese da Mosca, ha per decenni voluto favorire un riavvicinamento sempre più stretto alla Russia.

Riavvicinamento indubbiamente incoraggiato anche dalla cultura del Paese: il russo è la lingua più parlata (affiancata dal bielorusso, meno diffuso ma pur sempre riconosciuto come seconda lingua ufficiale), e lo stesso nome storico del Paese – ‘Russia bianca’ – lo rende inscindibile dal passato imperiale, durante il quale lo Zar era appunto ‘sovrano di tutte le russie’, compresa l’Ucraina. Lukashenko, negli ambienti diplomatici, è soprannominato l’ultimo dittatore d’Europa, e persino in materia economica la Bielorussia può essere considerata l’ultimo erede europeo della pianificazione statale sovietica: un modello che ha ispirato persino il Venezuela di Chavez.

In ogni caso, forse anche a causa del suo sostanziale fallimento e in seguito alle proteste degli ultimi mesi, la tassa proclamata nel 2015 è stata sospesa il 9 marzo: dei 470.000 cittadini che avrebbero dovuto pagare, solo 50.000 lo hanno effettivamente fatto. A Minsk, un gruppo di attivisti facenti parte della piccola opposizione al regime si è radunato per protestare contro il Governo. La reazione delle forze dell’ordine è stata dura, con centinaia di arresti. Gruppi per i Diritti Umani hanno condannato la condotta della polizia.

Nonostante questo episodio, secondo ilWashington Postil regime si è mostrato stranamenteaperto’ alle proteste sul territorio bielorusso: da settimane molti altri cortei si svolgono senza problemi. Il cambio di rotta (Lukashenko ha generalmente reagito in maniera più brutale in passato) potrebbe segnalare una sorta di apertura alla democrazia e, quindi, all’Occidente europeo. Un matrimonio d’interesse per uscire dalla morsa della crisi economica potrebbe essere all’orizzonte.

Ci sono effettivamente degli episodi che potrebbero far sperare in un allontanamento del Paese da Mosca. Già nell’estate 2016, Minsk aveva dichiarato di volernormalizzarei rapporti con gli Stati Uniti d’America. Significativa fu anche, un anno fa, la visita di Lukashenko a Roma – la prima del Leader in un Paese dell’Unione Europea, dalla fine delle sanzioni UE verso alcune industrie bielorusse. In tale occasione il riavvicinamento fu dovuto al rilascio di tutti i prigionieri politici incarcerati dal regime e alle elezioni libere da violenza e minacce nel 2015, una novità per il Paese. L’obiettivo di Minsk era anche quello di ottenere un finanziamento da 3 miliardi di dollari del Fondo Monetario Internazionale.

Il sistema politico bielorusso, tenuto in piedi da massicci programmi assistenziali e voto di scambio, non avrebbe infatti retto al crollo del prezzo del petrolio, l’isolamento internazionale e l’indebolimento del partner russo del 2015. La fallimentare tassa sulla disoccupazione sarebbe una disperata misura per aumentare le entrate statali e alimentare l’esoso welfare del Paese.

D’altra parte la posizione geopolitica di Minsk ha consentito al Paese di fungere da crocevia di contrabbando che permetterebbe il parziale superamento delle sanzioni economiche introducendo merci proibite nel territorio russo. Ha stupito il Cremlino anche la decisione di Lukashenko di allinearsi con l’Ucraina per quanto riguarda la questione dell’annessione della Crimea.

Ci sono però segnali contrastanti. È comunque difficile che prestiti, apertura e fine delle sanzioni che l’Occidente può offrire possano compensare la perdita dell’immenso mercato russo che alimenta tutt’ora – anche se in maniera minore – l’economia bielorussa: basta dare uno sguardo alle variazioni nel PIL dei Paesi, e alla storia del progetto dell’Unione Economica Eurasiatica per rendersi conto della stretta integrazione delle due economie.

Con l’ago della bilancia delle relazioni internazionali che sembra pendere a favore della Russia, forse anche l’illusione di un’apertura di Minsk all’Occidente inizia a sparire. Lukashenko ha recentemente accusato i servizi segreti occidentali di fomentare le proteste. A detta delle autorità bielorusse, diversi manifestanti armati sarebbero stati addestrati in Polonia, Ucraina e Lituania. Si tratterebbe quindi di una classica ‘rivoluzione colorata’, un nuovo ‘euromaidan’ provocato da quinte colonne occidentali con lo scopo di destabilizzare una repubblica ancora troppo vicina agli interessi di Mosca.

È anche vero che, a dispetto dell’apparente ‘apertura democratica’, il Partito Liberal-Democratico, che supporta Lukashenko, ha proposto un referendum popolare per l’estensione del mandato presidenziale a 8 anni: segno che il Presidente intende, nonostante gli ammiccamenti a ovest, mantenere ben salde le redini del potere?

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