martedì, Agosto 3

Bielorussia e il passato sovietico che non vuole essere dimenticato Nuove proteste alla periferia di Minsk per impedire che Kurapaty si trasformi in un centro commerciale o in crocevia stradale

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Subito dopo palazzoni in stile sovietico ed appena qualche metro all’interno di un bosco, vi è un posto molto caro agli abitanti della capitale bielorussa. Si chiama Kurapaty. E’ il luogo in cui tra il 1937 al 1941 la Polizia segreta sovietica assassinò migliaia di oppositori politici, intellettuali e semplici contadini. Il numero delle vittime non è ancora stato definito: c’e chi asserisce che le esecuzioni siano state solo qualche migliaio, chi parla addirittura di 200.000 vittime, i cui resti sono ancora sparpagliati nel terreno all’interno  del bosco. Era il periodo del Grande Terrore, quando l’intera Unione Sovietica divenne un campo di concentramento e le vittime di Stalin milioni: secondo lo storico russo Dmitri Volkogonov, addirittura tra i diciannove ed i ventidue milioni, disseminati tra Russia, Ucraina, Bielorussia, Paesi baltici e le altre Repubbliche ex sovietiche.

La repressione sovietica in Bielorussia toccò il suo culmine proprio alla fine degli anni ’30, quando la Bielorussia occidentale, dopo l’invasione della Polonia da parte di nazisti e comunisti sovietici, fu annessa alla sua parte orientale e come Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa divenne parte dell’Unione Sovietica.
La violenza raggiunse livelli inauditi e si abbatté su migliaia di intellettuali, funzionari, contadini, sacerdoti che furono deportati in Siberia o giustiziati. L’insensatezza della repressione condotta dalla NKVD sovietica, arrivò anche a toccare gli stessi partigiani che avevano combattuto contro i nazisti che vennero accusati di tradimento e molti di loro condannati a decenni di lavori forzati. Ricostruire il numero esatto delle vittime della repressione in Bielorussia è impossibile, sia perché gli archivi del KGB (in Bielorussia esiste ancora il KGB) rimangono per lo più inaccessibili ai ricercatori, sia perché la condotta degli organi statali è abbastanza ambigua.  

Non è la prima volta comunque che i bielorussi protestano per impedire che Kurapaty si trasformi in un centro commerciale o in crocevia stradale: la prima volta nel 2004 e poi 2017, dopo che le autorità locali ridisegnarono i confini dell’area protetta, per permettere di costruire nuovi complessi commerciali ed abitativi. Ma la storia delle proteste legate a Kurapaty, va ancora indietro nel tempo, addirittura in epoca sovietica, quando nel 1988, dopo che emerse la verità sull’attività della NKVD in Bielorussia e venne alla luce la storia dei massacri effettuati nel bosco, ebbero luogo le prime manifestazioni anti-sovietiche.

Kurapaty è divenuto quindi, per molti bielorussi, il simbolo della lotta per ricordare il passato, contro la volontà delle autorità che preferiscono non scoperchiare temi che potrebbero creare qualche imbarazzo sia al Presidente Aleksandr Lukashenko -già deputato del Soviet bielorusso prima dell’indipendenza e che non ha mai negato il fascino del periodo sovietico-, sia al vicino russo, dove alla discussione pubblica e ad una accurata ricerca storica sullo stalinismo si preferisce un lento oblio.

Al di là di qualche pseudo scaramuccia, i rapporti tra la Bielorussia e la Russia sono ottimi. In realtà è la Bielorussia che dal punto di vista economico dipende dalla relazione con la Russia: compra a prezzi di favore gas e petrolio per quasi 6 miliardi di euro ed esporta nella Federazione russa macchinari, abbigliamento, alimentari, autoveicoli e trattori per più di dieci miliardi di euro. La Russia è la destinazione prima delle merci bielorusse e il fornitore principale.
Qualche giorno fa, a Minsk, si è svolta la riunione del Consiglio Supremo russo-bielorusso, al quale, oltre a Lukashenko e Putin, hanno partecipato i capi dei rispettivi governi, molti Ministri e dirigenti delle maggiori aziende statali ed è stata l’occasione per sottolineare la buona dinamica della cooperazione industriale e la collaborazione soprattutto nel settore energetico. Si è discussa anche la possibilità che la Russia costruisca una nuova centrale elettronucleare in Bielorussia.

Non desta in realtà molta sorpresa che Lukashenko non voglia riconoscere la vera portata dei crimini dell’era sovietica, se anche in Russia è alquanto difficile oggi approfondire i reali termini della repressione sovietica.
Sono temi che le Autorità cercano di lasciare sullo sfondo del dibattito e sicuramente non agevolano associazioni e singoli studiosi che intendono approfondire la ricerca. Una delle associazioni più attive è la NGO Memorial, che ebbe tra i suoi fondatori Andrey Sakharov e che conduce ricerche sulla storia della repressione politica. Memorial cominciò ad avere problemi già una decina di anni fa, quando la sede di San Pietroburgo fu sottoposta ad una lunga perquisizione e furono sequestrate numerosi documenti. I problemi si sono acuiti con l’approvazione nel 2012 della legge sulla sicurezza nazionale che considera le associazioni non governative che ricevono finanziamenti da soggetti non russi degli ‘agenti stranieri’ e subito dopo con il tentativo del Ministero della Giustizia di liquidare l’organizzazione.

Nonostante le difficoltà, Memorial continua ad aggiornare il database delle vittime del terrorismo politico in epoca sovietica ed ogni anno, alla fine di ottobre, organizza il giorno della memoria, quando centinaia di persone si radunano nel centro di Mosca, in piazza Lublyanka, nei pressi della sede dell’ex KGB, ed in fila, a turno, si avvicinano a un microfono pronunciando il nome di un uomo o di una donna: nome, cognome e patronimico, età e data di fucilazione.

Portare in primo piano la discussione, al momento, in Russia non è possibile, il tutto viene tollerato, ma deve essere fatto quasi sottovoce. Evidenziare gli episodi oscuri del passato sovietico può essere abbastanza impopolare, quando politici e media sono impegnati a risvegliare ed eccitare l’orgoglio nazionale.

Lo storico Dmitry Volkogonov, nonostante fosse stato un ideologo marxista-leninista, a capo del dipartimento di guerra psicologica dell’Esercito sovietico, dopo anni di ricerca pubblicò dati e numeri, smascherando, insieme ad altri studiosi, la versione ufficiale degli eventi narrata dalla storiografia classica, arrivando a ripudiare il comunismo e il sistema sovietico. Chi sa se ripudiare comunismo e sistema sovietico oggi in Russia e in Bielorussia sia altrettanto popolare.

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