lunedì, Ottobre 18

Biden: dimenticare l’Afghanistan I vertici militari hanno smentito il Presidente affermando che gli avevano consigliato di mantenere uomini sul campo, ma Biden prosegue dritto per la strada che conduce all'uscita totale degli USA dall'Afghanistan consapevole che una guerra contro due nemici sarebbe stata devastante

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Il Presidente congiunto dei capi di stato maggiore, il generale Mark Milley e il generale Kenneth McKenzie, comandante del comando centrale degli Stati Uniti, hanno contraddetto l’affermazione del Presidente Joe Biden secondo cui i migliori consiglieri militari non raccomandavano di mantenere una forza residua in Afghanistan.

Nell”audizione al Senato di ieri 28 settembre, entrambi i generali hanno affermato di ritenere che gli Stati Uniti avrebbero dovuto lasciare una forza residua di almeno 2.500 soldati e che Biden ha ricevuto tali raccomandazioni.

In una intervista a ‘ABC News‘ del 18 agosto, Biden aveva negato che la sua decisione di ritirare tutte le truppe dall’Afghanistan andasse contro il parere dei suoi migliori consiglieri militari.
Joe Biden «
ha ricevuto una serie di punti di vista sull’Afghanistan» dai suoi consiglieri militari e poi «come commander in chief ha preso la sua decisione, quella di ritirare tutte le truppe», ha detto la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, rispondendo alle domande dei giornalisti dopo quanto affermato in Senato dai vertici militari. Se avesse mantenuto a Kabul da 2.500 a 3.500 soldati, «avrebbe dovuto aumentare il numero e saremmo in guerra con i talebani», ha aggiunto Psaki.

L’Afghanistan continua, dunque, a perseguitare Biden e far discutere gli americani. L’affermazione di Psaki racchiude probabilmente il motivo vero per il quale Biden ha deciso, contravvenendo ai consigli dei suoi vertici militari, di ritirare tutte le truppe: rimanere sul campo avrebbe voluto dire a breve ritrovarsi in una nuova guerra in piena regola, anzi, in mezzo a due fuochi, da una parte i talebani, che comunque era evidente stavano acquisendo sempre più potere occupando poco a poco tutto il Paese, e dall’altra lo Stato Islamico-Khorasan (ISIS-K), propaggine afghana dello Stato Islamico, nemico giurato dei talebani, anch’esso in espansione. Biden deve aver valutato che nell’interesse, a medio e lungo termine, degli USA era meno gravoso andarsene che non restare con un contingente sia pure ridotto.

Prima l’attacco all’aeroporto di Kabul il 26 agosto, poi una serie di attacchi a Jalalabad, capitale della provincia orientale di Nangarhar e roccaforte del gruppo, sono lì a testimoniare chiaramente che «lo Stato Islamico-Khorasan è emerso come una chiara minaccia per gli afgani, la regione el’Occidente», afferma Anchal Vohra, editorialista di ‘Foreign Policy‘ esperto in Medio Oriente.
ISIS-K si sta espandendo con azioni di reclutamento decisamente importanti, in particolare tra talebani estremisti che si sentono delusi dalla loro organizzazione madre. Al momento si stima che possa contare su 1.500 o 2.200 combattenti, significativamente inferiore ai 100.000 combattenti stimati dai talebani. Ma l’organizzazione si preparata ad attirare i disertori e ad ingrossare i suoi ranghi. Nei primi quattro mesi di quest’anno, il gruppo ha compiuto 77 attacchi, secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan. Anche membri di altre milizie etniche potrebbero preferire unirsi allo Stato Islamico-Khorasan per combattere il loro nemico storico, i talebani. Inoltre, molti dei leader incarcerati del gruppo sono stati liberati mentre i talebani aprivano le porte delle prigioni per liberare le proprie forze, fa notare Anchal Vohra.
Douglas London, ex ufficiale delle operazioni antiterrorismo della CIA per l’Asia meridionale e sudoccidentale, sostiene che «Mentre l’attuale forza lavoro e le risorse dello Stato Islamico-Khorasan limitano la sua capacità di minacciare i talebani sul campo di battaglia convenzionale, le circostanze attuali favoriscono la sua campagna sotterranea e asimmetrica per mettere in imbarazzo e destabilizzare il nuovo governo nelle aree in cui Stato Islamico-Khorasan mantiene la forza, come Jalalabad e Kabul», ISIS-K sta facendo appello agli uzbeki, tagiki, uiguri.

Secondo alcuni esperti come Vohra, l’America non è pronta a combattere l’ISIS-K in Afghanistan. Se fossero rimaste truppe sul terreno è evidente che si sarebbero trovate a dover combattere da una parte i talebani -con praticamente nessuna possibilità di contrastare il loro ritorno-, dall’altra ISIS-K.

L’Amministrazione Biden ha detto che effettuerà attacchi oltre l’orizzonte dall’esterno dell’Afghanistan contro ISIS-K, ma non è chiaro quanto effettivamente questi attacchi con l’utilizzo di droni possano essere efficaci per combattere ISIS-K. Senza considerare che la guerra con i droni è nuovamente oggetto di dibattito negli Stati Uniti, considerando che queste armi si stanno dimostrando poco affidabili e mietono molte vittime civili.
I talebani sono convinti che Daesh non è una minaccia, lo ha confermato il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid: «Nessuno li supporta. In secondo luogo, il nostro combattimento contro Daesh è stato efficace in passato e sappiamo come neutralizzare le loro tecniche».

Intanto, il governo provvisorio talebano va avanti per la sua strada intransigente e sordo ai richiami internazionali. Il 22 settembre i talebani hanno annunciato diverse nuove nomine, anche a livello ministeriale. L’annuncio è arrivato il giorno dopo l’incontro degli inviati cinese, russo e pakistano con il capo del governo talebano, il mullah Hassan Akhund. «L’elenco dei nuovi nominati amplia leggermente la composizione del nuovo governo, poiché l’amministrazione provvisoria non è più composta interamente da sostenitori talebani. La maggior parte dei nuovi nominati non ha alcuna affiliazione precedente con il gruppo o non ne è membri di spicco», tuttavia, molti sono considerati simpatizzanti dei talebani, afferma Ibraheem Bahiss Consulente per l’Afghanistan di Crisis Group. «Con queste aggiunte, il nuovo governo ora conta quattro tagiki, due uzbeki, un turkmeno, un hazara, un nuristani (un gruppo etnico originario della provincia del Nuristan) e un khwaja (che rivendica il lignaggio arabo, i khwaja generalmente parlano il dari come lingua madre). Con un totale di 53 membri, questo gabinetto ampliato è un piccolo gesto verso l’inclusione delle minoranze etniche, sebbene sia ancora dominato dai pashtun». Qualche novità, dunque, ma che certo non permette di ritenere che i talebani siano disposti a costruire il governoinclusivoche avevano promesso. Il che significa, sottolinea Bahiss, «Senza alcun chiaro segnale che i talebani siano disposti a lavorare verso un modello di governance più inclusivo, i donatori rimangono comprensibilmente cauti nel conferire potere a un regime nelle prime fasi di quella che rimane una transizione incerta dalla militanza al governo».


Chiaro che le dichiarazioni dei generali di Biden determinano imbarazzo e saranno digerite molto male dalla
Casa Bianca, la quale, comunque, come i talebani, in maniera decisa va avanti per la sua strada, quella che prevede l’abbandono dell’Afghanistan al destino che i talebani gli riserveranno. Ci potranno ancora essere azioni con droni contro ISIS-K, piuttosto che qualche intervento per mitigare la catastrofe umanitaria già in corso, l’imminente collasso economico del Paese e la prospettiva di migrazioni forzate su larga scala. Ma Biden vuole dimenticare l’Afghanistan e con o senza l’approvazione del suo apparato militare,come commander in chief porterà a termine l’operazione iniziata in agosto.

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