sabato, Ottobre 23

Bersani e bocca di rosa image

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Giaguaro Bersani

 

Povero Pierluigi Bersani. Torna a far sentire la sua voce ed è come se l’Italia tornasse indietro di un secolo. A sentir lui le quote rosa (bocciate in Parlamento col contributo determinante del partito in cui fieramente milita) sono il perno fondamentale della madre di tutte le riforme, quella elettorale.

Il vecchio smacchiatore di giaguari dichiara infatti che «Se non c’è una spinta sulle regole, alla parità di genere non ci arriveremo mai» e che Berlusconi «se ne farà una ragione». Aggiungendo che, se gli accordi al Nazzareno li avesse concertati lui, «sarebbero venute giù le cateratte, avrei avuto titoli di giornali furibondi». Come se non fosse esattamente ciò che è successo a Matteo Renzi, travolto da un’ondata di indignazione mediatica per aver aperto la porta del Paradiso al diavolo tentatore.

In palese contrasto ad ogni logica meritocratica, riemerge l’uomo che ha portato il Partito Democratico ai minimi storici, perdendo elezioni che avrebbe vinto anche il mio caro vecchio gattone soriano. Il protagonista di memorabili piazzate, purtroppo di ferocia inversamente proporzionale all’effettiva validità delle carte tenute in mano. L’occultatore conto terzi di altre carte, potenzialmente vincenti che, opportunamente giocate nei tempi adeguati, avrebbero garantito al centro sinistra mille anni di Governo e all’Italia un periodo sufficientemente tranquillo per organizzare pazientemente la difficile rinascita.

Le carte di cui parliamo sono, per essere chiari, una politica meno indulgente con i Sindacati e più attenta al rapporto con il mondo imprenditoriale, nonché un atteggiamento meno spocchioso (aggettivo di estrazione romana che bolla inesorabilmente i supponenti senza motivo) nei riguardi dell’enorme bacino di voti controllato dal Cavaliere eterno.

Gli assi sono stati  gelosamente (non a caso uso questo avverbio) lasciati nel dimenticatoio, a favore del patto d’acciaio col desaparecido Niki Vendola, e ciò ha impedito che fosse cancellato una volta per tutte (e per via politica!) il beffardo satiro di Arcore e stoppato sul nascere il rivoluzionario da operetta a cinque stelle. Costringendo  invece  il suo legittimo successore, eletto Segretario a furor di popolo, a giocarsi la misera dote elettorale ricevuta in eredità scendendo a patti col diavolo, pur di salvare la baracca dove abitiamo tutti. Salvo ora dispensargli consigli pelosi e non richiesti.

Bersani, e come lui molti commentatori e opinionisti della carta stampata, fingono di ignorare che Silvio Berlusconi è ancora saldo, al suo posto di leader incontrastato del centrodestra. Chissà, forse sono tratti in inganno dall’immagine da inverno del patriarca che il caimano-giaguaro si è cucito addosso negli ultimi mesi, un anziano padre della Patria ormai distratto da progetti matrimoniali e preoccupato per l’imminente assegnazione ai servizi sociali. O forse fa loro comodo darlo a intendere, per minimizzare il pericolo che proviene da quelle latitudini e massimizzare il coefficiente di difficoltà di un giovane premier  che sotto sotto non apprezzano per tanti motivi, non tutti cristallini.

Lo ricordiamo al colto e all’inclita: in pendenza di una legge elettorale nuova non è praticamente possibile ipotizzare elezioni politiche nè letali crisi di Governo al buio. E la legge elettorale, su questo sono invece stranamente tutti d’accordo compreso il prode Bersani, non si può fare senza l’apporto di chi rappresenta, a tutt’oggi, un terzo dell’elettorato italiano, tanto più che un altro terzo è fuori dai giochi per manifesta esaltazione extraparlamentare.

Diceva il grande Fabrizio De Andrè nella sua ‘Bocca di rosa‘ che «la gente dà buoni consigli se non può dare il cattivo esempio». Ecco la dimostrazione che dai poeti c’è sempre da imparare.

 

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