martedì, Maggio 11

Bernardini: cari Orlando e Lorenzin, se ci siete, battete un colpo

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Notizie che non fanno ‘notizia’. La prima, da un dispaccio diffuso dall’agenzia Adnkronos. Se non l’avete letta e l’ignorate, dunque, è ‘solo’ perché giornali e televisioni non l’hanno ripresa: hanno deciso che dobbiamo sapere tutto sulla marca degli abiti indossati da Melania Trump o della carbonara mangiata nel ristorante romano dalla first daughter e il di lei marito; ma queste ‘notizie’ sono poco smart, prive come sono di glamour.

La prima ‘notizia’ che non ha avuto diritto di cittadinanza è relativa a uno sciopero della fame, iniziato giovedì scorso da Rita Bernardini, del Coordinamento di presidenza del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito. Ascoltiamola: «Questa volta lo sciopero della fame ha per oggetto non solo la situazione delle carceri e dell’esecuzione penale (sempre più illegali) ma anche il diritto alla salute di chi si cura con la cannabis terapeutica. E’ notizia di queste ore  che uno dei farmaci più usato dai pazienti, il Bediol, sia sparito dalla circolazione. A darmene notizia è stato Andrea Trisciuoglio, segretario di LapianTiamo, associazione con la quale da anni porto avanti disobbedienze civili per affermare il diritto alle cure».

Bernardini spiega che la ditta olandese produttrice del Bediol ha fatto sapere che prima di ottobre non sarà in grado di rifornire le farmacie europee «a causa di raccolti andati a male. In attesa che il ministero della Sanità fornisca risposte convincenti e risolutive ai malati affetti da gravi patologie, prosegue il digiuno e la mia ennesima coltivazione domestica. A questo proposito, è bene ricordare che nonostante le mie documentate autodenunce di violazione dell’art. 73 Dpr 309/90, sono da anni ‘impunita’, a differenza dei tanti che finiscono in carcere e sotto processo per coltivazione di marijuana, anche quando lo fanno per difendersi dalle carenze ed omissioni del sistema sanitario pubblico».

Seconda notizia che non fa ‘notizia’: all’ospedale Maggiore di Cremona è morto un detenuto che aveva cercato di impiccarsi in carcere. Si tratta di un tunisino di 35 anni, arrestato per furto. Avrebbe dovuto tornare in libertà il prossimo 31 dicembre.

Il segretario del Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria (SAPPE) Donato Capece ricorda che «ogni nove giorni un detenuto si toglie la vita in cella e ogni 24ore ci sono in media 23 atti di autolesionismo e 3 tentati suicidi sventati dalle donne e dagli uomini del corpo di polizia penitenziaria. Ma non vediamo soluzioni concrete a questa situazione».

Terza notizia che non fa ‘notizia’: secondo il XIII Rapporto Antigone ‘Torna il carcere’, sulla situazione degli istituti di pena italiani nel 2016 ci sono stati 45 i suicidi. Nei primi mesi del 2017 già 19, i casi.

Negli ultimi mesi, segnala Antigone, «è in netto aumento il numero delle segnalazioni pervenute sul diritto alla salute e il difficile accesso alle cure mediche nelle carceri italiane». In particolare il dossier cita 3 casi emblematici delle conseguenze tragiche della negazione del diritto alla salute: Alfredo Liotta, morto a 41 anni nel carcere di Siracusa e per il quale inizierà a breve il processo che vede imputati per omicidio colposo otto medici del carcere e il perito nominato dal Tribunale di Catania; Stefano Borriello, 29enne deceduto nel penitenziario di Pordenone per una polmonite batterica non adeguatamente trattata; A.A. in coma in seguito a un ictus i cui sintomi sono stati sottovalutati dal personale sanitario del carcere di Rebibbia.

Per quanto riguarda i suicidi, Antigone ne riporta i casi di cinque detenuti sottoposti a regime di isolamento. Youssef Mouchine, 30 anni, morto il 24 ottobre 2016 nel carcere di Paola, in provincia di Cosenza: «Caso è ancora da chiarire poiché la famiglia ha chiesto l’apertura di un’inchiesta». Youssef era a pochi giorni dalla fine della pena, non aveva mai manifestato tendenze suicide ma si era lamentato con la famiglia di maltrattamenti, dell’isolamento, del divieto di comunicare con i familiari. Inoltre, aggiunge Antigone, «la morte è stata notificata alla famiglia dopo la sepoltura, contravvenendo al diritto dei familiari di vedersi consegnare il corpo per procedere al rito funebre di loro scelta». Una persona transessuale di origine peruviana si è suicidata il 14 luglio 2016 nel carcere di Sollicciano a Firenze dove stava finendo di scontare la pena di una cella di transito, simile all’isolamento. Maurilio Pio Morabito, 46 anni, si è suicidato nel carcere di Paola il 29 aprile 2016: trasferito da un altro carcere, dove era stato aggredito e minacciato di morte, appena prima della morte aveva scritto a familiari e avvocato «dove diceva loro che non aveva alcuna intenzione di morire, ma se fosse accaduto avrebbe avuto l’apparenza di un suicidio». Il detenuto era in isolamento sotto osservazione costante. Il suicidio è oggetto di indagine. Un 25enne si è tolto la vita il 3 febbraio del 2016 nel carcere di Siracusa dove si trovava in isolamento in attesa di giudizio. L’ultimo caso è del 2017 e riguarda Sasha Z., 33 anni, morto il 3 maggio scorso nel carcere di Saluzzo: condannato per furto a meno di un anno di detenzione, era in isolamento da alcuni giorni.

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