lunedì, Ottobre 25

Berlusconi? Figlio della TV leggera

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Le persone esposte all’intrattenimento televisivoleggerosono quelli che, con più probabilità, voteranno per i partiti politici populisti. Questa la scoperta dei tre ricercatori e co-autori Ruben Durante dell’Universitat Pompeu Fabra e Sciences Po, Paolo Pinotti dell’Università Bocconi di Milano e Andrea Tesei della Queen Mary University of London. Mentre molti studi si focalizzano sull’impatto politico che hanno i telegiornali e le loro scelte contenutistiche, questa ricerca mette in luce la possibilità che l’esposizione a programmi di intrattenimento, quali quelli delle tv commerciali, come Mediaset, possa influenzare le scelte politiche di chi si trova davanti allo schermo.

“Se analizziamo Internet o Facebook, ad esempio, è chiaro quali siano gli elementi che agiscono lì, ovvero un forte protagonismo; quello che si fa fatica a capire è qual è stato l’impatto e che dimensioni ha la programmazione della tv di intrattenimento leggero sulla gente; probabilmente è andato di pari passo con la politica”, afferma Roberto Weber noto sondaggista e Presidente dell’Istituto Exè. I tre ricercatori hanno, infatti, investigato sull’intrattenimento televisivo leggero italiano, comprendente soap-opera ed altro, in un arco temporale che comprende gli ultimi 30 anni, ovvero, gli anni dell’introduzione ed espansione delle reti televisive Mediaset di Silvio Berlusconi. “I sondaggi sono di grande semplicità, estraggono dei campioni che si avvicinano all’universo di popolazione e le appartenenze politiche solitamente sfumano”, spiega Roberto Weber. “Abbiamo a disposizione degli strumenti di ponderazione ed alla fine otteniamo dei numeri e ipotizziamo che ricalchino quello che sta succedendo nelle dinamiche politiche”. “Un’analisi simile a questa”, realizzata a Londra dai tre ricercatori, “fu fatta subito dopo l’affermazione di Silvio Berlusconi, nel 1994; in quel caso si analizzava l’impatto della televisione nell’affermazione di Berlusconi e si stimavano cifre e numeri di voti connessi, quindi, direi che la cosa è nota”, afferma Weber. “Lo sappiamo tutti, le tv hanno contribuito in maniera significativa a creare quel nucleo di fidelizzazione, di ascolto e di attenzione dentro l’opinione pubblica che poi ha portato ad una netta affermazione di Berlusconi; non credo ci siano elementi di straordinaria novità”.

Gli studiosi si sono serviti di diversi metodi di ricerca, tra cui lo sviluppo ingegneristico di sofisticati software per simulare il segnale di propagazione tv ed un’analisi econometrica basata su un livello comunale dei dati elettorali e dei dati geo referenziali. Secondariamente, hanno analizzato, a livello locale, il grado di educazione e di attività economica della popolazione. Inoltre, hanno mostrato che, prima dell’entrata in scena di Mediaset, non ci sono casi pre-esistenti che rivelano una connessione tra voto ed intrattenimento. Hanno inoltre comparato i comportamenti degli elettori abitanti nelle regioni dove Mediaset era più diffusa, con quelli che vivevano in zone dove il network non era ancora disponibile. E’ emerso che coloro che avevano accesso alle reti prima del 1985, hanno votato per una media di 1 punto percentuale in più per Forza Italia rispetto a coloro che risiedevano nei comuni esposti al network più tardi rispetto al lancio ufficiale della rete. L’effetto è durato per oltre due decenni e per ben cinque elezioni. “Ciò che è più interessante è che quell’imprinting iniziale ha poi seguito l’intero percorso politico di Berlusconi”, dice Weber; “possiamo essere ragionevolmente certi che quel successo televisivo, avuto raccogliendo ed anticipando una dimensione fruitiva di gusto con tutti i valori che ha espresso tra gli anni ‘80 e ’90, ha costituito la base del suo successo e ha fatto sì che la gente abbia risposto in maniera puntuale quando ha caratterizzato poi la sua offerta politica”, continua lo stesso. “Quello che invece non sappiamo è quanto, poi, su quella base sono andate a sedimentarsi le sue azioni politiche”. “La sua abilità politica ha contribuito senz’altro; nonostante l’invecchiamento della sua base elettorale attuale, il fatto che il suo elettorato conservi delle caratteristiche fortemente nazional-popolari, fa sì che tutt’oggi riesca a raccogliere una dimensione che il PD, ad esempio, non riesce a prendere, i più ‘poveri’, i più disagiati, se li porta dietro”.

L’influenza dei canali commerciali è stata, altresì, particolarmente pronunciata sia per i più anziani che per i più giovani, sebbene abbia avuto effetto su questi due gruppi in maniera differente. «Le persone più anziane», spiega l’autore della ricerca Andrea Tesei della Queen Mary University, «sembrano essere finiti nella rete dell’intrattenimento leggero e sono gli stessi che, più tardi, saranno spettatori dei telegiornali in onda sugli stessi canali dal risaputo contenuto non propriamente obiettivo». Emerge, inoltre, dallo studio che gli spettatori con un’educazione inferiore (coloro che avevano rinunciato a completare gli studi superiori, in tal caso), votarono 3 punti percentuali in più Forza Italia rispetto alle controparti non esposte. Chi guardava quei canali, come i più giovani, ha votato 8 punti percentuali in più per Berlusconi, comparati agli individui della stessa età esposti al network tempo dopo.

I ricercatori si sono poi concentrati sugli effetti che la televisione ha avuto sui più piccoli rilevando che, i bambini esposti all’intrattenimento leggero, sono stati più svantaggiati a livello cognitivo nella loro vita. «I risultati suggeriscono che chi è esposto alla tv da bambino, è cognitivamente meno sviluppato, meno impegnato socio-politicamente da adulto ed anche più vulnerabile alla retorica populista di Berlusconi», continua Tesei. Sono risultati, infatti, meno sviluppati cognitivamente rispetto ai loro coetanei che non erano esposti così tanto a quei canali. Gli stessi bambini hanno inoltre riportato meno interesse nella politica e meno interesse ad essere coinvolti nel volontariato. “Conseguenze sui bambini ci sono, non c’è dubbio; la televisione ha un grande effetto sui ragazzini, tanta parte dell’immaginario, infatti, viene formato da personaggi e programmi”, dice Weber. I ricercatori, concentrandosi anche su un altro tipo di campione, hanno poi scoperto persino un più forte effetto sugli spettatori Mediaset che avevano già più di 55 anni allora; questi ultimi votarono in media un 10 per cento in più per Forza Italia, rispetto ai coetanei che non erano esposti a quel tipo di intrattenimento. Hanno evidenziato che le persone più anziane spettatori di quell’intrattenimento televisivo durante gli anni 80, erano il 16 per cento più probabilmente portati a guardare anche i telegiornali sui canali Mediaset (introdotti precisamente nel 1992) «e tradizionalmente pro Berlusconi», come scritto nella ricerca.

Anche Weber riporta una sua esperienza simile. “Facemmo una ricerca per le Assicurazioni Generali che si rivolsero a noi chiedendo di stimare se, il dirottamento delle risorse per la pubblicità sui canali Rai verso le reti commerciali, avrebbe potuto comportare, per la loro immagine molto strutturata, qualche elemento di appannamento” racconta; “trovammo conferma che, in quella fase lì, la televisione privata era vissuta come un fattore potente di modernità, al passo con i tempi della tv nazionale pubblica, e scoprimmo che un segmento del 1618% che era fortemente legata al canale commerciale, vedeva nelle reti di Berlusconi un simbolo di emancipazione personale, un creatore di ideali”. “Il credito di Berlusconi era altissimo in quel segmento, mentre, se si usciva da quel nucleo, la credibilità scemava”, continua Weber. “Fui colpito da questo nocciolo duro, dalle molte donne e dai molti giovani e, a dispetto di quello che la politica di allora diceva, c’erano molti lavoratori dipendenti; lui prese tutto, prese il popolo”. “Dopo si scoprì che, quanto più c’era un’esposizione alle reti Fininvest, tanto più il grado di adesione a Forza Italia cresceva; il massimo di esposizione corrispondeva ad un massimo di adesione”. “Ciò che si può vedere anche adesso è che Berlusconi ha avuto una sorta di ‘esercito’ che si ritira e lascia delle tracce e quindi, anche se si indebolisce, c’è comunque; è come se fosse un organismo pulsante, invecchia ma le pulsazioni ci sono ancora”, afferma Weber. “Io credo che un buon 60-70% lo voti fin dall’inizio, ed è lo stesso pubblico da sempre fruitore dei canali Fininvest”. “E’ quella quota che lo segue a dispetto di tutto, a dispetto del silenzio e del fatto che non hanno leaders; è come il sorprendente voto del 2013 in cui partirono indietro e raccolsero poi tutto l’elettorato che potevano raccogliere”.

La ricerca, però, ha messo in luce anche altro: gli autori hanno scoperto, infatti, che l’esposizione a questo tipo di televisione ha aumentato non solo il supporto per il partito berlusconiano, ma anche per gli altri partiti politici similari, ovvero con caratteristiche populiste. E’ emersa, infatti, un’analogia con quanto accaduto per il Movimento 5 Stelle sulla scena dal 2013. “Il Movimento è un luogo di sincretismo”, afferma Weber, “dentro c’è una quota rilevante di sinistra e di centrosinistra, una quota di destra e di centrodestra, ma quello che è più stupefacente è che dentro c’è una quota molto elevata di elettori che si definiscono di centro”. “I moderati sono finiti lì dentro ed una volta che si è dentro, è una sorta di frullatore; progressivamente, una quota di questa gente che ha diverse origini politiche si autodefinisce né di centro né di sinistra e così via; sono categorie finite”. L’effetto sul partito di Berlusconi è finito nel 2013 e parte delle stesse persone votanti per Forza Italia da anni, ha esibito un «forte supporto per il partito anti-establishment capeggiato da Beppe Grillo», come si evince dalla ricerca; nonostante le chiare differenze ideologiche, il «Movimento 5 Stelle e Forza Italia condividono distintamente una retorica populista, nonché la leadership di una persona fortemente carismatica». “Non mi stupisce che ci sia un collegamento di questa natura” dice Weber; “credo che uno dei messaggi più autentici del Silvio Berlusconi parlante ad un popolo vasto, è stato quello della progressiva cancellazione dell’appartenenza”. “Ciò che non hanno capito gli altri è ciò che stava andando distrutto, la vera disintermediazione ideologia, è stato bravissimo in questo”. “Dal 2013 una buona fetta dell’elettorato di Berlusconi ha votato il Movimento 5 Stelle perché ha visto in Grillo il leader che non avevano più dall’altra parte”. “È ragionevolissimo”, continua; “Grillo si proclama post ideologico, si fa portatore di grandissimo pragmatismo ma la differenza gigantesca tra i due è che, mentre il populismo di Berlusconi si fondava sul reclutamento di gruppi dirigenti vecchi della vecchia Repubblica, oppure per alcuni aspetti nuovi, ma comunque pezzi della società civile di alta qualità, Grillo non sta facendo la stessa cosa”. “Berlusconi porta l’avvocato pulito e il meno pulito ma li porta entrambi, è una classe dirigente un pezzo di Italia che ritrova riconoscimento; uno dei messaggi sotterranei è il teatrino della politica”.

In conclusione alla loro ricerca, quindi, gli studiosi affermano che dai risultati emerge una chiara relazione tra esposizione ad una tv caratterizzata da un intrattenimento leggero e le preferenze espresse in favore dei partiti a stampo populista e dei loro leader. “Dal mio punto di vista sono tante le cose classificabili come ‘leggere’”, dice Weber; “bisognerebbe capire cosa ha significato per questo pubblico, prima del significato politico, perché probabilmente c’è stato un messaggio meta-ideologico, la surroga di un messaggio che, dall’altra parte, si stava affievolendo, che era quello delle potenti ideologie”. “Berlusconi con le tv private non inventa ma asseconda un gusto che si andava semplicemente formando”. Tesei commenta dicendo: «Il contenuto dell’intrattenimento può influenzare le attitudini politiche e creare un terreno fertile per l’espansione dei messaggi populisti». “Questo è il primo grande studio sull’effetto politico che ha l’esposizione dei votanti alla ‘dieta dell’intrattenimento leggero’”. La scoperta dei tre ricercatori, insomma, sottolinea curiosamente una innegabile, sebbene non troppo nuova, connessione tra esposizione alla televisione commerciale e decisioni dell’elettorato attivo.

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