domenica, Maggio 9

Berlusconi in salsa shakespeariana field_506ffb1d3dbe2

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Più del ‘Don Giovanni‘ di Mozart (ma per la scrittura Lorenzo Da Ponte), ed anche più del ‘Don Juan et…‘ di Henri-Pierre Roché, il finale di partita del Cavaliere Silvio Berlusconi è già stato scritto ed affidato, un qualche tempo fa, a chi si nascondeva sotto lo pseudonimo di William Shakespeare. Forse un viaggiatore del tempo, visto come, e quanto, le vicende del Sire di Arcore ripercorrono, incrociandole, quelle del ‘King Lear‘ e del ‘Macbeth‘.

I cinque atti del primo testo, composti tra il 1605 ed il 1606, raccontano le vicende di Re Lear che divide il proprio regno tra i tre figli. Goneril, Regan, Cordelia. Con tutto quello che ne consegue. La storia, la tragedia, breve, del secondo scritto tra il 1605 ed il 1608, tratta pure, in maniera simile e diversa, la questione della brama di potere. Con tutto quello che ne consegue nei rapporti tra il Re Duncan di Scozia ed il proprio Generale, Barone Macbeth di Glamis.

Ora quel che resta del Regno di Silvio Berlusconi, Sire di Arcore, è appetito dai tre figli. Matteo, Matteo, Giovanni. Ciascuno a rivendicare, di fatto, la primogenitura. E, paradossalmente ma non troppo, ad avanzare le più fondate pretese sono quelli che non direttamente derivano dai suoi lombi. Il legittimo Giovanni muove dal feudo ligure, ma intanto Matteo il fiorentino lo fa da Palazzo Chigi, mentre Matteo da Giussano mostra di poter far man bassa più di chiunque altro del potente Regno che fu, macché Regno un Impero. Poca roba ora, ché le sue spoglie son già state in gran parte spartite, ma ne rimane ancora abbastanza da far gola. E dunque non sarà il Commendatore a portar via con sé, nell’Inferno in cui è giusto che dimori, il diabolico protagonista. Ma i ‘suoi‘.

Il Matteo lombardo è oggi, in generale e per quello che ci riguarda, in assoluta evidenza. Liquida il re-cavaliere in declino come chi ha ormai ha fatto il suo tempo. E quello, pateticamente, a proclamare l’ennesima ridiscesa in campo cui, probabilmente, non crede più neppure lui. Sta vincendo, a quanto pare, proprio questo Matteo rivendica. Come previsto, più del previsto. Tutto il resto è discutibile, e ciascuno può tirare la coperta (corta) dove gli pare, come di prammatica. Il suo dato più forte, ed in prospettiva giocabile su registri diversi, è l’evoluzione della strategia, tra soggetti politici diversi per Nord e Centro-Sud. Magari affiancati da una subliminale, ma non troppo, Forza Ruspa, nella prospettiva di una riassuntiva, globale, Lega Italia.

La novità è stato il cambio di passo. E la messa a regime delle neonate compagini parallele. I risultati elettorali concreti erano stati, sono, forti. Puglia, Comunali siciliane ed altre presenze. Ed anche quando non eclatanti, tali da costituire la base di un lavoro di effettivo insediamento. Che è stato, storicamente, alla base della vera forza della forza primeva, permettendo poi lo sviluppo del fenomeno attuale. Ed a partire da questo, questo Matteo ambisce a conquistare tutta l’eredità. Con buone, o almeno non trascurabili, possibilità.

(Ci sarebbe anche un quarto rampollo. Angelino. Ma, misericordiosamente, non intendiamo inzigare sulle disgrazie di famiglia, ché il figlio scemo capita anche nelle migliori. E questa non è che già di suo…).

 

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