martedì, Settembre 21

Berlino e la techno 40

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Berlino e la techno

Berlino – In una città vestita completamente d’autunno la luna piena e le luci psichedeliche sopra la porta di Brandeburgo hanno aggiunto una nota di colore in un cielo grigio di mezza stagione.  I festeggiamenti dello scorso 9 novembre per la caduta del muro si sono fatti sentire in tutti i sensi.  Sia per la confusione delle migliaia di persone che hanno intasato i mezzi pubblici sia per i numerosi concerti, organizzati o improvvisati poco importa, che hanno preso vita tra le strade della Capitale. Un famoso direttore d’orchestra e un DJ dalla notorietà internazionale si sono alternati su un seducente palco urbano, regalando alla città, al suo popolo e alle rappresentanze più o meno ufficiali, attimi di euforia da manuale. D’altronde in una città dove lo scenario musicale risulta fra quelli più frenetici e interessanti degli ultimi decenni non ci si poteva aspettare altrimenti.  Nel processo di riunificazione di Berlino e della Germania intera, la musica, i beats tecno-elettronici d’avanguardia arrivati nella giovane Capitale tedesca alla fine degli anni Ottanta, hanno giocato un ruolo rilevante all’interno di un momento storico in cui si professava la tolleranza, il valore della diversità e la libertà.

Venticinque anni fa cadeva il muro di Berlino, venticinque anni fa a Berlino esplodeva il fenomeno della musica technoFelix Denk e Sven Von Thulen, sono due produttori e DJ tedeschi che un paio di anni fa hanno firmato il libro “Der Klange Familie” (Il suono della Famiglia), una raccolta di interviste e chiacchierate con alcuni fra i più famosi sperimentatori musicali degli anni Ottanta che hanno fatto della Berlino di ieri la capitale europea della musica techno-elettronica di oggi.  Già prima della caduta del muro la musica aveva un importante ruolo all’interno dell’architettura sociale cittadina. Ma se nella Berlino Est il regime vietava qualsiasi forma sonora di origine occidentale e i dischi si compravano sottobanco e si potevano ascoltare solo nel silenzio ovattato delle mura domestiche, nella Berlino Ovest primeggiavano le sonorità rock di David Bowie, i beats elettronici dei Kraftwerk e l’Acid House che si suonava all’UFO, celebre locale illegale della fine degli anni Ottanta, fondato in una cantina di Kreuzberg dai pioneri della musica techno berlinese.

In una Berlino ancora divisa dal cemento si gettavano i primi semi per quello che sarebbe poi diventato un fenomeno musicale rivoluzionario. Eva Claudia Schweitzer, giornalista tedesca, in un articolo pubblicato su ‘Der Spiegel’ nei giorni scorsi, cosí descrive brevemente la vita culturale dell’epoca all’ombra del versante occidentale: «Berlino Ovest è stato l’unico paradiso socialista che abbia mai funzionato. Nonostante fosse divisa in tre parti, chiunque poteva trovare il suo spazio: stazioni radiofoniche alternative, movimenti culturali per i diritti degli omossessuali e delle lesbiche, giornali indipendenti di quartiere e pub politici rivoluzionari». La musica come comune denominatore in uno scenario così frammentato ed eclettico. Suonavano le orchestre e si suonava nelle cantine. Poi ci fu la caduta del muro e il suono della libertà divenne la musica techno. Musica dall’animo anarchico, ingrediente fondamentale all’interno dei nuovi equilibri culturali cittadini.

«La musica techno divenne la colonna sonora della riunificazione di Berlino per tre ragioni: l’energia cinetica dei suoi suoni, la magia dei posti in cui veniva suonata e la promessa di libertà che conteneva. La musica techno era simbolo di partecipazione, non c’era spazio per le gerarchie, non c’era spazio per le star da acclamare. L’individuo si perdeva nelle tracce e nei codici binari dei campionatori. Il DJ faceva parte del pubblico come della festa. La musica techno assicurava l’anonimato», così scrivono nella prefazione del libro i due autori Denk e Von Thulen. 

 Marco Mancassola, autore del libro Last Love Parade del 2005, descrive così la techno in un’intervista: «La techno è diventata musica del neoproletariato di massa negli anni ‘90, anche, e semplicemente, perché era economica (sia da produrre che da fruire – addirittura gratis nei rave illegali). Economica era anche l’ecstasy. Una musica che sembrava fatta per robot proprio come si sentiva, sempre più deprezzata e sostituibile sul mercato del lavoro, la gioventù del tempo. Però robot romantici, robot pieni di sensazioni, stimolate dalla portata drammatica di quella musica. Macchine sentimentali».

La Berlino post muro, la città che ancora bruciava del sapore metallico del confine forzato e del suo dolore, era la città giusta per andare oltre i confini delle più classiche sonorità da concertone di piazza. La città voleva ballare per dimenticare, per divertirsi, per riprendersi il tempo che la storia le aveva rubato. Berlino si stava trasformando in una discoteca a cielo aperto.

La musica non si suonava più clandestinamente ma si faceva voce delle più svariate subculture cittadine. Lo spazio per la libertà d’espressione non mancava: vecchi uffici e dismesse fabbriche del regime, appartamenti abbandonati, diventavano luoghi e non-luoghi in cui ci si concedeva il lusso di fare musica liberamente, senza le grosse etichette alle spalle, e di perdersi in un proprio personale microcosmo tra suoni digitali e luci stroboscopiche.  L’energia della riunificazione portava i punk e i soldati americani in una stessa stanza per ballare sotto lo stesso cielo e al ritmo della stessa musica.

I clubs si moltiplicarono, le manifestazioni in cui si celebravano la pace, il disarmo, la gioia, la musica come nuovi mezzi di comunicazione, come la famosa Love Parade, acquisirono sempre più importanza e i DJ ormai arrivavano da ogni dove, specialmente da Detroit e da Chicago, per ricostruire a colpi di beats il sogno della libertà. Berlino si stava trasformando in un brand per gli addetti al settore.

Oggi la musica techno berlinese è diventata più un fenomeno industriale che principale interprete di un movimento d’avanguardia. Le etichette discografiche fanno a gara per organizzare le migliori serate danzanti e paganti in cui si esibiscono i migliori Dj, che da anonimi produttori, come alla fine degli anni Ottanta, si sono trasformati in vere e proprie star,  fans sfegatati inclusi. I clubs ormai non sono più ambienti identificativi di culture suburbane ma luoghi di aggregazione per turisti in cerca dello sballo da fine settimana.

Sono passati venticinque anni ormai e gli entusiasmi della riunificazione si fanno sentire solo per le celebrazioni ufficiali. I tormenti ribelli giovanili, forza propulsiva di qualsiasi rivoluzione e di qualsiasi cambiamento, si sono spenti davanti alla gentrification, anche musicale, mentre la Berlino regina incontrastata delle notti techno europee diventerà tra poco solo uno sbiadito ricordo custodito tra le mura di qualche edificio industriale abbandonato.

 

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