venerdì, Aprile 16

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Non si discosta molto dal culto millenario dei Lari nell’antica Roma quello che sta accadendo in casa PD in queste ultime settimane.

Un suo ex Segretario, noto per il proprio immobilismo buonista, dopo aver dato alle stampe qualche libro neanche malvagio ed essere riapparso sporadicamente nelle cronache, vuoi per expertise sul delitto Pasolini, vuoi per catechizzarci come critico musicale e cinematografico (tutto, pur di avere un proprio orticello mediatico), si è ricordato d’improvviso di avere un titolo di studi che lo diplomava circa quarant’anni fa in cinematografia ed ha deciso di metterlo a frutto.

Non capita spesso un regista esordiente di 59 anni -avrete capito tutti che sto parlando di Walter Veltroni- il quale si lancia nel complesso obiettivo di rispolverare un Lare talvolta evocato ma poco praticato, in un partito che, in questo preciso momento storico, ha sbiadito, fino a ridurle a segni impercettibili, le proprie radici di sinistra.

Ed eccolo, con gli squilli di tromba, proiettare la sua opera prima, ‘Quando c’era Berlinguer’, nientemeno che al Quirinale, dove siede l’unico reduce ancora in SPE di un’epoca in cui il Partito Comunista Italiano era il più forte d’Europa. Eccolo anche protagonista di melensi amarcord di amichevoli critici cinematografici, o in articoli che olezzano di fiancheggiamento su tutti i media nazionali.

Veltroni ed il suo gemello/coltello D’Alema, ‘Quando c’era Berlinguer’ muovevano ancora i primi passi verso la scalata all’Empireo di quella cosa dal volto cangiante che, come in una marcia di avvicinamento/allontanamento, percorreva un itinerario zigzagante con la scheggia dell’altro Partito imploso, la Balena bianca DC.

Lungo è stato il cammino per approdare al Pd, così come tanti sono stati i vivissimi cadaveri lasciati sul campo fra Via delle Botteghe Oscure, Piazza del Gesù per approdare a via del Nazareno.

Quando c’era Berlinguer’ la compagnine del PCI stava saldamente alle Botteghe Oscure, di spalle a Palazzo Cenci Bolognetti, dove vi era l’omologo quartier generale democristiano; e Giorgio Napolitano era fra i miglioristi che, forse, pur chiamandosi così, non erano i migliori amici di Berlinguer, essendo essi un’ala minoritaria del Pci. Soltanto che, spesso, la storia ha amnesie e soffre di Alzheimer  -anzi ne è affetto chi la racconta-  e dunque, allontanandosi dalla cronaca immediata, si piega ad una narrazione quasi favoleggiante.

Già l’incipit del film, a chi lo guarda oggettivamente, senza farsi coinvolgere in una paragnosta operazione nostalgia, è un autodafé.

La mini-inchiesta, fra i giovani, che dimostri come la memoria di un Padre del Pci sia del tutto a loro ignota, serve soltanto ad accusare la stessa anima della sinistra di aver contribuito a farne dissolvere il ricordo, pur avendo avuto le redini della cultura italiana.

Perché far stingere il ricordo di chi guidò un grande Partito della sinistra – poi liquefattosi in molti rivoli, che rispuntano in ogni dove, persino in Forza Italia: ricordate, Enrico Bondi cominciò la sua carriera politica all’ombra della falce e martello – per poi ripescarlo dal dimenticatoio trent’anni dopo, forse per ammortizzare la disaffezione dei veci militanti? O trovare una nuova linfa vitale fra gli elettori, esaltando il lato pulito della politica?

Le nuove generazioni non hanno colpa di non sapere una mazza su un uomo che riuscì a tenere le redini del Partito dal ’72 all’84, se chi a lui era stato più vicino, in tempi meno lontani da oggi, non si è preoccupato di mantenere durevolmente nella storia e nella cronaca la figura di un segretario, sommesso nel tratto, lucido nell’analisi politica, i successori del quale non seppero replicarne le virtù.

L’hanno, sì, messo nell’altarino del Lare, ma ne hanno chiuso la porticina, preferendo che prevalesse lo spettacolo belluino del dilaniamento sfociato in Tangentopoli (Riposi in pace Gerardo d’Ambrosio) e poi precipitato in quel matrimonio morganatico per salvare capra e cavoli che ha dato vita a varie formule, oggi approdate nel PD.

Nessuno ha riflettuto che questo 2014 è un anno cruciale per gli anniversari di morte: perché, se è il trentennale dell’immatura e repentina scomparsa di Enrico Berlinguer, è altresì anche il cinquantenario della morte di Palmiro Togliatti, anche lui Lare del PCI  -morì a Yalta (Crimea, sic!) il 21 agosto 1964- e,  molti anni prima della morte di questo suo successore, l’unico comunista vicepresidente del Consiglio (di De Gasperi   -come lo fu Veltroni di Romano Prodi).

Solo che, mentre Berlinguer può essere indicato come l’artefice dell’allontanamento del PCI dall’orbita sovietica, dunque è politically correct, essendo scomparso 5 anni prima della caduta del Muro di Berlino, Togliatti nell’orbita sovietica ci sguazzava e voleva magnetizzarci l’Italia.

Tant’è che a nessuno è venuto in mente, pur in presenza del cinquantenario dalla morte, di montare un film-caso ‘Quando c’era Togliatti’. Perché, ad esempio, sarebbero state necessarie alcune imbarazzanti precisazioni sulla posizione del ‘suo’ PCI sui fatti d’Ungheria ed altre ‘bazzecole’ su cui non mi addentro. A suo onore, comunque, va riconosciuto il suo sangue freddo dopo l’attentato di Antonio Pallante, che rischiò di far piombare l’Italia nella guerra civile, cosa che non avvenne grazie alla proibizione rivolta da Togliatti, nel letto d’ospedale, ai suoi fedelissimi, di aizzare le folle. Che poi ci fossero motivazioni di mero calcolo politico, è un altro paio di maniche. Fatto sta che, su sua espressa volontà, furono evitati contraccolpi.

Dunque, fra i Lari, vi è una disparità di trattamento e Berlinguer era più facilmente santificabile.

Ma ci sono altre divinità romane protettrici il cui culto s’intrecciava con quella dei Lari: i Penati. Ma parlare di Penati (Filippo), in casa PD, apre orizzonti scottanti.

 

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