lunedì, Giugno 27

‘Berlinguer ti voglio bene’: tra politica, etica e società Del rilevante lascito del leader comunista, di cui oggi ricorre il centenario dalla nascita, due questioni restano attuali: la ‘questione morale’ e l'adesione dell’Italia alla NATO

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“Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando”

(P. Roth, Pastorale americana)

Enrico Berlinguer. Il 25 maggio è l’anniversario della sua nascita, 100 anni fa, stesso anno di mia madre. Nasce a Sassari, sardo. Ne ho conosciuti di sardi, gente tosta, indomita, orgogliosa. Un mio professore era sardo di Bauladu. Parlava poco ma era una persona integerrima. Un giorno in università feci per prendere la sua cartella da lavoro per andare a pranzo e mi redarguì! Lui a me, mica come tanti baroni a far strisciare fior di giovani sfruttati e trattati male a fa da portaborse per anni. La vita di Berlinguer termina l’11 giugno del 1984 mentre conclude la campagna elettorale per le elezioni europee. Venne colpito da un ictus. Morì pochi giorni dopo. Ripensandoci dopo tanti anni, riprovo una commozione mai più ripetuta. Ricordo perfettamente con chi e dove ero, lo vedevo in televisione arringare folle allora oceaniche. E piansi, lo confesso, l’unica volta che versai lacrime che venivano dal profondo per un uomo che era stato un grande leader politico. L’avevo visto ed ascoltato varie volte in grandi manifestazioni di popolo. Studenti ed operai uniti nella lotta. Mi sentii più solo, ed anche se non iscritto per divergenze, la vicinanza a molte delle sue posizioni me lo avevano reso una persona quasi familiare. Quando lo ascoltavo in quelle buie tavole rotonde politiche in una tv in bianco e nero rimanevo colpito dalla nettezza delle parole usate, dalle sue riflessioni e profondità. Senza fronzoli, allora il privato non era ancora il politico. Dopo diverrà sempre più il privato senza politica.

Oggi basta guardarsi attorno. Potevi non concordare ma era un gigante, un uomo un politico tutto d’un pezzo come si diceva una volta, oggi che i pezzi delle persone sono patetici fotogrammi. Leonardo Sciascia ne ‘Il giorno della civetta’ fa dire al padrino mafioso Mariano che manifesta il suo rispetto per il capitano Bellodi, protagonista del romanzo, “ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini…”. Berlinguer di sicuro tra i primi, per altri ieri ma soprattutto oggi privi di spessore qualità profondità morale basta guardarsi intorno. In politica e nella società. Facile e difficile dire di Berlinguer. Facile perché di levatura altissima, emblema di una politica che era impegno, ingegno, profondità, imperio morale, etica dei comportamenti. E tante bassezze. Qualcuno oggi prova a trovare addentellati con quelle figure di una temperie politica e sociale esaltante quanto tragica di bombe, terroristi, paese arretrato, ostico ai cambiamenti. Cui facevano da contro altare masse desiderose di importanti svolte sociali e culturali che hanno cambiato la storia italiana. Penso al 1° dicembre del 1970 con la promulgazione della legge sul divorzio, una svolta epocale che non distrusse affatto le famiglie, come straparlava lo sconfitto Fanfani ed una chiesa arretrata e sessuofobica. Anzi avrebbe liberato molti, innanzi tutto donne, dai vincoli di una morale borghese che praticava l’ipocrisia di fingere una ‘salda’ famiglia. Famiglie dietro e dentro le quali avvenivano drammi taciuti. Si pensi agli abusi e violenze sessuali verso mogli figlie nipoti. Con la Chiesa che provava a ricomporre il tutto dietro una micidiale ipocrisia di affetto ed amore. Insomma si doveva resistere cristianamente dinanzi ad una condanna della Chiesa che addirittura risaliva al 1208, quando papa Innocenzo III definì il matrimonio un “sacramento” a tutti gli effetti. Con la pretesa di parlare per tutti.

Nel maggio precedente inoltre c’era stata l’approvazione storica dello Statuto dei lavoratori, la legge n. 300 “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Legge poi svenduta e disapplicata nei decenni fino ad un mondo del lavoro odierno variegato e frammentato che ha perso molti di quei diritti sotto l’attacco di un neoliberismo che al grido di deregolazione e liberalizzazione, dei contratti nazionali di lavoro, dei diritti, della persona ne aveva cominciato a smantellare l’impalcatura. Anche per colpe della sinistra e di un fronte democratico incapace di cogliere cambiamenti ormai ineludibili. Con uno Stato complice o indifferente. Berlinguer era dentro a questi torni della storia di cambiamento delle condizioni e della vita nel paese. Nel 1940 si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza e nel 1943 aderì al Pci. L’anno seguente, gennaio del 1944 viene arrestato con l’accusa di essere il principale istigatore delle manifestazioni per il pane (erano anni durissimi di povertàsenza diritti) svolte nei mesi precedenti, restando poi in carcere quattro mesi. Poi nel 1948 entra nella direzione del partito e poco dopo diventa segretario della Fgci, la federazione dei giovani comunisti. Era un uomo battagliero quanto timido ed introverso, refrattario a qualsiasi mondanità. Una sorta di asceta laico. Nel 1958 Berlinguer entra nella segreteria del partito per affiancare Luigi Longo, vicesegretario e responsabile dell’ufficio di segreteria. Da lì il rapporto tra lui e Togliatti che si fidava di questo giovane dirigente sardo si fece quotidiano. Allora le cosiddette ‘chiese’ del Pci e della Dc come di altre formazioni politiche avevano organizzazioni di partito strutturate ed efficaci nel rispondere alle domande di un popolo rappresentato. Tutto ciò sulla scorta di altri fenomeni finirà per diventare oggi sempre più un affare privato di leader di partiti personali. Dove il nome ha sopravanzato strutture organizzazione disciplina messa in comune di idee tra loro conflittuali. Dove si esprimeva un’idea di società, di progresso, di capacità di intercettare domande e bisogni a cui fornire risposte adeguate, dopo l’uscita a pezzi da una guerra che aveva ridotto l’Italia e non solo, un paese dalle molte problematiche e richieste. Non tutte limpide legittime, ma dove se l’ideologia divideva il Paese in “democratici” contro comunisti, com’era la situazione dei blocchi post Guerra fredda, tenuti fuori a lungo dal governo del paese per volontà degli Usa, della Chiesa e di molte forze reazionarie, ma che in pari tempo imponevano decisioni e scelte di respiro ampio. E dove Aldo Moro comprese che con il controverso compromesso storico tra democristiani e comunisti era urgente per un allargamento del quadro politico a forze di massa non più oppositive. E Moro fu ucciso dalle Brigate rosse anche per questo, e molti di quelli che lo piansero non furono poi così disperati della sua fine tragica. Ma questa è una complicata oscura atroce storia di disarticolazione dello Stato dall’interno per la convergenza di comuni convenienze tra potere politico, mafia ed organizzazioni politiche terroristiche nere che devo omettere, e di cui sono emersi negli anni intrecci con la P2 di Licio Gelli e con Gladio (di cui faceva parte il Cossiga…) struttura parallela dello Stato allora poco democratico.

Del rilevante lascito di Berlinguer estrapolo due questioni. La prima andò sotto il nome di ‘questione morale’ generata dalla famosa intervista che Berlinguer dette ad Eugenio Scalfari, direttore di La Repubblica, in cui accusa senza mezzi termini la classe politica italiana di corruzione. Un atto d’accusa dirompente che trovò molti ostacoli esterni ma anche dentro il partito. Dal sitole parole suonano nette «Denuncia l’occupazione da parte dei partiti delle strutture dello Stato, delle istituzioni, dei centri di cultura, delle Università, della Rai, e sottolinea il rischio che la rabbia dei cittadini si trasformi in rifiuto della politica». Una lucidità senza sconti per alcuno. Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti. Cultura e comunicazione, università e Rai, le istituzioni ancora inquinate, le strutture dello Stato ostaggio oggi di bande varie, con i cittadini che hanno trasformato il loro disgusto, peloso perché tutti sono coinvolti senza verginità di comodo, in un progressivo allontanamento e contrapposizione alla politica, divenuta un vaffanculo collettivo dietro il quale manovrare a proprio piacimento facendo comodi affari coperti da molteplici complicità. Istituzionali, politiche, anche sindacali, in un tutti contro tutti. Poco più di 13 anni dopo esploderà quella classe politica sotto i colpi di ‘Tangentopoli’ con i socialisti, ago della bilancia e portatori di un progetto potenzialmente vincente di costruire altri asseti politici, purtroppo tra i protagonisti. Ma pure con tanti democristiani e pure i comunisti. Tutti a far soldi sporchi di corruzione per i partiti, perché la politica costava già molto. Berlinguer aveva posto per primo il problema già anni prima, precorrendo con grande acume i tempi. Nessuno lo ascoltò perché molti erano gli scheletri negli armadi della politica, leciti illeciti illegali criminali. Ma aveva ragione lui.

Visto il periodo di guerra con l’invasione della Russia all’Ucraina è poi tornata in auge una presa di posizione di Berlinguer usata oggi per scopi strumentali. Il tema è di rilevanza internazionale. Fa riferimento all’altrettanto nota questione dell’adesione dell’Italia nella NATO, mentre molti ne chiedevano l’uscita. Fece scalpore. Merita di essere accennata. Nonostante un giudizio negativo del Pci negli anni ’70 su NATO e Stati Uniti, allora condiviso con i secondi che sobillavano colpi di stato in molti paesi, su tutti l’America latina, non si chiese più l’uscita dell’Italia dal Patto Atlantico sottoscritto nel 1949, in piena Guerra fredda. Si chiedeva in realtà di più, ovvero il superamento di entrambe le alleanze militari, NATO e Patto di Varsavia il blocco comunista ad Est. Nell’intervista di Berlinguer a Giampaolo Pansa del Corriere della Sera pochi giorni prima delle elezioni politiche del giugno 1976 in cui il Pci arrivò vicinissimo alla Democrazia Cristiana, Berlinguer scandì «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico… mi sento più sicuro stando di qua». Berlinguer fido atlantista? Fine della questione? Molti l’hanno voluta raccontare così, in malafede in un giornalismo ancor più schierato di oggi. Il tema è però con onestà più articolato. Difatti proseguendo Berlinguer affermò che se «all’Est, forse vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro (in Occidente) alcuni (chi saranno secondo voi, magari gli Usa, mio?) non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà» dando luogo alla famosa ‘conventio ad escludendum’, l’escluso doveva essere il Pci per mano americana, della NATO, della Chiesa, della Dc e di molti altri, oscuri e pericolosi o meno. Andato in tv lo stesso giorno dell’intervista, Berlinguer articolò ancor meglio il concetto affermando che vi erano «tentativi di interferire nella libera scelta del popolo italiano» pure in Occidente ricordando con estrema chiarezza che «questo Patto Atlantico che viene presentato come scudo di libertà è un patto che ha tollerato per anni la Grecia fascista, il Portogallo fascista». Di una chiarezza che dovrebbe far riflettere i tanti che oggi vomitano odio contro Putin, con tutte le ragioni del caso, e che asseverano qualsiasi posizione che NATO e Usa impongono. Sin dagli anni ’70. Per chi voglia capire con maggiore onestà anche oggi che si combatte una guerra d’invasione simile a tante altre, scatenate dal fronte democratico per imporre il proprio comando sul mondo non allineato o critico. Quel passaggio del Pci verso un ‘socialismo nella libertà’ era stretto tra un Est autoritario, ieri come oggi, ed un Ovest a libertà limitata, dagli americani. Di qui si scatenò la cosiddetta ‘strategia della tensione’ da parte di pezzi di Stato collusi con mafie ed organizzazioni terroristiche nere per impedire una presa del potere democratico con tutti i mezzi. Difatti il 27 giugno di quell’anno al G7 di Puerto Rico i leader di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Germania Ovest di riunirono in segreto condividendo misure punitive da prendere nel caso in Italia il Pci fosse andato al governo.

I media poco liberi edulcorano quell’intervista sottolineando solo l’adesione alla Nato ed oscurando il tema scivoloso sulla democrazia dimezzata dei Paesi occidentali. Non un bell’esempio per chi ieri come oggi da tutte le tv si erge a difensore della ‘debole’ Ucraina contro l’orso russo. Questo evento ha lo stesso nome ad Est come ad Ovest, è una stampa non libera, propaganda, manipolazione. Se poi ci aggrappa alle finalità diverse, è un problema, perché si distorce comunque la realtà e le sue verità. È importante non dimenticarsene mai.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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