giovedì, Maggio 13

Benvenuti al suk

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Semplici notazioni, dopo l’atteso confronto in tv tra Beppe Grillo e Bruno Vespa. Semplici, ma speriamo non banali. La grande filosofa e scrittrice tedesca di origini ebraiche Hannah Arendt  scrisse qualcosa di terribilmente importante sulla banalità del male, a margine del processo contro il criminale nazista Adolf Eichmann, tenutosi nel 1963 in Israele.

Sento già venire a galla, e le immagino espresse con lo stile aggressivo-affabulatorio ormai cifra del nostro tempo, le prime proteste. Cosa c’entra adesso il criminale nazista? Disinformazione! Vergogna!

Niente. Il nazismo non c’entra niente. O quasi. Mi è venuto in mente quello straordinario libro per una sola ragione, che ne è poi il leitmotiv, il tema centrale. Vale a dire la riflessione dell’autrice, secondo cui la stragrande maggioranza dei tedeschi che abbracciò la follia hitleriana non lo fece perché predisposta al male per carattere, per cattiva indole. Ma per la sostanziale incoscienza del tremendo valore negativo indissolubilmente connesso al proprio comportamento in quel frangente cruciale.  

Quale tipo di consapevolezza di sé può ricavare un popolo  già messo al tappeto da una gestione ignobile e perdurante della cosa pubblica, assediato da scandali quotidiani e per giunta  frastornato da talk show ora melliflui, ora urlati, mai davvero funzionali alla conoscenza della realtà? Quel rumore di fondo ormai sgradevolmente abituale che precipita, ogni maledetta sera, il popolo televisivo in un virtuale suk mediorientale popolato da furbi affabulatori levantini che ti tirano la giacca da tutte le parti, pronunciando giaculatorie incomprensibili ed aggressive?

Nel  1960 si svolse in America un evento (ma allora nessuno lo chiamava così), rivelatosi in seguito l’archetipo seminale, il padre di tutti i dibattiti, l’esordio detonante della politica nelle sconfinate praterie televisive: il duello pre-elettorale tra John F. Kennedy e Richard Nixon, in palio la poltrona di Presidente degli Stati Uniti. Come tutti sanno, JFK ne uscì vincitore e fiumi di parole sono stati spesi sulle motivazioni , evidenti e meno evidenti, del successo conseguito dal giovane, affascinante senatore democratico e su quanto pesò nella vittoria finale, di strettissima misura, quel confronto.

Fu la forza degli argomenti espressi da Kennedy a decidere il duello o la sua indubbia superiore efficacia mediatica? Probabilmente entrambe le cose. Fatto sta che, andate a rivederlo su Youtube, furono due ore di politica reale, concreta, comunicata a milioni di persone con estrema chiarezza.

Tra poco gli italiani saranno chiamati a esprimere un giudizio di tipo elettorale. In chiave europea, certo, ma come sempre nel nostro paese fatto a scatole cinesi, carico di significati ben più pesanti.

E lo faranno dopo aver superato l’ultimo quadro del tunnel degli orrori, la bottega del commerciante più anziano e scaltro del suk, estenuati e senza aver avuto la possibilità di valutare in un reale confronto di proposte ed idee, il da farsi. Perché?

Grillo, come previsto, ha indossato estraendolo come Eleanor Rigby dal recipiente dove era stato riposto per qualche anno, il volto umano dell’incazzatura e lo ha sfoggiato ad uso e consumo della piazza televisiva, inscenando con Vespa  un duetto che, personalmente, ho trovato al limite dell’osceno. Due anziani boss consapevoli del dominio esercitato mediaticamente su masse di segno forse diverso ma identicamente controllate. Il che, in mancanza di idee e progetti politici seri, rende illusorie le presunte differenze di sostanza tra gli attori protagonisti dello show,  diversità virtuali come i mezzi di comunicazione che ne sono veicolo.

Gli attori ammiccano, fingono la parata e risposta come vecchi pugili un po’ suonati a un celebration party, sparano battute. Di tutto si parla meno che di politica, che oggi è la vera parolaccia italiana per eccellenza, mica il vaffanculo, l’argomento che basta appena accennare se vuoi ricevere in risposta una smorfia di disgusto o un risolino sarcastico, dai più educati, s’intende.

Peccato che, a rivoluzioni fatte o non fatte, su cumuli di macerie fumanti e insanguinate o davanti a montagne di riforme da mettere in atto con le maniche rimboccate e la fronte sudata, sarà sempre e comunque la politica che, in un modo o nell’altro, ci dovrà salvare.

E allora, a luci spente e a musica finita, conterà solo chi sarà in grado di lavorare e costruire nell’interesse dell’Italia.       

 

 

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