sabato, Giugno 19

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FILCA

Rilocalizzare è una soluzione? Il 10 ottobre 2013 presso il Ministero dello Sviluppo Economico è stato siglato un accordo, tra Claudio De VIncenti, alla presenza di Carlo Dell’Aringa per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. I due sottosegretari hanno sottoscritto un accordo con i rappresentanti delle regioni Puglia e Basilicata, con le parti sindacali e la Società ‘Natuzzi Spa’. Al tavolo era presente anche la Confindustria. 

«Creazione di newco con il rientro in Italia di produzioni delocalizzate in Romania; realizzazione di componenti d’arredamento e creazione di nuove attività imprenditoriali; rientro in azienda per 220 addetti e mobilità volontaria incentivata per 600 lavoratori, dei 1.726 annunciati a luglio». L’area interessata si trova tra le province di Bari, Taranto e Matera.

«L’accordo prevede che dagli iniziali 1.726 esuberi si passi a 600, per i quali è prevista la mobilità volontaria e con incentivi tra i 20mila ed i 35mila euro. Poi ci sarà la creazione di due newco: una realizzerà una linea di divani attualmente prodotta in Romania (500 dipendenti nel 2014 che cresceranno fino a 700 nel 2018), l’altra componentistica d’arredo (150 addetti). La creazione di nuove attività sarà favorita dai 101 milioni di euro previsti dell’Accordo di programma sottoscritto a febbraio, con il reimpiego di circa 150 lavoratori. Infine Natuzzi ha deciso di richiamare in azienda 220 dipendenti».

La società interessata dall’accordo è, ovviamente, Natuzzi SpA, leader del settore dell’arredamento e del segmento del divano in pelle. Esporta il 90% del suo fatturato in 123 Paesi e intende ‘tornare’ nel distretto murgiano del salotto, che contava 2.2 miliardi di euro nel 2003 e oggi è in crisi profonda. Le ragioni si possono rintracciare nell’andamento negativo del settore immobiliare, che ha un impatto diretto sull’acquisto di arredi, nella qualità dei prodotti durevoli di alta gamma (si acquistano meno prodotti di alto livello qualitativo anche in virtù della precarizzazione delle soluzioni abitative), degli effetti della globalizzazione, delle forme improprie di concorrenza. Certamente conta anche la questione del costo del lavoro, che in Italia è molto elevata, ma il problema non è solo questo. 

Abbiamo intervistato il Segretario Nazionale di FILCA Cisl, Paolo Acciai, che ci ha spiegato i punti chiave dell’accordo, rispondendo alle domande sull’accordo in questione. FILCA – Federazione Italiana Lavoratori Costruzioni e Affini – è «la Federazione di categoria della CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori) che organizza gli addetti dell’edilizia, dell’industria del legno, del cemento, dei laterizi, del marmo e della pietra».

Le iniziative della stessa Natuzzi volte a recuperare mercato non hanno finora sortito gli esiti sperati.«Se è infatti vero – dice Acciai – che la fascia alta delle produzioni e del made in Italy ha resistito alla crisi generalizzata, il segmento medio-basso ha invece risentito pesantemente della contrazione degli acquisti».

Estraiamo dal sito FILCA anche una dichiarazione sul fenomeno dei lavoratori cassintegrati «impiegati in nero in aziende contoterziste in affari con “l’azienda-madre”: accade in Basilicata e in Puglia, nel Distretto del salotto». Conosciamo il fenomeno, balzato recentemente alle cronache anche televisive. Un fenomeno che però era già noto a livello locale e al quale l’accordo di ottobre vuole rispondere con un segnale di trasparenza?

Segretario Acciai, quali sono i punti innovativi di questo accordo? 

Il progetto di riorganizzazione media tra una parte di RSI e una parte di valore sociale vero e proprio. Parliamo di corporate social innovation, CSI e non CSR, un’innovazione sociale che intende innovare i modelli, soprattutto. 

Nel polo murgiano si osservano alti livelli di disoccupazione, portati dalla cattiva abitudine di ricorrere facilmente alla cassa integrazione. In quell’area ci sono lavoratori che percepiscono l’indennità da dieci anni. Questo costituisce un fertile terreno per la deresponsabilizzazione e l’illegalità. L’accordo del 10 ottobre rappresenta dunque un’inversione di tendenza – e speriamo che possa diventare un modello – per riprendere a lavorare in Italia, nonostante la crisi.

Crisi che fatichiamo a definire contingente, è ormai strutturale…

Diciamo che le aziende che sopravvivono a questa fase lo fanno investendo in innovazione. Faccio un esempio concreto: poltrona Frau è una specie di ‘Ferrari’ delle poltrone e dei divani. Perché ha questo successo? Non solo per la qualità del prodotto o perché si propone in un segmento di alto livello di prezzo. Soprattutto grazie alla costante capacità di tenersi aggiornata, sempre in grado di rispondere a un mercato in evoluzione con prodotti che si adattano al gusto del destinatario. Se si vive in un appartamento in affitto – dunque temporaneo – non lo si vorrà arredare con mobili di pregio. Al contrario, la gamma alta di produzione prevede prodotti durevoli e originali, anche personalizzati se possibile, che siano anche oggetti di prestigio. Entriamo poi nella questione del carattere imprenditoriale delle attività.

Prima, però, le vorrei chiedere quanti saranno gli occupati che rientrano in fabbrica e in che modo la riapertura di produzioni Natuzzi in Puglia e Basilicata può fare ‘bene’ al territorio

Il Piano Industriale di Natuzzi prevede la razionalizzazione del proprio assetto produttivo e logistico, con un’azione di moving line. Saranno dunque razionalizzati i processi produttivi. Cosa significa? Che si investirà in innovazione, in ricerche di mercato, per una migliore conoscenza del mercato – specie estero – e che l’impresa si impegna anche nei processi di CSR -con forme innovative. Natuzzi sosterrà a livello locale delle ‘newco’ alle quali saranno affidate parti delle produzioni di divani e complementi di arredo (di gamma medio-bassa) che seguiranno il piano diu rientro del ‘Piano di Salvaguardia Polo Italia’ secondo un piano temporale di un anno circa. 

Torniamo alle ragioni della crisi

Sintetizzo: la poca competitività italiana si deve anzitutto alla nostra classe imprenditoriale e al suo modello produttivo antiquato e che non va più bene. Frau – per esempio – vince la sfida della competitività perché fa ricerca e sviluppo, non perché ‘impone’ ed esporta un modello autoreferenziale. Secondo fattore: se si delocalizza solo per il costo del lavoro – che in Italia è obiettivamente alto – e si vanno cercando altri Paesi dove produrre, si rischia di diventare ‘nomadi’ dell’imprenditoria, sempre in cerca di nuovi siti dove fare impresa. La crisi si affronta considerando tutti i livelli e tutti i problemi, portando la massima attenzione alla questione della responsabilità sociale. Un tessuto sociale vitale è un buon presupposto per garantire occupazione e anche la sopravvivenza del mercato, specie in fascia medio-bassa, creando nuove relazioni sociali ed economiche per creare una stabile economia collaborativa.

 

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