giovedì, Agosto 5

Beni ebraici e l’Italia dal 1938 .2

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…Il primo decreto che pose le basi per l’attività di restituzione, di risarcimento e di riparazione fu emanato il 20 gennaio del 1944: il regio decreto-legge n. 25 «Disposizioni per la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica», pubblicato poi sulla ‘Gazzetta ufficiale’ in data 9 Febbraio 1944, nel quale vennero abrogati una prima serie di regi decreti-legge e di leggi che facevano espresso riferimento al concetto di razza, e che, sulla base di questo, imponevano trattamenti e situazioni di discriminazione. Il principio fondamentale risultava poi espresso nelle ultime righe dall’articolo, dove veniva affermata esplicitamente la reintegrazione nel pieno godimento dei diritti civili e politici eguali a quelli di tutti gli altri cittadini, dei cittadini italiani che l’articolo 8 del famigerato decreto-legge 1728 del 1938 dichiarava appartenenti alla razza ebraica o comunque considerati come tali. Le innovazioni presenti in tale primo decreto furono numerose, e tutte di massima importanza. Attraverso esso fu affermata la riacquisizione di pieno diritto della cittadinanza per coloro che se l’erano vista revocare in seguito ai provvedimenti del 1938; tutte le annotazioni di carattere razziale presenti nello stato civile vennero considerate inesistenti e fu sancita la riammissione in servizio di coloro che erano stati dispensati a seguito dell’applicazione di qualsiasi disposizione di carattere razziale. La disposizione riguardante i procedimenti penali in corso per violazioni delle leggi razziali prevedeva l’estinzione delle eventuali condanne relative alle suddette violazioni pronunciate con sentenza passata in giudicato che persero ogni efficacia giuridica.

Fu Badoglio a dettare nel 1944 le prime 22 norme volte a rendere giustizia agli ebrei perseguitati: con lo strumento del Regio Decreto legge, «quasi un atto riparatore di Casa Savoia verso le leggi razziali di cui era stata complice» con la rimozione delle disposizioni illiberali verso i diritti civili e politici della minoranza ebraica in Italia per giungere ad una definitiva scomparsa dei provvedimenti normativi emanati contro gli ebrei nel periodo fascista; completate soltanto nel 1987, con la definitiva estinzione anche degli aspetti meno rilevanti e centrali. Il 27 Luglio venne arrestato il direttore generale della Demorazza La Pera, perno centrale della politica antiebraica del regime; nonostante ciò, la Demografia e Razza sopravvisse e con essa la legislazione razziale. Alcune disposizioni amministrative vennero assunte dal Governo Badoglio: revocato il divieto per gli ebrei di soggiornare in determinate località turistiche, la restituzione, su richiesta, degli apparecchi radio confiscati in precedenza.

Soltanto nel Settembre del 1943, dopo il trasferimento del governo a Brindisi, venne avviata l’attività di elaborazione e di studio necessaria per procedere all’effettiva abrogazione delle leggi razziali. Il 2 Ottobre furono disponibili tre stesure preparatorie dei successivi decreti-legge, destinati a rappresentare il primo passo ufficiale del Governo italiano verso l’abolizione delle disposizioni antiebraiche.

Il base al regio decreto-legge n. 25, intitolato «Disposizioni per la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica», che venne pubblicato sulla Gazzetta ufficiale in data 9 Febbraio 1944, vennero abrogati una prima serie di regi decreti-legge e di leggi che facevano espresso riferimento al concetto di razza, e che, sulla base di questo, imponevano trattamenti e situazioni di discriminazione. Il principio fondamentale risultava poi espresso nelle ultime righe dall’articolo in analisi, dove veniva affermata esplicitamente la reintegrazione nel pieno godimento dei diritti civili e politici eguali a quelli di tutti gli altri cittadini, dei cittadini italiani che l’articolo 8 del famigerato decreto-legge 1728 del 1938 dichiarava appartenenti alla ‘razza ebraica’ o comunque considerati come tali. Fu affermata la riacquisizione di pieno diritto della cittadinanza per coloro che se l’erano vista revocare in seguito ai provvedimenti del 1938; tutte le annotazioni di carattere razziale presenti nello stato civile vennero considerate inesistenti e fu sancita la riammissione in servizio di coloro che erano stati dispensati a seguito dell’applicazione di qualsiasi disposizione di carattere razziale. I procedimenti penali in corso per violazioni delle leggi razziali venivano estinti e le eventuali condanne relative alle suddette violazioni pronunciate con sentenza venivano passate in giudicato. Vennero rimosse inoltre alcune delle situazioni più vergognose che le leggi razziali avevano imposto alla minoranza ebraica, come il criterio di classificazione della razza e le annotazioni presenti negli archivi. Il successivo provvedimento destinato a continuare l’opera di reintegrazione dei diritti della minoranza ebraica; il Regio decreto-legge in questione fu il n. 26 «Disposizioni per la reintegrazione nei diritti patrimoniali dei cittadini italiani e stranieri già dichiarati di razza ebraica o considerati di razza ebraica per regolamentare l’aspetto patrimoniale della questione ebraica che emanato il 20 Gennaio 1944, fu infatti pubblicato circa nove mesi dopo. La decisione fu presa dalle autorità italiane con la Commissione Alleata di Controllo, con la motivazione di voler evitare possibili rappresaglie da parte dei tedeschi sugli ebrei viventi nei territori non ancora liberati. In effetti, la maggioranza degli ebrei risiedeva ancora nei territori occupati o compresi nella Repubblica Sociale Italiana, mentre solo una minoranza era presente nelle aree meridionali.

Durante la liberazione di Roma, il 4 Giugno 1944; in tale città si trovava infatti la principale comunità ebraica del Paese, che aveva subito i gravi effetti dell’applicazione della normativa emanata dalla RSI e delle razzie compiute direttamente dai tedeschi. La situazione, in seguito alla liberazione della città, era critica e necessarie si resero delle misure che andassero ad operare per una sollecita restituzione di alloggi e beni mobili, necessari a quegli ebrei che erano stati costretti ad abbandonare tutto per sottrarsi alla deportazione nei campi di sterminio. Gli ebrei, pur reintegrati nei loro diritti, non potevano rientrare in possesso delle proprie abitazioni forzatamente abbandonate nei mesi dell’occupazione tedesca, e la grave situazione presente in tutta la penisola non permetteva di poter aspettare ulteriormente. L’attività dell’Ente di Gestione e Liquidazione fu proseguita per il raggiungimento degli scopi indicati nel decreto stesso e cioè, principalmente, la cura delle attività legate alla restituzione degli immobili trasferiti all’Ente stesso fino alla fine del 1944. Tutti coloro i quali, in seguito al regio decreto-legge n. 126/1939, avevano operato il trasferimento di beni immobili all’Ente, erano ammessi a chiedere la retrocessione a loro favore entro un anno dalla conclusione dell’armistizio; in seguito a tale richiesta dovevano essere restituiti gli speciali certificati trentennali rilasciati dall’Ente al momento della spoliazione. Per i cittadini titolari di un’azienda individuale o soci illimitatamente responsabili di società non azionarie che avevano operato l’alienazione dell’azienda a norma dell’art. 58 del Regio decreto-legge n. 126/1939, fu prevista la possibilità della retrocessione della stessa in seguito alla restituzione dei titoli nominativi di consolidato da essi ricevuti in pagamento del prezzo. Nel caso di miglioramenti apportati alle aziende, al richiedente venne chiesto il pagamento del corrispettivo, se concordato. In caso di contestazioni queste furono devolute alla cognizione dell’autorità giudiziaria ordinaria. La medesima disciplina venne applicata alle domande di retrocessione di aziende non alienate ma rilevate ai sensi dell’art. 60 del Regio decreto-legge n. 126/1939 per motivo di pubblico interesse. Per tutelare il più ampio numero possibile di situazioni avvenute negli anni tra il 1938 e il 1944, l’articolo 14 dettò una disposizione che poteva ricomprendere una svariata casistica.

Nella stessa data dell’entrata in vigore del Regio decreto-legge n. 26/1944 fu emanato un altro provvedimento generale di spiccata importanza. Il D.lgt. n. 249 «Assetto della legislazione nei territori liberati», che regolamentò quei territori che erano stati liberati dagli alleati nel corso del 1944 o che erano in via di liberazione. Tale provvedimento dichiarò, tra l’altro, privi di efficacia giuridica «le confische e i sequestri disposti da qualsiasi organo amministrativo o politico […] adottati sotto l’impero del sedicente governo delle repubblica sociale italiana».

Durante il primo e il secondo governo Bonomi furono emanate numerose altre norme miranti a porre riparo alle conseguenze delle leggi razziali. I due provvedimenti di carattere generale predisposti da Badoglio non erano sufficienti a risolvere tutte le questioni che scaturivano dal progressivo reinserimento nella vita quotidiana dei perseguitati razziali; diveniva dunque opportuno emanare anche le norme integrative e regolamentari dei decreti suddetti. Il decreto legislativo luogotenenziale n. 222 del 12 Aprile del 1945, era inteso ad eliminare le lacune e le incompletezze della normativa precedentemente, adottata per risolvere i problemi della reintegrazione degli ebrei nei diritti patrimoniali. Le zone che progressivamente venivano liberate dai nazisti e dai fascisti presentavano problemi sociali ed umani che le leggi, da sole, difficilmente potevano contribuire a sanare in tempi brevi. Con l’avvicinarsi delle fine della guerra diveniva evidente che il reinserimento morale e sociale degli ebrei nel tessuto del paese imponeva uno sforzo particolare nel più vasto ambito della ricostruzione politica, materiale e morale dell’Italia. Accanto agli ebrei, centinaia di migliaia di persone, reduci, ex partigiani ed ex deportati, si trovavano di fronte a distruzione, povertà e gravi carenze assistenziali da parte dello stato così il decreto legislativo luogotenenziale n. 222 propose una serie di norme destinate a regolamentare le numerose situazioni che inesorabilmente erano conseguite dall’applicazione dei principi generali delle restituzioni dettati l’anno precedente: come l’estinzione di servitù e di diritti reali di godimento costituitisi successivamente al trasferimento degli immobili stessi dagli antichi proprietari all’Egeli.

Nel 5 maggio 1946 fu emanato un altro provvedimento, destinato ad iniziare l’opera di risanamento delle gravi privazioni subite dalla popolazione ebrea nei territori rientranti nella Repubblica Sociale Italiana per dettare una disciplina ‘su misura’ per tentare di mettere ordine alla situazione creatasi perché i beni trafugati erano finiti nelle mani di soggetti privati non sempre attraverso vendite o cessioni regolarizzate, rendendo in tali casi ancora più arduo e complesso il recupero e perciò fu redatto l’articolo 1 del Decreto legislativo il n. 393 del 1946 con termine per l’esercizio di tale azione fu fissato nei tre anni successivi dall’emanazione del Decreto. Ciascun gestore venne invitato, in via preliminare, a stabilire in accordo con l’Ente di Gestione l’ammontare complessivo del costo del servizio, tenendo conto delle spese relative all’ulteriore periodo necessario per l’esaurimento del servizio stesso. Nessun addebito poteva essere fatto per le spese occorse per il trasporto, in base agli ordini impartiti nel 1944 dal Ministero delle Finanze del nord, dei valori, dell’argenteria e altro dalle sedi dove in origine si trovavano, ai luoghi di concentramento, nonché per le spese di ritrasporto di detti valori dalle sedi di concentramento ai luoghi di provenienza. La reazione dei proprietari dei beni confiscati nei confronti di una misura giudicata iniqua, esosa e non sostenibile, giunse repentinamente.

L’11 maggio 1947 venne emanato il Decreto che prevedeva il trasferimento delle eredità di israeliti, defunti a seguito di atti di persecuzione razziali dopo l’8 settembre, all’Unione delle Comunità israelitiche italiane. Esso avveniva a titolo gratuito e in seguito a una domanda dell’Unione, da presentarsi nel termine di due anni dalla ratifica del trattato di pace tra l’Italia e le Nazioni Unite, ovvero dalla dichiarazione di morte presunta della persona della cui successione si trattava, quando tale dichiarazione fosse stata successiva alla ratifica predetta. La promulgazione del provvedimento rappresentò il coronamento di un notevole impegno dell’organismo rappresentativo degli ebrei italiani e una significativa manifestazione di disponibilità e di comprensione della tragedia da parte delle autorità politiche; purtroppo, però, questa importante misura si rivelò di difficilissima applicazione. Affinché il trasferimento avvenisse era necessaria la domanda da parte dell’Unione; già il 29 maggio 1947, a tutte le Comunità venne inviata una circolare che invitava i membri ad effettuare scrupolose e riservate indagini per appurare l’esistenza di beni ebraici, confiscati od espropriati, non ancora rivendicati da proprietari o dagli aventi diritto, al fine di appurare l’esistenza di beni rientranti nelle disposizioni successorie per poi chiederne la restituzione. Il 3 novembre 1950 l’Unione indicò al Ministero del Tesoro che la «maggior parte» delle eredità dei deportati erano state rivendicate dagli aventi diritto e restituite dall’Egeli, mentre la stessa non aveva potuto far valere i propri diritti non conoscendo quali fossero i beni in oggetto ancora a disposizione dell’Egeli. Si affermava così la necessità di rendere noti gli elenchi dei beni di provenienza ebraica ancora in detenzione e in possesso dell’ente per svolgere le pratiche necessarie.

Nel 1951 il Ministro impartì le istruzioni affinché fossero forniti gli indispensabili dati all’Unione e prontamente, nello stesso anno, l’avvocato Angiolino Della Seta, delegato dalle Comunità ebraiche, prese cognizione presso l’Egeli della pratiche relative ai beni in oggetto come quelli rimasti presso le banche; diversi Istituti di credito, infatti, nonostante l’intervento del Ministero del Tesoro, non ritennero di dover fornire i dati richiesti. Una sede distaccata dell’Egeli, in realtà, aveva continuato ad esistervi anche in seguito al trasferimento dell’ente a San Pellegrino, ma in essa vi erano solo 5 addetti, i quali si ritrovarono incaricati di un nuovo lavoro, e data la scarsità del personale, si limitarono faticosamente a registrare i «nuovi fatti di gestione».A seguito del rdl. n. 29/1944, infatti, i compiti dell’Ente di gestione e Liquidazione cambiarono in modo radicale, ed esso inizialmente divenne lo strumento incaricato della retrocessione dei beni cosiddetti «eccedenti», sottratti ai cittadini ebrei in base al rdl. 126 del 1939. L’amministrazione nominata dal governo della Repubblica Sociale, con sede appunto a San Pellegrino, cessò di funzionare ai primi di maggio del 1945, e da ciò conseguì l’ampliamento dei compiti di restituzione affidati all’ente: si doveva occupare, oltre che della restituzione dei beni sottratti agli ebrei in base alla normativa del 1938/1939, anche della restituzione dei beni sottratti in base alla normativa della Repubblica Sociale Italiana, attività che si protrasse dal 1945 al 1957, anno in cui si avviò la liquidazione dell’ente stesso.

A partire dalla fine del 1944, la nuova commissione generale dell’Egeli iniziò l’attività di retrocessione degli immobili acquisiti in base alla legge del 1939. Tali operazioni vennero definite, nei documenti del tempo, «Gestione dei beni ebraici 1939». Delle 170 unità immobiliari presenti nel patrimonio dell’Ente solo 133 erano state prese in possesso dall’Egeli, mentre le restanti erano rimaste nel possesso e nel godimento delle ditte espropriate. L’attività di restituzione proseguì nel 1947 con il perfezionamento di 22 atti di retrocessione di beni espropriati e rimasti in proprietà dell’Ente, e con 8 atti di retrocessione di beni espropriati e successivamente venduti. Le vicende si intrecciarono e le pratiche di perfezionamento delle restituzioni e dei rimborsi necessitarono spesso di vari accertamenti e della risoluzione di numerose contestazioni. Alla fine del 1952 restavano ancora da definire 10 retrocessioni di immobili; cinque di queste avevano ad oggetto beni ancora intestati all’Ente, che non erano stati restituiti ai proprietari in quanto subordinate alle decisioni di vertenze giudiziarie ancora in corso. Le restanti cinque riguardavano beni alienati a terzi, pertanto il ricavato delle vendite si trovava presso l’Ente e per le relative restituzioni, da effettuarsi tra l’antico proprietario e il terzo acquirente, era necessario l’intervento dell’Egeli.

A Roma, il 13 luglio 1944, il colonnello Poletti emanò un’ordinanza per la restituzione dei beni mobili ed immobili agli ebrei, che anticipava la pubblicazione del rdl 26/1944. Il 12 febbraio 1946 fu erogato dal Ministero del Tesoro un contributo che l’Egeli suddivise tra diverse banche. Successivamente venne previsto un ulteriore stanziamento di 30.000.000 di lire. Con il decreto ministeriale del 22 maggio 1957 le relative operazioni dell’Egeli furono affidate ad un commissario liquidatore, con il compito di definire le operazioni di liquidazione entro sei mesi; i suddetti compiti vennero avocati al Ministero del Tesoro, che affidò il tutto all’Ufficio Liquidazioni della Ragioneria Generale dello Stato. In seguito al parere dell’Avvocatura fu resa possibile l’attuazione delle procedure di alienazione dei beni, e sempre sostenuta da tale documento, venne la conferma che le relative procedure erano state avocate al Ministero del Tesoro, Ufficio Liquidazioni.

Il 28 aprile 1961, l’ex direttore dell’Egeli, consegnò: titoli di Stato e cartelle Fondiarie (Buoni del Tesoro per un valore complessivo di £ 13.000 e Titoli al portatore per un valore di £ 5.000); azioni industriali suscettibili di realizzo (Certificati azionari della Società Montecatini, della Unione Esercizi Elettrici di Roma, della Società azionaria Italiana per l’Assicurazione contro l’incendio e della Società azionaria Italiana per l’Assicurazione sulla vita.); oggetti di valori e vari suscettibili di possibile realizzo (gioielli, monete, statuette, penne, portacipria ecc.); Depositi bancari non realizzabili in quanto d’importo non superiore alle 500 £; Titoli, effetti, documenti ed oggetti privi di valore (bocchino d’ambra rotto in due pezzi, astucci vuoti, cambiali,). Il 6 aprile 1970 venne distrutta una quantità residua di beni mai rivendicati né realizzati.

 

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