martedì, Dicembre 7

Beni confiscati: norme e management di processo Bisogna fare Impresa Sociale che ‘performa’ tramite le sue funzioni aziendali in coerenza di attività e di assetto economico finanziario con una imprenditorialità sociale che non ha paura di integrare il management con gli obiettivi sociali della riconversione dei beni confiscati

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Tra gennaio 2015 e settembre 2019 quasi 32 miliardi di euro sono stati sottratti alle mafie pari all’1,8% del PIL nazionale con varie azioni di contrasto preventivo, di procedimenti giudiziari di beni definitivamente confiscati (fonte: Direzione Centrale della Polizia Criminale).

I beni confiscati si possono collocare in una definizione di beni comuni molto più ampia di quella desumibile dal gergo comune e definendoli «cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni/beni confiscati  come strumento attraverso il quale la Repubblica, e dunque le istituzioni, perseguono l’interesse generale».

Istituzioni pubbliche che oggi, in dettato di co-progettazione e co-programmazione (art.55 D.Lgs.117/17), non sono più sole nel perseguire (e potremmo anche dire ‘nel definire che cosa è’) l’interesse generale, ma si integrano con imprese sociali private non profit e profit.

In quest’ottica si collocano i beni confiscati alla criminalità organizzata, utilizzati da soggetti pubblici o privati per fini istituzionali e sociali, beni strumentali al perseguimento dell’interesse generale, all’esercizio di diritti fondamentali, quali il diritto alla libertà, alla salute, al lavoro, e del principio di uguaglianza sostanziale.

Un caso di percezione pubblica ad alta notorietà è quello di Libera Terra: una caso esemplificativo di come questa impresa sociale che lavora nel ‘food and beverage’ possa combinare una produzione di qualità riconosciuta e apprezzata con finalità di tipo socialeQuesta associazione ha svolto anche un ruolo politico raccogliendo oltre un milione di firme per dar vita alla Legge 109/1996  come eredità della legge ‘Rognoni-La Torre’ .

Essa prevede il riutilizzo per fini sociali dei beni confiscati alla mafia, introducendo procedimenti amministrativi ad hoc che garantiscono sia la fase della confisca sia quella successiva del riutilizzo dei beni per finalità di pubblica utilità. Nelle intenzioni dei suoi ideatori e promotori, l’obiettivo di questa legge era snellire le procedure di sequestro e la successiva assegnazione tramite una riduzione dei passaggi burocratici e amministrativi per una più agevole assegnazione dei beni confiscati alle associazioni criminali mafiose. La legge 109/96 è probabilmente lo strumento più avanzato di contrasto alle criminalità organizzate perché  colpisce il cuore degli interessi economici delle associazioni criminose permettendo la restituzione alla comunità di quanto è stato illegalmente tolto.

Le Cooperative Sociali Libera Terra, che aderiscono a ‘Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie’, l’associazione fondata da Don Luigi Ciotti, sono costituite da giovani lavoratori che coltivano nella provincia di Palermo e nel Sud ettari di terra confiscati ai boss della mafia.

I beni confiscati sono di proprietà dei comuni in cui si trovano e i comuni, appunto, li danno in comodato d’uso gratuito alle cooperative sociali. Le cooperative ‘Libera Terra’ sono di tipo B, ovvero utilizzano le proprie attività produttive per effettuare inserimenti lavorativi di ragazze e ragazzi con vario tipo di svantaggio. La produzione si compone di pasta, legumi, semola, vino e conserve. Oltre a questi prodotti, Libera Terra ha aperto l’agriturismo ‘Portella della Ginestra’ nelle vicinanze di Palermo, il quale propone menù di piatti della tradizione siciliana che quindi viene valorizzata. In ultimo, Libera Terra offre alla propria clientela escursioni e visite guidate anche di una settimana in Sicilia in un’ottica di turismo responsabile. In sintesi, una impresa sociale con portfolio variegato di attività.

Quale la ‘ratio’ a monte? Attraverso l’uso sociale ed istituzionale dei beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata è possibile perseguire l’interesse generale, soddisfare bisogni collettivi.

Gli immobili possono essere utilizzati da imprese sociali non profi e profit, associazioni di volontariato, cooperative, centri di riabilitazione, soggetti che offrono risposte ed aiuto a persone in condizioni di svantaggi a largo spettro,dalla disabilità alla povertà indotta da condizioni di criticità occupazionale, da emarginazione sociale a carenza di istruzione, da malattia fisica a malattia psichica ecc.

I beni confiscati, ormai in centinaia di comuni italiani, se gestiti in logica proattiva, sviluppano un effetto leva: per esempio un immobile confiscato finalizzato ad attività associative per il tramite di attività di musica,  cultura,  sport,  teatro,  cinema, arte,  crea coesione, diffonde la cultura della legalità, offre spazi alternativi ed autonomi rispetto a quelli offerti dalla malavita a marker mafioso, recupera giovani dalla strada ed evita che diventino manovalanza malavitosa.

Purtroppo, per giungere alla confisca definitiva di un ‘bene’, si è calcolato che i tempi che intercorrono tra il sequestro e la stessa confisca sono particolarmente lunghi e dipendono anche da anomalie gestionali della pubblica amministrazione. Riprendendo una tassonomia di Parente e Ioppolo, si possono riassumere queste anomalie in:

Degrado/abbandono;

Spoliazioni;

Danneggiamenti ritorsivi;

Difficoltà economiche;

Difficoltà burocratiche;

Difficoltà delle comunità di riferimento;

Occupazione/ostruzionismo degli ex proprietari;

Conseguenza di queste anomalie è che il ‘prius’ temporale e di processo, rispetto all’attivazione di un’ impresa sociale che gestisca tali beni, crea una condizione che genera, purtroppo, costi a fondo perduto di difficile gestione e sostenibilità economica.

Tutto questo si colloca nel contesto della  riconfigurazione dei sistemi di welfare nazionale connessa alla necessità di elaborare risposte ai bisogni che siano più efficaci e tempestivi; la crescita di fenomeni di disagio sociale contemporanei alla scarsità delle risorse finanziarie disponibili per farvi fronte, hanno aperto un nuovo spazio di azione per iniziative imprenditoriali nelle quali la supremazia della creazione di valore sociale si associa ad una tensione costante verso l’innovazione e la indispensabile  sostenibilità economica.

Il forte legame che si instaura all’interno di queste organizzazioni tra obiettivi di tipo sociale ed obiettivi di tipo economico lascia spazio a nuovi scenari dal punto di vista delle formula imprenditoriale, delle prassi gestionali, degli assetti istituzionali e della governance.

Queste anomalie di processo, però, rendono i beni confiscati oggetto di operazioni di ‘effetto annuncio’ con poca ricaduta reale e gestibile in termini di effetto moltiplicatore ed imprenditoriale. Quindi, rischio di dire ed annunciare, ma non di fare efficacemente. E’ un problema di management.

Per dirla con Antoine de Saint-Exupéry: ‘Il momento di agire è ora. Non è mai troppo tardi per fare qualche cosa’. ‘Fare qualche cosa’ vuol dire ‘fare’ Impresa Sociale (profit e non profit-D.Lgs.112/17, ma anche ETS) che ‘performa’ tramite le sue funzioni aziendali in coerenza di attività e di assetto economico finanziario con una imprenditorialità sociale che non ha paura di integrare il management con gli obiettivi sociali  della riconversione dei beni confiscati. Vuol dire superare il differenziale di potere fra la recitazione sociale della parola e gli interessi costituiti.  

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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