domenica, Maggio 9

Benetton lascia la riviera adriatica image

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Non percepiamo stipendio da luglio. Per ora aspettiamo, ci hanno detto di aspettare, di avere pazienza. E non sappiamo altro. Dicono che dobbiamo attendere un altro incontro, che si terrà prima del 25 settembre”. A parlare è una dipendente di un negozio Benetton. Uno di quei nove punti vendita della riviera adriatica, che quest’estate, a luglio, hanno chiuso i battenti. 87 dipendenti senza lavoro.

Due negozi a Cesenatico, due a Cesena, altri 2 a Ravenna, uno a Pesaro e uno a Senigallia. Sono gestiti tutti da tre società facenti capo a tre soci, riconducibili ad una famiglia: Issima srl, Mosaico srl ed Euro srl – dicono i sindacati che stanno seguendo la vicenda.

Le sigle locali, Cgil, Uil e Cisl, dicono che le tre società erano entrate in forte crisi nel 2009. In quell’anno sono cominciate le pesanti perdite di fatturato che, nonostante alcuni risanamenti da parte della casa madre, sono sempre aumentate. Ora il tracollo definitivo, le serrande abbassate e 87 dipendenti lasciate a casa.

Siamo arrivati ad un accordo per il prolungamento del contratto di assunzione, fino al 25 settembre. Dal 26 in poi saremo in mobilità. E il nostro futuro? Non so. Alcune si stanno muovendo per cercare un nuovo lavoro. Ma cosa cerchi se non sai che fine fai? E poi, cosa trovi in questo periodo, nelle nostre zone?”, continua la giovane dipendente.

Già ad aprile c’era stato un primo incontro tra sindacati, lavoratori e le società. Le dipendenti ne erano uscite con un accordo di cassa integrazione in deroga, in attesa che l’azienda madre accettasse il piano di ristrutturazione aziendale, che le tre società in questione avevano proposto e che prevedeva la chiusura di due punti vendita, per poter salvare gli altri negozi e la maggior parte delle assunzioni. Ma, alla notizia del rifiuto del Gruppo Benetton, di accettare il piano, nelle buchette della posta delle dipendenti erano state recapitate 87 lettere di licenziamento individuale, immediato. È stato necessario un secondo intervento urgente dei sindacati per obbligare le società a ritirare i licenziamenti e attivare le procedure di mobilità.

Intanto, è molto preoccupata la giovane donna, che ha deciso di parlarci in anonimato, perché non conosce il futuro che l’attenderà. “Perché perdere il lavoro, in questo difficile momento, significa non sapere con quali soldi pagherai la rata del mutuo o la retta scolastica del bambino o l’assicurazione della macchina. E, fino ad ora, non ci hanno fatto sapere nulla. Attendiamo tutte il prossimo incontro con i sindacati per sapere se la situazione riuscirà a sbloccarsi. E io spero proprio che riescano a ridarci il nostro lavoro.

Pare, infatti, che le possibilità di riaprire alcuni di questi negozi, sotto una nuova gestione, ci siano. La fase di stallo è dovuta alla disputa legale tra la casa madre (Benetton Group) e le tre società, che hanno gestito i negozi, sino ad oggi. Benetton si rifiuta, ora, di risanare la situazione di pesante debito creata, si parla di milioni di euro, e ha interrotto la fornitura, accelerando, di fatto, la chiusura.

“Fino a che non si risolverà questa disputa”, spiega Gianluca Gregori, di Cisl, “le lavoratrici resteranno in stand by. Ci sarebbe anche la volontà, da parte di Benetton, di riaprire le attività del negozi, con una nuova gestione, ma non può farlo finché non si risolve il contenzioso con Issima srl, Mosaico srl ed Euro srl. Gli incontri vanno avanti, ma ho paura che la faccenda possa andare per le lunghe, perché non si riesce a trovare un accordo”.

Il problema chiusura dei negozi in riviera, porta alla luce un modello di distribuzione, deciso, sin dagli esordi, dall’azienda Benetton. Suo fiore all’occhiello, che ora, però, inizia a mostrare alcuni lati deboli. Soprattutto nell’attuale fase di crisi economica. Benetton si è sempre mossa sul principio dell’esternalizzazione, sia a livello produttivo che distributivo. Sulla distribuzione è il ‘simil-franchising‘ ad aver permesso all’azienda di inondare centoventi Paesi del mondo con seimila negozi. 

Come aveva spiegato Francesco Barbaro, ex Direttore amministrazione e finanza di Benetton Group, in una sua presentazione sul modello aziendale, «La strategia di Benetton è quella di instaurare partnership con distributori terzi che aprono e gestiscono negozi a marchio Benetton. Non c’è alcuna proprietà diretta per l’azienda madre. Non ci sono costi fissi di personale, di apertura e gestione negozi e di rimanenze stock in magazzino. Una struttura a rete, che ha permesso al gruppo di espandersi, minimizzando i costi di gestione. Ai tempi, è stato un modello rivoluzionario».

Il contratto che l’azienda madre stipula con il negoziante-partner, quindi, non è un franchising schietto. Al negoziante viene ceduta l’esclusività della distribuzione del marchio, per il suo utilizzo, senza pagamento di royalty. Ma non gli viene garantita né l’esclusività territoriale, né il rimborso dell’invenduto. Benetton ha sempre sfruttato una serie di affiliazioni, che le hanno consentito di espandersi in maniera rapida, senza grossi investimenti onerosi e scaricando il rischio sui collaboratori terzi (come rilevato da Cristiano Ciappei, Docente di Economia e gestione delle impresa, all’Università di Firenze, nel suo libro ‘Strategie di Internazionalizzazione e distribuzione nel settore dell’abbigliamento’. Firenze).

Questo modello, però, attualmente è quello che sta causando la chiusura dei negozi della riviera adriatica e non solo. La stessa situazione a Pescara, a Massa, a Pontedera, a Viareggio, Cremona, Vercelli. Altre chiusure sono previste entro fine anno.

In riviera, le tre società coinvolte, dal 2009 hanno accusato pesanti perdite di fatturato, e si sono dovute far carico sia delle rimanenze in magazzino, che dei costi della gestione dei negozi. E le dipendenti, ora senza lavoro, sono a carico delle tre società, e non di Benetton.

A questo, si aggiunge il piano di ristrutturazione del Gruppo di Ponzano (facente capo a Edizione srl, della Famiglia Benetton), lanciato nel novembre 2013 dall’allora Amministratore delegato, Biagio Chiarolanza (sostituito da poco da Marco Airoldi). Deciso per fronteggiare la crescente competizione dei grandi marchi di abbigliamento, H&M e Zara in primis, che stanno letteralmente sfondando il mercato.

Un piano triennale, per dare massima competitività al Gruppo sui mercati, che comporta la chiusura di sedici negozi a marchio United Colours of Benetton e undici negozi a marchio Sisley. Perdite di lavoro previste: 200. Poi c’è la dismissione dei marchi minori: Playlife, Jean’s West, Killer Loop e Anthology of Cottons. Il Gruppo, inoltre, ha deciso di affiancare sempre più, alla rete di franchising, alcuni negozi di proprietà.’Megastore’ gestiti direttamente dal Gruppo. Si è optato quindi per un bilanciamento tra i due modelli di distribuzione e vendita. Esempio di questa strategia è stato il megastore inaugurato a Milano, in piazza Duomo, lo scorso aprile. 1.500 metri quadrati su tre piani, gestito direttamente dal Gruppo. A cui ne seguiranno altri in Europa.

Chiarolanza, aveva già preannunciato queste scelte nel coso della Conferenza Stampa inaugurale del grande negozio di Piazza Duomo, sostenendo che “obiettivo del gruppo è ora recuperare redditività, sia dai negozi a gestione diretta sia da quelli gestiti da terzi”. E annunciava un piano di forte ammodernamento “che, ovviamente, non potrà riguardare tutti i seimila negozi Benetton nel mondo”. Già in queste parole si intuiva la volontà di abbandonare quei Paesi e realtà considerate non più redditizie. Ora sarà Airoldi a dover mettere in atto quel piano di rinnovamento.

Per capire a fondo se la riviera adriatica venga considerata un contesto redditizio, e quindi, meritevole di investimenti e riaperture, si deve aspettare la fine della disputa legale tra Benetton Group e le tre società della riviera.

Non è stato possibile, approfondire tutta la vicenda con Benetton. Più volte sollecitata, l’azienda si è, prima dimostrata disponibile a rilasciare dichiarazioni, per poi negarsi più volte al telefono. 

 

 

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