martedì, Agosto 3

Bellezza novecento

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Vi è nulla di più ‘immaginario’ di una classifica estetica? Non sembrerebbe, persino a giudicare dalla più accreditata, quella di Steve Sullivan, che dalla numero uno sino alla millecinquecentesima elenca le più votate bellezze ‘glamour’ del Ventesimo secolo.

E se è vero che il più elementare esercizio di immaginazione agisce spesso in base a rimandi automatici, stiamo al gioco ed evochiamo il primo nome che ci venga in mente… Marilyn Monroe? Accontentati! La vediamo svettare sul podio più alto, tra Jayne Mansfield e Raquel Welch. Ora procediamo con il medesimo criterio. Se abbiamo letto il grande saggio di Simone de Beauvoir a lei dedicato, ci sta venendo in mente lei, Brigitte Bardot… Come si fa a non pensarla? Ebbene, è quarta. O forse i nostri ormoni hanno preso a danzare seguendo le curve di una pin-up, magari la celeberrima tra tutte… Bettie Page? Su un piatto d’argento, nel suo bikini di leopardo, al quinto posto. “Diamine! – protestiamo – e le nostre italiane che fine hanno fatto?” Un po’ di pazienza! È sesta, è nostra, è italianissima (o almeno la fu). Ladies and gentlemen: Sophia Lorèn!!!!

Non è andata affatto male alla nostra rappresentanza. Sono in quattro tra le prime cento e in trenta tra le prime mille. Una casalinga immaginazione di riserva premia Gina Lollobrigida, ventitreesima; la più archetipica delle visioni mediterranee giustifica il quarantottesimo posto di Claudia Cardinale; il primo nostro approccio carnale alle ultime forme genuine che ci furono mostrate si esalti nel ricordo di una “Divina Istriana” dalla voce spaurita: Laura Antonelli, la numero 94 della lista, la prima in molti cuori.

Ora l’immaginario discende negli inferi dell’italico gusto, abbandona lo splendore per l’appariscenza, sopravvaluta ogni carineria in base a mode passeggere, eccezion fatta per certi volti da eterna estate, come quello di Virna Lisi, un sole fisso e mai una nuvola, il ‘femminino’ né madre né figlia: donna. Altrimenti ci “imbamboliamo” alle spalle di una Mangano, che era insieme geografia e storia d’Italia. Ovvero, bellezza dapprima povera e bella, poi sempre più bella e ricca di annunci da noi letti e riletti, di quella Grazia che il Cielo dona a vanvera, per via della solita cintura di Venere. Non a tutte fu data… Alla Mangano sì.

Può definirsi “originaria” quell’immagine italiana che, dalla cartolina della Loren, andrà a riprodursi, sempre più a fuoco e sempre più artefatta, nella figurina della “perfettona” di turno: dalla cucina di allora, forno a legna, alla Cucinotta di oggi, un bel microonde dove in tre minuti si riscalda un impasto vecchio. La transustanziazione di Sophia, da popolana antica a moderna americana, ha inevitabilmente contribuito allo scadimento del genere. Sposatasi un ranocchio, senza esser mai stata principessa, Sophia ci ‘accorò’ col melodramma clinico e piagnucoloso della sua maternità agognata. Quando la ottenne, ci tempestò di foto d’oltreoceano: sorriso mammesco, il ranocchio a lei presso, tra le braccia Dodò… Fine di un mito. Preferivamo la pizzettara. La espatriammo con foglio di via (estetico). “Tenetevilla!”, pensammo noi conterranei.

Si era alla fine degli anni Sessanta, il desiderio italiano provò a impennarsi maldestramente. Vediamo di capirci: noi una Bardot non ce l’eravamo goduta. Al massimo, l’avevamo adocchiata in qualche topless pioniere di quella Juan les Pins dove già, tempo addietro, s’era inventato il bikini. Brigitte Bardot stava a Marilyn Monroe come il Surrealismo era stato a Henry Miller: tant’era raffinata l’opera di seduzione del mondo di BB, quant’era ansiosa e disperata l’arte di affascinare il pubblico di MM. Una bella differenza. E a noi italiani, che non potevamo apprezzare appieno né l’una né l’altra, restava fantasticare nei pertugi lasciati incustoditi da Santa Madre Chiesa e dalla Democrazia Cristiana (i nonni di Casini: Rumor, Sullo, Fanfani…). Mesti figuri che una Bardot italiana l’avrebbero, lei sì, abortita con ogni mezzo! Insomma, una donna talmente forte da far arrossire Jean Gabin, noi, nemmeno ce la sognavamo. Ne seguivamo le gesta sulle pagine di giornali illustrati che parevano stampati in un altro pianeta… C’era la Dolce Vita, certo, ma era una sorta di onanismo di gruppo, dal quale si sarebbe affrancato il solo Flaiano, che almeno sapeva godersi gli strascichi della legge Merlin, e con quale crudele intelligenza!

Insomma, la ‘Svampita’ rappresentò l’unica àncora di salvezza, perché alla ‘Svampita’ non si poteva rimproverar di molto, quasi fosse, il suo, un esercizio genetico, frutto di un’attitudine incurabile. Ve n’erano di almeno tre tipi: per prima venne la Totale, alla Maria Grazia Buccella, che eccedeva in portamento, parlava sempre due toni al di sopra e trattava gli uomini da imbecilli, senza peraltro manipolarli, ché non era necessario. Poi s’avanzò la Ducale, alla Sylva Koscina, che in fondo malcelava l’ambizione di “sistemarsi” davvero, di abbassare il sipario e di “non dar più rappresentazioni”, come magistralmente Lichtenberg aveva descritto la tipica delusione che coglie l’uomo davanti alla pena di uno sguardo negato. Infine irruppe l’Adolescente alla Stefania Sandrelli, che incarnava… la carne, appunto, la proteina di una giovinezza sin troppo incerta. La sua.

Che strano viaggio! E a che binario morto arriveremmo, se ci limitassimo a “scambiare”, dall’immaginario nostro più profondo, in direzione delle innocue bellezze di quel tempo?

Guardare e non leggervi, dentro, quasi niente. Oppure leggere e vedere, tra le righe, quasi tutto. Fu la fortuna che ci arrise: ci vennero in soccorso i romanzi. Da essi traemmo la felicità di fantasticare la bellezza per le vie traverse della parola scritta. E pagina dopo pagina delineammo volti e odori, corpi e forme. Fu splendido invadere fisicamente le storie di alcune moderne eroine italiane. Ciascuno di noi, probabilmente, elesse la sua preferita. A me piace ricordarne tre, così differenti e così nitidamente contemporanee ai cliché goderecci di Via Veneto da non poter quasi credere alla loro esistenza. Furono loro ad aderire al nostro immaginario più persuasivo, altro che storielle! La ragazza di Bube, l’amante di Antonio e la ‘fidanzata’ di Cesare. La prima si chiamava Mara e la ricordò Cassola. La seconda era ‘la Laide’, e ispirò Buzzati. La terza di nome faceva Enrica e a raccontarcela fu Dacia Maraini. Invenzioni? Non scherziamo. Piuttosto italiane in carne e ossa: parenti di Bube e di Mara ne troveremmo ancora, se li cercassimo nella campagna fiorentina; fatti gli opportuni distinguo, finiremmo comunque per confondere la Laide con Almerina Antoniazzi, poi Signora Buzzati; infine Enrica, non potremmo pensarla come la ‘sorella’ romana della Maraini?

Ma, prima ancora, non cadiamo nell’equivoco di considerarle donne in ragione del loro essere ‘donne di qualcuno’. Sarebbe madornale. Ci piacquero per il motivo opposto. Erano ‘donne del mondo’, o meglio donne d’Italia, ben vive, forti, e si muovevano nella Toscana violenta del dopoguerra, nella Milano ipocrita del boom, nella Roma cinica della buona borghesia.

Da sola e contro tutti Mara portava su di sé il peso della Resistenza e dell’emergente potere clericale: «Oggi, 14 giugno 1945, davanti al maresciallo maggiore Sciacca Vincenzo si è presentata la nominata Castellucci Mara, di anni sedici, residente in questo comune, frazione di Monteguidi. A domanda risponde: ‘Conosco Cappellini Antonio detto Bube col quale sono fidanzata…» Sola, com’era sola Laide, che pagava un prezzo esorbitante per il proprio benessere… «quella creatura umana seduta di fianco a lui nella piccola automobile, con tutti i suoi ricordi di bambina, sogni, palpiti, ansie scolastiche, desideri di giocattoli e di abiti belli, giorni di festa cominciati con bellissime speranze e finiti con la delusione della sera nella cameretta squallida senza finestre, con tutto lo sterminato mondo di ricordi, realtà, speranze, le scarpette fruste, la sottoveste fatta in casa, l’illusione di essere speciale…» Sola, com’era sola Enrica nell’istante più penoso: «Mi sentii frugare dai lunghi ferri. Da principio non provavo dolore. La pillola mi aveva dato un senso di sonnolenza. Poi, improvvisamente, quando il ferro prese a raschiare in profondità, con piccoli colpi precisi, il dolore si fece acuto e mi attraversò come una scossa elettrica, facendomi battere i denti. Tutto si lacerava in me. Gridai.»

Donne da battaglia tutte e tre. Mara da difesa, Laide d’attacco, Enrica da trincea. Mara ripara Bube dal giudizio della storia, Laide attacca Antonio e la sua cattiva coscienza, Enrica aspetta al varco Cesare fin quando lui vi giunge disarmato. Donne bellissime tutte e tre, per come ciascun lettore le voglia immaginare attribuendo loro volti e corpi che, all’inizio degli anni Sessanta, il cinema non aveva neanche anticipato.

Di Mara ci vengon descritti i capelli «ritti sulla testa a mazzetti» e un seno che potrebbe essere più gonfio. Che inoltre, camminando, «dimena il sedere come aveva visto fare alle attrici». Da lì in poi, ella diventa un’esile figura di ragazza, che muove il corpo con agilissima forza di contadina, capace di donare baci liquorosi, di possedere un uomo, di farlo uomo.

L’erotismo di Laide è tutto concentrato sul suo pigro abbandono tra le braccia di chiunque la desideri, e son tanti! E tutti presumono di poterlo acquistare per sempre, quel corpo in vendita e inestimabile. E infine la vediamo dimenarsi al ritmo di una musica d’epoca. Antonio la segue in estatica contemplazione e noi con lui, perché quel «cha-cha-cha non le sale nelle gambe, ma nel bacino e nella colonna vertebrale, assoggettando il corpo a una specie di desiderosa ondulazione, di rilascio, di dare e non dare, offrire e no…»

La bellezza di Enrica ci è invece del tutto nascosta dal pudore. Per noi valgono i suoi occhi blu marino, incorniciati da un viso di studentessa. A noi bastano la furba sveltezza con cui cambia espressione, la maturità del suo concedersi, le movenze quasi impercettibili del suo corpo nudo che ruba calore e ben si guarda dal restituirlo. 

Donne nuove, insomma, tutte e tre. La cui sensualità consiste specialmente nell’assoluto dominio dei loro sensi stessi. Esse si incamminano, ciascuna per la loro strada, verso la mèta della libertà. E lungo quel sentiero, che il dizionario politico avrebbe poi mestamente definito ‘via dell’emancipazione’, Mara, Laide ed Enrica raccolgono i resti di un armamentario maschile, rivelatosi penoso e insufficiente. La timida fierezza di Bube, la ridicola goffaggine di Antonio, l’impotente presunzione di Cesare, null’altro rappresentano se non l’inettitudine di una ‘cultura’ sessuale che allora, come oggi, non riconosce la propria inadeguatezza rispetto ai gioiosi misteri del corpo femminile. Di quei piccoli uomini, non ancora trasformati in corpi pienamente sensibili, non resterà traccia. A queste grandi donne seguirà invece l’esplicito segno di epigoni fantastiche.

E non vi sarà, del resto, rappresentazione più liberamente esplicita di talune invenzioni dei nostri migliori disegnatori. Grazie a loro, il nostro personale gusto per le divinazioni letterarie prenderà forma. La Valentina di Crepax, ad esempio, nella quale, non già intellettualoidi da strapazzo, ma quel raffinatissimo storico dell’arte che fu Giuseppe Mazzariol, intravide la «donna di domani, nel punto di autodeterminazione che il suo discorso sembra già postulare». Non è esattamente poco… E a ciò si aggiunga l’impresa, riuscita all’artista milanese, di oltrepassare d’un tratto i limiti voyeuristici di noi lettori di Histoire d’O, nel suo sapiente ricostruire, addirittura, «le traiettorie dell’intelocuzione sadomasochistica». Lo scrisse Roland Barthes, mica un cretinetti qualunque!

Non tutti i “Gruppi ’63” furon noiosi e petulanti. Non soltanto quello fu l’anno di Enrica e Laide, ma anche di Valentina, che a quel tempo contava ventuno primavere, e di Eva Kant, che esordirà nelle vesti di simil-bamboletta americana, fedele compagna del suo Diabolik, e a poco a poco si trasformerà nella migliore delle complici: sprezzante e algida nei confronti del mondo, amorevole e coraggiosa per il suo uomo. Come dire: dietro a un criminale di successo, c’è spesso una donna che non gli è da meno… «Eva» racconta Mario Gomboli «subisce il fascino del re del terrore perché è della sua stessa razza. Lui non è il Principe Azzurro, lei non è la povera Cenerentola… Negli anni Sessanta, le donne italiane che avrebbero voluto essere Eva sognavano un compagno come Diabolik». Le più non furono esaudite.

E perché non dare a Manara quel che è di Manara? Ossia il proscenio delle sue ‘donnine’ mai casuali, dietro il cui apparire sempre si nasconde l’ineluttabilità del destino (di noi uomini, per causa loro): Morgana, che è un sogno, o forse una rivelazione psicanalitica; Bree, che coincide con una malattia, se non con tutte le malattie; Anna, che rappresenta un errore, pur se vivente; Lillie, che incarna l’erotismo tale e quale lo definirà Bataille: «approvazione della vita sin dentro la morte».

Fino ad approdare alla summa contemporanea di tutte queste icone bene e maledette, presso le quali alberga ogni contraddizione dello spirito femminile: crudeltà e tenerezza, devozione e dominio, alterità e comunanza… Ne La Bionda di Franco Saudelli sembrano raccogliersi i vizi e le virtù delle passate eroine. Attraverso questo esemplare personaggio e grazie alle sue passeggere modelle fotografate in bondage, si giunge ad afferrare il nodo cruciale di un erotismo metaforicamente liberato. Già, perché di corde si tratta e di legami profondi tra noi e quelle donne, che giocano ad aver paura e, del pari, sembrano tremendamente felici. Non piume al vento ma donne immobili, inanimate come feticci ma onnipotenti come dee.

E ora svegliamoci, il sogno è terminato.

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