mercoledì, Ottobre 27

Bellezza e cultura classica, il nostro futuro field_506ffb1d3dbe2

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L'indro Gallo Mazzeo 

 

L’appuntamento con Francesco Gallo Mazzeo, famoso filosofo dell’arte ‘storicamente ideativo‘ -la definizione è farina del mio sacco, la realtà rigidamente descrittiva lo qualifica docente di Storia dell’Arte all’Accademia delle Belle Arti di Roma- ha una cornice particolarmente suggestiva.

Siamo a Roma, in via Celsa, una stradina che unisce Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure. Il locale-club ha un suo fascino peculiare, si chiama Bibliothé e mescola ayurveda, arte, cultura, con la cucina indiana e dei profumatissimi thé. Da alcuni mesi ospita anche mostre personali curate dal nostro intervistato.
E mi è capitato qui d’imbattermi in affollate lezioni di sanscrito. Chissà che una volta o l’altra non mi ci iscriva…
Insomma, siamo in un luogo che stimola l’intelletto. Un posto indovinato, che connota il personaggio.

Un affabulatore nato, quasi un ipnotista, Francesco Gallo Mazzeo. Che, magicamente, un, due, trè, intreccia come i fazzoletti che il mago estrae dal cilindro contemporaneità e classicità, in special modo del mondo greco.

Quasi me la prendo con me stessa per questa mia fissa di fare interviste dagli appunti, senza registratore. L’impegno che mi richiede la scrittura mi distoglie dal filo del ragionamento, così sofisticato e sofista da esigere un picco d’attenzione senza soluzione di continuità.

Sia come sia, me la cavo anche se, dopo aver steso l’intervista, sono già sicura sin d’ora che avrò dimenticato molte cose, a volte solo sfumature, ma ogni elemento, nell’ascoltarlo, mi appare essenziale e ho il rimorso. Faccio outing. Ce ne faremo una ragione.

 

Cultura e arte sono politica, non c’è dubbio“, danza nella voce del professor Gallo Mazzeo il velo dell’accento siciliano, occhieggia, si dissolve, ritorna seduttivo, come le movenze di una Salomè,  “Su tutte sovrasta il senso del bello ereditato dai nostri antenati greci e romani“.
Alla cultura mondiale, che si è sviluppata al di fuori di questa enclave felice, pur essendone contaminata, appartiene il senso del sublime“.

 

Lei è noto per la sua prolificità di scrittore e pensatore. Quanti sono i suoi libri?
Tra saggi grandi e piccoli, pubblicazioni et similia, circa 300, nei cataloghi dei maggiori editori italiani e stranieri. A partire dal post vacanze, ho tre libri in orbita ed altri in preparazione. A settembre, infatti, uscirà, prima in ebook, poi in cartaceo, ‘Incanto’, sui linguaggi della creatività contemporanea, costituito da due tomi, ciascuno di 350 pagine. Il secondo sulla rampa di lancio s’intitola ‘Querelle Moda’ e ne è intuitivo l’argomento.  Il terzo, infine, s’intitolerà ‘Lux‘ e racconterà 20 artisti contemporanei: ad esempio, Marc Kostabi, Gianfranco Notargiacomo, Bruno Ceccobelli, Baldo Diodato, Massimo Livadiotti, Stefania Fabrizi. Un impegno teso a dimostrare che l’arte italiana è continuo Rinascimento.

L’eredità greca è la nostra delizia. Marca la differenza. In che consiste?
L’unica grande civiltà può considerarsi quella greca, perché ha prodotto cittadini, uomini liberi, in grado di decidere e tenere il timone delle sorti comuni. Le altre, invece, sono semplicemente delle società: di tanti tipi, militare, burocratica. Ma non civiltà.

La bellezza ci guida, dunque?
Libertà e uomini della polis sono un tutt’uno e la mitologia è il contenitore di grandi messaggi. Pensiamo a Narciso. Lì c’è la riflessione della bellezza come massimizzazione del corpo umano. Lui si specchia, prende contezza di sé, ne è abbagliato. La punizione divina lo fa precipitare nel fiume specchiante. Ma è comunque ‘il bello’, la perfezione vagheggiata dall’umanità.   Alla ricerca della bellezza si dedica anche Pigmalione, re di Cipro, addirittura scolpendo il proprio ideale femminile nell’avorio e soccombendo al fascino della sua creazione. Un miracolo di Venere, la Cipride, rende vivente il simulacro femminile. Dà completezza al desiderio di Pigmalione. E lo stesso mito di Endimione è apologia di bellezza. Secondo Apollonio Rodio, costui fu giovane e bellissimo re dell’Elide (il territorio di Olimpia). La dea lunare, Selene, ebbe per lui un… colpo di fulmine, vedendolo dormire sul monte Latmo. Decise di eternizzarlo giovane e bello così com’era, per godere della sua vista e lo addormentò per sempre.

 

Pare un tuffo nelle metamorfosi di Ovidio, mentre sorbiamo un the ayurvedico che titilla le papille gustative. Coinvolgente questo viaggio fra i messaggi subliminali del mito.

 

Quand’è che l’uomo ha conquistato la bellezza come proprio ideale?
Nel momento in cui ha scoperto la propria ragione, ovvero il pensiero che pensa al pensiero: introspezione, un salto di qualità rispetto alla proiezione del pensiero verso l’esterno, per fini puramente strumentali. L’uomo fa così una verifica dei propri poteri, nascendo da ciò l’ontologia e la genealogia del linguaggio. D’altronde, nella narrazione mitologica gli Dei non parlano. Lo fanno gli uomini. Oppure, con le Pizie e le Sibille, la voce degli Dei arriva, sì, ma attraverso gli uomini.

Grecia e Magna Grecia volani di civiltà. E lei è nato nel cuore di questo faro di progresso.
Credo che esser nato a Palazzolo Acreide, laddove era posta l’Acropoli della città di Siracusa e sorgeva il Palazzo di Ierone, abbia giocato un ruolo importante nella mia evoluzione personale. In quel Palazzo, all’epoca dell’occupazione romana, si stabilì il console Gallo. Vi trovo un senso di continuità.

 

Una linea di sangue diretta? Lo sottintende, ma poi si sofferma sulla diffusione dei Romani, in quell’area della Sicilia.

 

Continuità…
I Romani si attestarono sugli altopiani degli Iblei: fu così che si creò la stirpe dei Latini di Sicilia. Tutti i sovrani che nominarono i Conti di Modica, affidarono loro il protettorato del Popolo Latino di Sicilia. E nelle campagne della zona vengono distinti dagli animali selvaggi quelli ‘latini’, ovvero le specie domestiche.

A che età è andato via da Palazzolo?
Vi ho vissuto continuativamente pochi anni. Ho avuto un’infanzia un po’ mobile. Ma mi accade un fenomeno stranissimo. Tutti i sogni che ricordo sono ambientati là, in una casa che ho lasciato 45 anni fa.

Perché ha deciso di votarsi all’arte, dalla parte del pensiero che pensa all’arte?
La scelta nasce dall’abitudine di soffermare l’attenzione sulle cose belle, sollecitatami da mio padre che mi mostrava colonne, sculture, pitture. In famiglia si conservava una mia foto, in cui avrò avuto neanche cinque anni, con capelli biondi e lunghi, quasi da bambina, ripreso mentre m’inerpico sulla scaletta della Cupola di San Pietro. Col tempo quest’educazione, quest’attrazione è diventata consapevolezza. D’altronde, il bello e tutto ciò che è cultura sono espressione di una società libera che poggia i piedi a terra ma si protende verso l’arte.

Quali progetti nella sua Sicilia sono in fieri?
In primis, ‘Notobaroc‘ che incastona 10 arti di medialità diversa in un’unica visione poligrammatica. D’altronde, è stata la modernità ad aver operato una artificiosa distinzione delle arti, distribuendo in compartimenti stagni gli artisti che sono tali a 360 gradi. Pensiamo a Pier della Francesca, che fu il più grande studioso di Archimede, o allo stesso Leonardo. L’invenzione della specializzazione come separatezza ha contraddetto un qualcosa di ‘naturale’ negli artisti; io non nego la specializzazione ma rifiuto la parcellizzazione, in cui si distacca nettamente l’uno dall’altro e dal tutto. E’ come per le voci di un coro che si amalgamano in una voce sola.

 

Nel frattempo, assiste pazientemente alla nostra conversazione il filmmaker Nunzio Massimo Nicosì. Per ottimizzare, prende a fotografarci. E’ sua l’immagine che illustra l’articolo. Lui mangia una torta che fa arrivare dalla nostra parte una fragranza accattivante, esotica. Invidia…

 

L’Italia è stato crocevia di questa civiltà ibrida greco-latina. Ma si è smarrita…
Perché ha obliato il proprio ruolo. Noi abbiamo inventato la cultura classica ed è su quella che dobbiamo far leva per riappropriarci del nostro destino. La cultura classica rafforza il senso dell’individuo, ma previene l’individualismo, che isola giacché nasce dall’incapacità di dialogo fra le persone. Tale incomunicabilità discende da un mediocre monologo interiore. Il linguaggio artistico è mosso dalla nostra cultura classica; a torto è ritenuta una devianza ‘pittoresca’ di quest’Italia che, agli occhi degli stranieri, si connota per opere d’arte, spaghetti e mandolini. Che abbaglio! Esso è, piuttosto, un elemento esemplare.

Che indirizzo hanno avuto i suoi studi?
La mia cultura di fondo è squisitamente filosofica, di tipo eclettico.. Essa si fonda storicamente sull’attenzione che i pensatori ebbero al divenire dei linguaggi e dell’espressività, usando, di mio, la chiave interpretativa dell’eclettismo. In fondo, la modernità cos’è, se non eclettismo e originalità mescolati ad una cultura attenta ai modelli del passato, in un intreccio fecondo fra originarietà e originalità? Ho studiato fra le Università di Catania e di Roma, proseguendo, dopo la laurea, nei ruoli accademici di Catania, Milano, Reggio Calabria, Napoli, Palermo. Oggi sono docente di Storia dell’Arte all’Accademia della Belle Arti di Roma. Assorbo continuamente stimoli culturali poiché, oggi più che mai, dobbiamo essere socraticamente convinti che il sapere è rappresentato dal sapere di non sapere. Occorre sviluppare una continua messa in crisi di una conoscenza che, da uno stadio di solidità, è diventata un elemento necessariamente fluido, che dà e riceve forma. Ciascuno di noi dev’essere capace di superare le paralizzanti teorie, di contraddirsi, con spirito d’innovatore. Ciò avendo consapevolezza che ogni innovazione è un rischio da correre, pena la stasi e la distruzione della società.

Quali artisti considera i suoi punti di riferimento?
Certamente ci sono degli artisti che hanno modificato il mio modo di vedere l’arte come poeticità e tecnica. Penso ai fratelli De Chirico, a Umberto Boccioni, Mario Sironi, Fortunato Depero, Arturo Martini. La mia è un’attenzione orizzontale, senza pregiudizi, al vasto mondo degli accadimenti. Non sono mai stato un critico e uno storico militante. Rifuggo dal dogma, pur avvertendone il fascino; così come m’attrae la verità, ma so quanto essa possa essere parziale, sfuggente. Piuttosto, mi riconosco in Ulisse e nella sua inesausta ricerca della verità. E sento che mi appartiene quella frase di San Paolo che recita, suppergiù, così: ‘Fratelli, dovete vivere come se aveste la verità nel pugno, ma sapendo che non esiste in questa vita.’ La nostre sono teorie, cortei intorno alla verità, che risentono della nostra opacità, della nostra ignoranza e del nostro pregiudizio.

In che senso?
Non credo che esistano dei linguaggi assoluti e imperituri, ma tutto dipende da un momento storico che apprezza o non apprezza le espressioni artistiche e culturali che fioriscono nella contemporaneità. Pensiamo che Dante, nel ‘500 era considerato un poetaccio e Petrarca un punto di riferimento, mentre nell’800 la posizione si ribalta.

Cos’è la cultura, oggi?
L’attualità è un momento magico di razionalità ed emozionalità. Essa è continua germinazione, dunque non può essere che diversità. La cultura, oggi, dev’essere capace di sviluppare pluralismo, in una tensione continua al confronto. Il che produce la differenza, concepita come ricchezza e valore e non come disvalore ed eresia. Non ascoltiamo chi fa la predica su un’umanità inselvatichita. L’umanità non è mai stata tanto umana, solidale, amorevole quanto lo è oggi. A fronte di guerre e di massacri, vi sono milioni di volontari che, senza scopo di lucro, si prodigano per gli altri o si battono per l’abolizione della pena di morte. Sono convinto che ciò derivi dalla grande cultura greca e romana che ci hanno consegnato il senso della bellezza e della libertà, il nostro scudo contro una volgare società della spettacolarizzazione. La grande forza della modernità è costituita dalla rottura delle barriere etno-antropologiche; una modernità nata a casa nostra, con l’Umanesimo e il Rinascimento, che hanno riportato in auge i valori greci e romani.

Come avvenne ciò?
Farò qualche nome emblematico: Giorgio Gemisto detto Pletone, il cardinale Giovanni (Basilio) Bessarione, Andrea Giovanni e Costantino Lascaris, Brunetto Latini. Sono loro che ci hanno fatto riscoprire l’umanità che è in noi. Un altro segnale? Il ritorno del paesaggio nella pittura. Il fondo oro della divinità lascia il posto alla rappresentazione del vero, delle figure immerse nella realtà. Pensate alla Tempesta del Giorgione… E poi il culto Mariano che fa emergere la donna nella società, le dà individualità, raddoppiando in un colpo solo… l’umanità.

Insomma, l’Italia culla di libertà e di civiltà?
Senza dubbio alcuno. E col dovere sacrosanto di difendere la propria lingua, intreccio di greco e latino, persino chiedendo all’UNESCO che diventi patrimonio mondiale dell’umanità. Qui è stato concepito, da Monsignor della Casa, il Galateo, fulcro del rispetto della persona; qui il Beccaria per primo ha teorizzato l’umanità della pena e l’abolizione della pena capitale. Dobbiamo coltivare la fierezza di ciò che l’Italia ha prodotto in cultura e libertà, avversando, ad esempio, l’uso dell’inglese quando c’è un equivalente in italiano. Non si possono sentire quegli storpiatori a tutti i costi dei termini latini: media, iunior, prius pronunciati come midia, giunior, praius… che condannano la nostra lingua alla marginalizzazione e non la rispettano.

Quali sono i progetti che l’impegnano al momento?
Oltre alla scrittura… l’attività d’insegnamento, anche nelle Capitali europee. Ritengo che oggi un uomo di cultura italiano debba sentirsi europeo a tutti gli effetti, percependo il senso strategico della Patria europea. L’Europa delle Patrie rappresenta un grande pericolo, racchiudendo tre virus: il virus indipendentistico, il virus nazionalistico e quello isolazionistico. La loro convergenza porta a gravi catastrofi. Noi siamo europei da sempre, è nel nostro DNA, giacché c’è in noi l’Impero Romano e la sua universalità. Non ci sono differenze sostanziali, bensì affinità elettive fra i grandi popoli europei. Se saremo un’Europa compatta, monolitica, non avremo nulla da temere, rimarremo un popolo libero, quello vagheggiato da Altiero Spinelli. D’altronde, lo stesso Dante Alighieri, nel suo ‘De Monarchia’ non pensa all’Italia, ma all’Europa. Essa va fatta risorgere nei cuori, sconfiggendo così le patogene forme neo-barbariche degli individualismi.

 

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