mercoledì, Agosto 4

‘Bella ciao’: il rosso, il nero e l’Italia (con)divisa La recente polemica è una fotografia senza filtri della divisione, della frattura, della scissione che lacera il nostro Paese dopo ben 75 anni di una storia che non si intende condividere

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Non crediamo mai abbastanza

a ciò in cui non crediamo

(M. Conte S. 2004)

La recente polemica che ha fatto subito insorgere come un riflesso condizionato le destre del nostro paese circa la proposta di legge per fare di ‘Bella ciao’ il canto ufficiale (cioè per/di tutti) del 25 aprile, giorno della liberazione dell’Italia dalla dittatura nazi-fascista, fotografa senza filtri la divisione, la frattura, la scissione che lacera il nostro Paese dopo ben 75 anni di una storia che non si intende condividere. Conclusasi con la vittoria della Resistenza e dei partigiani, di diversa estrazione ideale e politica dai comunisti ai cattolici, sulla dittatura di Mussolini e sul nazismo delle camere a gas (ancor oggi negate da diversi, altro che imbecilli imberbi intelligentoni no vax!). Una vicenda oggi ritornata alla ribalta nel Paese in prevalenza di destra per nostalgia delle 4 i: ideale dei fasci, incultura, indifferenza, ignoranza, con l’aggiunta di voler riscrivere il passato mai accettato.

Ha vinto l’antifascismo, ha perso un violento orrido nazismo-fascismo, quello delle camere a gas e delle leggi razziali. Roba che oggi la gente non conosce, non sa, non gli interessa. In un terreno d’incultura il rodaggio di una revisione si è affacciata sin dagli anni ’80 fino al passaggio a metà dei ‘90 di una destra allora Msi-An che ne con maggior vigore rimettere in discussione i fondamenti, aprendo poi la strada ad una Lega prima secessionista, divenuta oggi nazionalista, ma soprattutto del suo competitor più agguerrito, che sarebbe divenuto Fratelli d’Italia, dove è difficile inquadrare il termine di fratelli, fratellanza, in un soggetto politico votato alla discriminazione, se non in una chiamata alle ‘armi’ dei fratelli neri contro tutti gli altri. Quella che ultimamente la capa attuale Meloni ha definito la soffocante presenza dell’antifascismo addirittura ‘militante’!

Il tema è talmente serio e per molti versi preoccupante che difatti non se ne discute mai avendo per troppo tempo date per scontate le ragioni la pluralità di forze politiche susseguitesi alla guida del governo e nelle istituzioni. Il tutto affogato in modi retorici asfissianti molto celebrativi e poco dialoganti, in un’indifferenza della Scuola della Cultura dell’Istruzione a formularne i princìpi discutendone assunti ed esiti. Lasciato il tutto alla singolarità di figure di rilievo l’onere di ribadirne ragioni, molte, e torti, alcuni. Per divenire tutto un calderone indistinto dove è stato più facile confondere mezzi e fini, eroismi ed atrocità, lasciando ad esempio figure pure controverse come Giampaolo Pansa a riformulare con enfasi l’atrocità delle foibe finendo per farle accomunare al disastro dell’uomo dell’Olocausto e potendo così “santificare la figura della ‘vittima delle foibe’ anche se fascista”, come afferma lo storico Carlo Greppi (Domani, 8 giugno 21).

È andata così montando in forme e modi sempre più decisi una critica alla cosiddetta ‘vulgata resistenziale’ per ribaltare il tavolo della Storia offrendo ad un’opinione pubblica alquanto distratta e poco critica una lettura finalizzata a svincolarsi dalla contrapposizione fascismo/antifascismo. Per affermare in modo sbrigativo e di comodo che andassero riconosciute legittimità e dignità ai combattenti della Repubblica Sociale Italiana. Con la precisa volontà di riconoscere che le ragioni si potevano equivalere. Una silente, costante livorosa rabbiosa storia di anticomunismo propugnata da molti dei perdenti fascisti e repubblichini intenzionati a rimaner tali, mentre i comunisti colpiti da sensi di colpa con il crollo del Muro di Berlino abiurarono a tutte le loro storie politiche per ‘mondarsi’ del passato comunista in toto, privando la storia del partito comunista italiano delle opportune differenze propugnate da Berlinguer, rispetto agli altri comunismi europei intrisi di sovietismo. Così i primi, i fascisti per sempre, hanno potuto proseguire come un fiume sotterraneo a scavare nei cervelli di quanti privi di strumenti conoscenze ed azioni non retoriche resistenziali, strizzavano l’occhio a chi non le mandava a dire, anche con modi irrituali ‘scapigliati’ contro il nemico collaterale e costante. Il primo i comunisti autocensuratisi idealmente, il secondo, posta in palio ben più seria, lo Stato, le sue istituzioni a lungo occupate e saccheggiate dalla Dc, sedi e luoghi centrali di produzione e redistribuzione della ricchezza, la Pubblica Amministrazione, Banche, potentati vari.

Un confluire odierno in un nostalgico orientamento politico-culturale che delinea con modi aggressivi e beceri un presente che contorna il futuro di richiami ‘sdoganati’ da media compiacenti (il clan Berlusconi sempre attivo) che inneggiano apertamente ad un passato ‘imperiale’ che ha perso ed il ritorno in auge della Patria chiamata a destra sempre Nazione, sognando nostalgiche pretese imperialiste provinciali di un’italietta in Abissinia, bel suold’amore… Anche l’Italia ha avuto i suoi tanti ‘riciclati’ fascisti insediatisi ed infiltratisi a frotte negli anfratti dello Stato e divenuti i responsabili di tentativi di golpe. Come il gravissimo tentativo di colpo di Stato avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970 organizzato da JunioValerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale in collaborazione con Avanguardia Nazionale e con il sodale aiuto di parti dei servizi segreti italiani, fascisti non post i cui uomini stazionavano nei gangli vitali delle istituzioni del paese. Nel tentativo di arginare la diffusione comunista nel paese. 1970, l’anno della promulgazione dello Statuto dei lavoratori, il 20 maggio con la legge n. 300. Per non dire della legge sul divorzio che sarebbe stata promulgata in quel fatidico 1970 il 1 dicembre, alcuni giorni prima del tentato golpe. Anno di grandi aperture sociali e culturali a cui si cercava di contrapporre la cui classica reazione della destra, armata e proliferata in organizzazioni terroristiche responsabili nel nostro paese dell’eccidio di Piazza Fontana del 1969, con la strategia di incolpare gli anarchici come Pietro Valpreda. Poi sarebbe arrivata la bomba di Piazza della Loggia a Brescia, la bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e tante altre stragi. Tutte di marca fascista, di un variegato terrorismo nero che ha beneficiato di aiuti, collusioni, coperture di apparati dello Stato formalmente democratici, capaci di orientare e manipolare masse ed opinione pubblica altrimenti prese dall’attenzione verso le trucide ed assassine gesta di frange di terroristi rossi che uccidevano in nome di una rivoluzione con cui sovvertire le fondamenta dello Stato democratico, con l’empietà dell’omicidio di Aldo Moro, finendo per sviare dalle gravi colpe di strategie golpiste di destra che miravano a rivoltare lo Stato dall’interno. Ben più pericolose queste ultime a voler vedere bene.

Perse le tradizionali idealità politiche, liberali, socialiste, socialdemocratiche, conservatrici, di destra. Mancando i comunisti o una sinistra radicale su temi e contenuti, non estremista si badi, oggi dispersi in un Pd correntizio privo di ideali, progetto, cultura sociale (ad oggi 11 correnti interne!! Altro che spifferi…), irriformabile luogo di delitti’ di segretari (8-9 in 15 anni!) e trame, trattati, dove si dichiarano, da estremisti, attribuzione mai rivolta agli estremisti veri salvini meloni casapound forza nuova, allisciati dalla stampa italiana democratica, Mentana, Gruber, il trombone Mieli, Floris, Cazzullo quando non parla di delitti efferati, e tanti altri pare giornalisti, proni a queste destre che si richiamano con furbizia alle parole d’ordine del passato in cui persero e che ristabiliranno, con modi forse meno rozzi una volta al potere.

Sconfitta, quella della Storia, che non ha intaccato credenze edillusioni di una massa indistinta di ‘popolo’. Qui ha mancato completamente l’azione pedagogica di conoscenza della Storia la Scuola pubblica, sono mancate strategie e posizionamenti di campo privi di ambiguità, trasformismo, ma soprattutto lo Stato laico repubblicano uscito dalla dittatura grazie ai partigiani ed alla Resistenza, del cui mancato riconoscimento le destre, tra cui quella illiberale dell’ex cavaliere di Arcore, vero ‘eroe’ di un antiresistenzialismo amplificato dalla sua personale insofferenza quando al potere per troppo tempo ha considerato troppo rappresentare il 25 aprile la nazione tutta. Dando fiato alle trombe di quanti lavoravano per disconoscere un carattere nazionale unificante ad un paese trovatosi, forse, una sola volta unito, durante il ciclo del terrorismo rosso, ma mai a voler veramente fare pulizia “dentro” lo Stato dei tanti ex fascisti e repubblichini riciclatisi in una forma ambigua di democrazia. I “rossi” che da fuori vaneggiavano una “rivoluzione d’ottobre” con armi contro lo Stato furono di comodo considerati i nemici da sconfiggere. E ci si riuscì tra molte storture. Ma poi lo stesso Stato nulla o poco fece per ripulire istituzioni fortemente inquinate e che ne hanno pesantemente condizionato il suo cammino verso una democrazia ad oggi mai compiuta.

Basterebbe con facilità verificare quanto la nostra bellissima, splendida, sulla carta, Costituzione sia stata mai compiutamente applicata nell’agire sociale quotidiano. Basti ad esempio solo dire dell’art. 1 di cui le destre leghiste post(?) fasciste e soprattutto forza italioti, i finti liberali ad usum degli stolti, hanno sempre solo citato il secondo comma a metà laddove si recita che «La sovranità (quella citata nevroticamente dalla Meloni) appartiene al popolo..» e qui si fermavano i nazional-populisti-sovranisti senza mai aggiungere, per ignoranza o dolo entrambi gravi, che «… la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Forme e limiti appunto, mai digeriti da a questo punto pericolosi estremisti che hanno già dato prova di stravolgere il dettato costituzionale a proprio uso e consumo. Se vivessimo in un Paese capace di prendere sul serio faccende così serie come questa, si solleverebbe almeno un acceso dibattito magari riuscendo a trovare soggetti politici organizzati, i liquefatti partiti, capaci di essere non solo argine ma memoria vivente di una deriva pericolosa su cui molti si sono tacitamente adagiati, alle prese con i propri unici fondamentali interessi personali vitali.

Dinanzi a questo scenario di cui provo a ricordare i passaggi rilevanti, l’oggi di ‘Bella ciao’ che potrebbe essere un canto unificante per la libertà di espressione solo per coloro i quali credono fermamente nei valori laici repubblicani di un paese uscito da una dittatura ventennale, diviene in modo quasi plastico una ‘offesa’ per le destre, di modo che diviene quasi banale e per giunta ovvio che si possa straparlare in modi e forme tipiche della persona, un fascista tutto d’un pezzo, come La Russa “E allora cantiamo anche Giovinezza!” senza che alcuno dei democratici ministeriali o non abbiano nulla da ridire… pessima deriva, come di sindaci fascio leghisti, che dovrebbero rappresentare tutti, si tolgono la fascia tricolore, bandiera ufficiale dell’Italia, quando le persone la cantano in piazza. In questa dolorosa deriva, alle prese con i soldi europei e le magagne strutturali di un paese arretrato, resta solo un flebile afflato di chi esorta (chi, dove, come?) ad «uscire dal vortice del nuovo squadrismo (ora mediatico) di chi si sente erede di quella storia e alfiere di quella memoria, e non esita a scatenare tempeste di fango su chiunque intralci la sua strada, per poi invocare la libertà d’espressione (mantra delle scaltre destre odierne nel silenzio di tutti gli altri, mio)». Ci rimane ben poco. Sembra tutto un discorrere del passato, si parla della nostra libertà futura. ‘Bella ciao’ al massimo diventerà un più greve ‘ciao, bella!’. Mala tempora currunt.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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