lunedì, Agosto 2

Belgio: una lezione per l'India field_506ffbaa4a8d4

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New Delhi Gli attacchi terroristici stanno diventando sempre più frequenti in Europa negli ultimi anni: prima Madrid, poi Londra, Parigi (due volte) e ora Bruxelles. Ogni volta che accade un fatto del genere, si leggono e si ascoltano le classiche spiegazioni, per lo più in conflitto: misure di sicurezza inadeguate da un lato e mancanza di coesione sociale dall’altro. Spiegazioni che, però, non bastano a comprendere la minaccia di un  fenomeno con un tale grado di complessità. A proposito degli attacchi di Bruxelles di qualche settimana fa, ci è stato detto che nella capitale belga, che ospita circa 2500 agenzie e organizzazioni internazionali, che è il Paese europeo con il più alto numero di foreign fighter, i combattenti stranieri dell’ISIS, anche per via della sua vasta popolazione musulmana (per lo più immigrati dall’Africa settentrionale e, più di recente, dall’Asia occidentale). Sorprendentemente, però, il Belgio dispone di un piccolo apparato di sicurezza: la polizia federale ha una forza totale di circa 12.000 unità e, di fatto, i servizi segreti belgi (lo Staatsveiligheid) non sono stati in grado neppure di raggiungere la quota desiderata di funzionari dell’intelligence, un mero 750! E poi c’è il codice penale del paese, che vieta i blitz dalle 21 alle 5 del mattino, “sempre che non vi sia un crimine in corso”.

Ci viene detto anche che le falle nella sicurezza hanno a che fare con la fragilità della natura politica belga. Nel biennio 2010-2011 il Belgio ha stabilito un record mondiale per una democrazia: l’assenza di un governo eletto per 589 giorni, soltanto perché opposte fazioni non erano in grado di formare una coalizione di governo. Questa nazione multilingue, in cui i cittadini parlano francese, olandese e tedesco, è afflitta da spaccature sociali e rivalità tra le giurisdizioni. Il Belgio, infatti, è una federazione di tre regioni eterogenee con sentimenti secessionisti, Bruxelles, Fiandre e Vallonia, con tre parlamenti separati e due distinti servizi di intelligence, il Servizio di sicurezza dello Stato (civile) e il Servizio di sicurezza e intelligence generale (militare), che s’immischiano l’uno negli affari dell’altro il meno possibile. La forza di polizia federale è sostanzialmente inefficace. Fino a poco tempo fa, per esempio, Bruxelles aveva 19 comuni (delegazioni), ognuno dei quali aveva una propria forza di polizia; ora il numero di comuni è sceso a sei, ma a prevalere è il caos: le sei forze di polizia rispondono ciascuna a un sindaco diverso. Una tale decentralizzazione non aiuta di certo i controlli, che richiedono anzi condivisione, unione e confronto delle informazioni.

D’altra parte, ci viene detto che il problema del terrorismo in Belgio non si ferma alle questioni della sicurezza ma riguarda le divisioni sociali al suo interno, dovute non soltanto alle barriere linguistiche, ma anche all’integrazione dei flussi di immigrati musulmani negli ultimi decenni. Gli immigrati e i loro figli, dal canto loro, sostengono di sentirsi esclusi e di incontrare maggiori difficoltà a ottenere posti di lavoro. Poi c’è il fattore saudita: denaro saudita per promuovere il radicalismo tra i giovani musulmani in Belgio, che fa di molti di loro soldati dell’ISIS o dei Talebani. È quello che è successo con i due fratelli che si sono fatti esplodere in Belgio

Questa argomentazione sociologica presente nei media di tutto il mondo è quella che io chiamo la ‘tesi secolarista’, un ragionamento che è molto simpatetico (o dovrei dire empatico?) nei confronti dei terroristi quando questi sono musulmani (e, purtroppo, la maggior parte degli attacchi terroristici sono di natura islamica). Non so se per questi “secolaristi”, di fronte ai terroristi islamici, si possa parlare di sindrome di Stoccolma; posso però riassumere i tre punti principali sui quali si basa il loro atteggiamento simpatetico (o empatico).

Per prima cosa, si distingue tra terroristi come individui e religione islamica che, tutto sommato, è una grande religione di pace. Secondo, si afferma che i terroristi stanno soltanto reagendo alla grave ingiustizia perpetrata contro i musulmani da parte dei Paesi occidentali e dei loro alleati (e amici, come l’India) in Palestina, Siria, Iraq, Iran, Afghanistan e nel Kashmir. Terzo, si sostiene che a questi terroristi capita anche di essere le “vittime” della cosiddetta democrazia e del capitalismo nei paesi a maggioranza non musulmana, nel senso che sono mal nutriti e rimangono deprivati ​​e depravati. È ovvio che serbino un rancore contro la società che li ha “rifiutati”. Ciò, a sua volta, li conduce alla religione come presentata loro dai fondamentalisti islamici, che credono di fornire una controreplica enfatica all’identità offerta dalla società occidentale. I fondamentalisti li seducono utilizzando un linguaggio strettamente religioso e invocando testi che promettono ricompense “nell’altro mondo” come compensazione per il sacrificio “in questo mondo”, tra cui la garanzia del Paradiso eterno e, più notoriamente, l’offerta lasciva di settantadue vergini celesti.

Sono questi i classici argomenti simpatetici (o empatici) che incontriamo ogni volta che si verifica un attacco terroristico in Occidente, in particolare in Europa. Tutto ruota attorno al fatto di distinguere nettamente tra l’Islam come religione e “gli attentatori musulmani”, che sono per lo più immigrati provenienti dalle ex colonie (in effetti, alcuni di loro sono anche nuovi convertiti da altre religioni, il cristianesimo in particolare), che conducono una vita che è un inebriante mix di disoccupazione, criminalità, droga, razzismo istituzionale e cicli endemici di povertà e di privazione dei diritti civili. A sostegno di tali argomenti, si sottolinea anche che gli aggressori sono una minoranza, mentre la maggioranza dei musulmani nelle città occidentali è rispettosa della legge.

Io sono del parere che, indipendentemente da quel che predica, ogni religione al mondo è stata associata con la violenza, in una forma o nell’altra. Pertanto, quando si parla di religione impegnata per la pace bisognerebbe andare a vedere come ha gestito la violenza e come è coesistita con le altre nel corso degli anni. E qui, a dire il vero, il record dell’Islam è abissale. Dimenticate la gioventù musulmana abbandonata; apostasia e blasfemia sono reati gravi, che portano fino a brutali condanne a morte in paesi dell’Africa settentrionale, Asia occidentale e Pakistan, tutti Paesi “islamici” che basano su questo le loro politiche ufficiali. Pertanto, dire che l’Islam non ha un problema con la violenza e che molti dei principi fondamentali della fede islamica non autorizzano né incoraggiano la violenza è eludere la verità. Oggi nel mondo non esiste nessun’altra religione che usa la spada per uccidere e convertire i suoi nemici: anche se è vero che non tutti i musulmani condividono questo zelo, resta il fatto che l’Islam ha un problema con la violenza.

Qualsiasi dubbio persistente a questo proposito può essere ulteriormente dissipato dall’atteggiamento dei musulmani verso il secolarismo. Il secolarismo è un concetto che nasce nell’Occidente cristiano, e che ha distinto nettamente tra vita pubblica e privata, relegando la religione alla sfera privata. In effetti, la politica secolare spiega anche perché in Europa occidentale le comunità di immigrati, musulmani compresi, ricevono generosi benefici, tra cui istruzione, assistenza sanitaria, alloggi sociali e molteplici altri sussidi da parte dello Stato. C’è grande fascino nel secolarismo, in particolare la libertà di credere a ciò che si vuole in privato. Questa è però una cosa che molti musulmani, compresi quelli ancora in India, non condividono. Per loro, tale distinzione tra pubblico e privato è al contempo priva di significato e inaccettabile. È certamente improbabile che il mondo islamico abbraccerà il secolarismo, anche se venisse la pace in Iraq e in Afghanistan, se i musulmani occupassero il Kashmir o se Israele venisse distrutto.

Qual è allora la via d’uscita? Non ho trovato nessun pensatore di fama che abbia trovato una risposta a questa domanda. Gli empatici o simpatetici verso la causa del “terrorismo islamico” hanno optato per la via più facile, quello che penso semplicemente circondi la causa degli islamisti. Rientrano in questa categoria anche i ‘secolaristi indiani’ nonostante, a rigor di termini, il secolarismo indiano sia diverso da quello occidentale. In assenza di una definizione ufficiale, il secolarismo indiano, il modo in cui è stato praticato, non implica nemmeno un trattamento uguale per tutti, per non parlare di fare una distinzione tra vita pubblica e privata. Il secolarismo indiano ha una serie di regole per la maggioranza indù e un altro insieme di regole per le minoranze (si possono rimproverare le credenze indù, ma è richiesta grande sensibilità quando le questioni riguardano le minoranze; il governo può fare e regolare le leggi per gli indù e i loro luoghi di culto, ma non ha il coraggio di toccare le minoranze, in particolare i musulmani). Sotto il secolarismo indiano, non abbiamo neppure leggi civili uniformi.

In ultima analisi, il terrorismo islamico è una guerra ideologica, una guerra tra chi crede nella convivenza pacifica e nella pluralità di fedi e chi dice che il loro è l’unico modo che deve prevalere. E si prospetta una guerra di lunga durata. Questo non significa che dobbiamo eliminare l’Islam, o trattare i musulmani con ostilità, ma significa che non possiamo più indulgere in false equivalenze spacciate dai nostri codardi ‘secolaristi’. Dobbiamo essere orgogliosi e preservare i nostri principi di uguaglianza, giustizia, convivenza e pace, assicurando che i numeri siano a nostro favore. L’India rimarrà secolare fintanto che gli indù costituiranno la stragrande maggioranza, perché un vero indù rispetta sempre le differenze.

Traduzione di Barbara Turitto

 

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