domenica, ottobre 21

Beirut: l’élite libanese che vive dentro una ‘bolla’ Come vive l’élite di un Paese che è sempre sull’orlo del collasso, ne parliamo con il ricercatore ISPI Eugenio Dacrema, e la fotografa di Bubble Beirut Anna Bosch

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Nel cuore del Libano, in un Paese profondamente mutato da una Guerra Civile terminata nel 1990, che oggi è attraversato dalle tensioni tra gruppi religiosi e tra diverse forze politiche, che affronta il problema dei rifugiati siriani, che vive nel timore di una nuova guerra tra Israele e il gruppo sciita Hezbollah e che il 6 maggio 2018 ha affrontato dopo ben 9 anni le elezioni parlamentari, esisteva e continua ad esistere una bolla di ricchi e potenti di Beirut.  Ma “come vive l’élite di un Paese che è sempre sull’orlo del collasso?”, E’ questo che si è chiesta la fotografa spagnola Anna Bosch che attraverso il suo progetto fotografico Bubble Beirut è riuscita a raccontare una parte di Libano spesso nascosta e racchiusa in una bolla di lusso e denaro.

La prima volta che sono stata a Beirut, un’amica libanese che è nata a Barcellona e si è trasferita in Libano a 16 anni mi ha fatto conoscere  Viviane Eddé, che scrive per ‘Mondanité‘ della vita sociale delle persone più ricche a Beirut. Lei mi ha invitato ad un paio di feste, dove ho conosciuto persone come banchieri, attrici, modelle, uomini d’affari, ambasciatori. Una delle feste era al Phoenicia Hotel, un famoso hotel a Beirut per le pubbliche relazioni del marchio di lingerie ‘La Perla’, un’altra era una cena privata in un ristorante. Questi due eventi mi hanno fatto pensare che c’era qualcos’altro oltre a una breve storia da raccontare. Sono tornata a Barcellona con ancora più domande di prima che andassi a Beirut”, ci racconta Bosch.

Bosch da quando ha iniziato il suo progetto nel 2011 e la guerra in Siria era ancora all’inizio, è tornata in Libano altre 9 volte. “Nel 2011 la sensazione di ‘pericolo’ era minore rispetto ad oggi”, spiega Bosch, “ma in Libano si vive come se non ci fosse un domani ed è stata una mia scelta non mostrare altro al di fuori di una bolla in cui si è stabilita l’élite del Paese

Bosch racconta di aver incontrato molte persone interessanti per aspetti differenti, ma una delle persone più importanti che ha incontrato è Walid Jumblatt, un influente politico in Libano in questo momento. “Suo padre è stato un martire durante la guerra civile e da allora ha dovuto sostituirlo come leader socialista e come uomo di guerra”, spiega.

Bosch racconta di aver scattato alcune foto ma purtroppo non le è stato dato il permesso di pubblicarle o esporle. La fotografa ci racconta di come vivere in Libano non è facile. “Ci sono interruzioni di elettricità due o tre ore al giorno, il traffico è terribile e l’acqua e la vita sono in generale molto costosi”. Allo stesso tempo però spiega come chi ha già il denaro può trovare la vita in Libano più economica rispetto ad altri Paesi: “I servizi come lo chofer, il baby-sitter, gli addetti alle pulizie, i camerieri sono economici. L’educazione e la sanità sono sviluppate in Libano”, afferma Bosch.

Nonostante la classe ricca di Beirut viva in un Paese profondamente slegato dal proprio mondo e nonostante intorno ad essi ci sia un Paese in ginocchio “alle feste tutti sono amichevoli e sorridenti”, racconta Bosch.

Ma chi è l’élite libanese? Bosch racconta che gli Edde o i Torbay sono personaggi importanti nel mondo degli affari. Gli Sursock provengono da un passato aristocratico, ma oggi devono affittare il giardino del palazzo dove vivono per pagarsi la manutenzione. Mikati’s è stata storicamente una potente famiglia politica ed economica nella parte nord del Libano.

L’élite libanese si concentra maggiormente nella capitale ma non è rappresentata da un solo partito o da un solo movimento. Eugenio Dacrema, ricercatore ISPI ci spiega che il Libano è fondamentalmente una democrazia rappresentativa però di fatto è un’oligarchia: “anche coloro che hanno una coscienza politica pronunciata si definiscono tali. Anche i partiti sono dominati spesso da clan familiari come gli Hariri, i Gemayel, i Jumblatt, una serie di famiglie che circolano intorno a Hezbollah. Ci sono una serie di figure che si tramandano di padre in figlio o di padre in nipote”, afferma Dacrema.

Al di la di essere le famiglie vere e proprie al potere, poi queste hanno dei rapporti allargati che passano attraverso anche rapporti economici. “Ci sono alcune banche che sono affiliate con questo o quell’altro partito, quindi anche con quella famiglia, quindi anche con quel clan. Per esempio a Beirut gli Hariri sono particolarmente forti, hanno accordi tramite la loro holding Solideri con potentati locali che controllano soprattutto i settori bancario e edilizio. A Beirut l’élite è quasi tutta legata agli Hariri, ma già al sud l’élite è legata ad Amal o Hezbollah”, spiega Dacrema.

Quindi non vi è soltanto un partito che rappresenta l’élite ed esiste anche un élite economica che va di pari passo con quella politica.

C’è anche un élite socio culturale perché ci sono alcune situazioni particolarmente rinomate a livello universitario, come ad esempio la American University of Beirut (AUB), la Lebanese American University. “Una volta le università erano suddivise in maniera più o meno settaria, i poveri andavano alla  Lebanese University che quella statale, i ricchi andavano a quella in francese e cattolica la Université Saint-Joseph e invece i ricchi specialmente sunniti andavano all’ American University. Adesso al Saint-Joseph vanno ancora i cristiani ricchi, però alla AUB vanno sia i cristiani, i sunniti che gli sciiti”, spiega Dacrema. C’è tutta la cream dell’élite dei ricchi nel suo complesso.

In questi luoghi nascono anche quei movimenti tipo Beirut Medinati, o Kulluna Watani che è quello che ha vinto alcuni seggi a Beitut quest’anno. “Sono quei movimenti che cercano di essere anti settari cercando di abbattere quelle barriere che tengono su la politica libanese”, afferma Dacrema.

In questi luoghi gente ricca e di cultura si conosce, si scambia opinioni e cerca di abbattere questi muri. “Questa è gente che ha i soldi ma rappresenta anche una élite culturale, è gente che ha avuto rapporti con l’estero, che è stata all’estero”, commenta Dacrema e prosegue: “In realtà i ricchi veri, le persone che hanno davvero i soldi  sono all’interno della politica e non mandano i figli all’università. E’ gente che ha dei business familiari collegati con personalità politiche e tutto rimane in famiglia”.

Quindi c’è un parallelismo di un movimento non settario legato ad alcune élite un pò più illuminate e poi c’è tutta l’élite poco illuminata ma anche molto più ricca che è legata al sistema politico di oggi così com’è.

Secondo Dacrema l’élite libanese negli anni non ha subito profondi cambiamenti.

Il Libano è sempre stato settario anche prima della Guerra Civile”, afferma Dacrema. Ci spiega che la struttura che dava ai cristiani la presidenza, ai sunniti la presidenza del consiglio e così via c’è sempre stata. Quello che è cambiato, secondo Dacrema è che “si sono riequilibrati demograficamente gli equilibri”,  per cui la presidenza va sempre ai cristiani come prima della guerra ma conta molto meno di quanto contasse prima. “Prima era un sistema presidenziale e oggi è un sistema parlamentare e chi conta in realtà e il Governo, quindi sunniti e sciiti”, commenta Dacrema. Quindi non è cambiato moltissimo, “è cambiato forse che rispetto al passato dove l’economia era saldamente in mano all’élite cristiana e in parte ai commercianti sunniti, dopo la guerra civile specialmente con l’emergere di Hezbollah e di Amal negli anni 80 è emersa anche una forte élite sciita che oggi può concorrere con le altre”. Dunque le cose si sono riequilibrate anche dal punto di vista economico. “Si può dire che i sunniti oggi tengono molto di più le redini dell’economia che conta a Beirut rispetto ai cristiani, afferma Dacrema.

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