martedì, Maggio 18

Beirut, dialogo bloccato con spiragli field_506ffb1d3dbe2

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Tammam Salam

 

Amman – In Libano attentati e scontri oramai da mesi stanno nuovamente attanagliando il Paese, una escalation di violenza che ha avuto un momento apicale con l’attentato nel corso del quale è morto Mohamad Chatah, ex Ministro delle Finanze del Paese.  Il Libano è diventato un ring di sangue. Ring sul quale combattono forze interne ma di fatto controllate da attori internazionali. Alla base dell’impossibilità di fermare le violenze vi è l’incapacità delle forze politiche libanesi di trovare un accordo per la formazione del Governo, uno stallo politico che oramai sta proseguendo da mesi originato dalle influenze esterne. Negli ultimi giorni sembrerebbe affacciarsi uno spiraglio proprio perché qualcosa, all’interno di queste forze esterne determinanti nella vita del Libano, è cambiato. L’Arabia Saudita sta ripensando le sue posizioni nella guerra siriana e l’Iran ne ha preso atto.

 

Il Libano è una Repubblica Parlamentare, la sua struttura rientra nella definizione di Repubblica semipresidenziale in quanto il Presidente della Repubblica, per quanto non eletto direttamente dal corpo elettorale, detiene potere esecutivo, partecipando alle sedute del Consiglio dei Ministri.
I membri del Parlamento, eletti a suffragio universale ogni cinque anni,  a loro volta, hanno l’incarico di eleggere il Presidente della Repubblica.
Quanto differenzia il Libano dai principi ordinatori occidentali è il multiconfessionalismo, ossia la ripartizione degli incarichi sulla base proporzionale dell’orientamento religioso dei singoli cittadini, in ambito politico e giuridico.
Per prassi consolidata dal ‘patto nazionale del ’43’ quindi, il Presidente della Repubblica è sempre un maronita, il Primo Ministro è sempre sunnita e il Presidente del Parlamento è sempre sciita.

Tendenzialmente i maggiori partiti rappresentanti delle varie fazioni si presentano all’elettorato in coalizioni. Da una parte il fronte anti-siriano e filo occidentale sostenuto da Usa e Arabia Saudita formato dal Movimento per il Futuro di Saad Hariri, dai falangisti di Pierre Gemayel, dai socialisti di Kamal Jumblatt e dai cristiani di Samir Geagea, contrapposti alla coazione del 8Marzo formata da Hezbollah, dal fronte cristiano del generale Michel Aoun ed gli sciiti di Amal, sostenuti da Siria ed Iran.
Se si tiene conto di questo contesto, più semplice risulta capire le dinamiche complesse che si stanno sviluppando nel Paese a livello di dialogo politico.

Nel giugno del 2013 si sarebbero dovute tenere le elezioni, rimandate, poi, di 17 mesi, al novembre 2014, per via del rischio di contagio del conflitto siriano nel Paese, e da allora vanno avanti le consultazioni, mentre l’agonizzante Governo presieduto dal miliardario Najib Miqati tenta di mediare nonostante le tensioni accumulate fra le due fazioni.

Ad oggi non si è ancora trovato un accordo per formare un nuovo Governo, e gli indizi e le fonti interne alle varie coalizioni, portano a pensare che un Governo pluripartitico non sarà formato a breve.
Il 29 Gennaio l’ultimo incontro fra il Premier designato Tammam Salam aveva dato il via ad una due giorni di trattative nel tentativo di chiudere un accordo di Governo che garantisse governabilità in breve tempo.
Tuttavia, il tentativo di rimpasto, dopo settimane di trattative fra i vari rappresentanti delle diverse forze politiche confessionali, non ha portato a risultati utili, né, tantomeno, ad accordi, si parla chiaramente di punto morto prevalentemente dovuto alla scelta intransigente di Michel Aoun, leader del Movimento Patriottico Libero, di non cedere alla proposta di una ripartizione denominata 888, cioè un nuovo frazionamento di otto dicasteri per ogni gruppo religioso, che garantirebbe al suo partito la gestione di due Ministeri a fronte della cessione del dicastero per la gestione delle risorse energetiche.

Questa situazione di stallo preoccupa non poco il Presidente Michel Suleiman che ha espresso la sua opinione a riguardo in un tweet del 10 febbraio, a seguito dell’ennesimo muro contro muro nelle discussione sulla costituzione di un gabinetto: «Dimostriamo che possiamo costruire uno Stato, che siamo in grado di formare il Governo, di eleggere i presidenti e i consigli di rappresentanza  senza prorogare i termini e dovremmo ricorrere al Consiglio costituzionale e non boicottarlo».  Le pressioni del Presidente Suleiman arrivano dopo la scelta di Hezbollah di opporsi alla assegnazione dei due Ministeri per la Sicurezza alla coalizione 14 Marzo.

Il Primo Ministro designato Tammam Salam, indipendentista culturalmente vicino alla coalizione sunnita, ma strettamente legato anche all’opposta fazione sciita, dovrà dimostrare in questi giorni le sue qualità di mediatore, nessun altro, infatti, ha la possibilità di impostare un tavolo di trattativa ampio come quello che la sua figura di out-sider può garantire, ed è questa la ragione che il suo indice di gradimento è in ascesa, in segno di fiducia verso il suo operato.

Quel che ci si domanda è se la scelta comune fra i movimenti di Nasrallah ed Aoun di opporsi allo sviluppo del nuovo Governo derivi da una reale diffidenza nella scelta della grande coalizione, o se entrambi stiano scommettendo sul lento degrado del Governo ad interim, per giovarne a livello di opinione pubblica nella prossima elezione presidenziale, che si terrà a breve vista la scadenza di mandato di Michel Suleiman, in carica dal 2008, senza cosi dover rinunciare al controllo sulla sicurezza per il primo, e sull’energia, del secondo.

Intervento esterno inaspettato che potrebbe rappresentare uno spiraglio, è stato quello dell’Ambasciatore iraniano a Beirut, Ghazanfar Roknabadi. Durante la conferenza stampa tenuta in occasione del trentacinquesimo anniversario della Rivoluzione Islamica ha dichiarato che le recenti iniziative dell’Arabia Saudia in politica estera suggeriscono un cambiamento positivo nelle politiche di Riad, che potrebbero segnare un riavvicinamento fra Teheran e Riad. Il messaggio era chiaramente riferito alle recenti dichiarazioni del Re saudita, che ha ammonito i combattenti suoi connazionali implicati nel conflitto siriano ad abbandonare il territorio.  Dichiarazione che in Libano è stata letta come invito a Hezbollah a fare lo stesso, dopo l’ammissione del coinvolgimento dei suoi uomini in favore di Bashar al-Assad, che oltre a violare gli accordi di non intervento siglati internamente al Paese, ha innescato l’instabilità nella parte nord del Paese. Una dichiarazione, quella dell’Ambasciatore iraniano, particolarmente interessante se si tiene conto della lettera dell’ex Ministro Mohamad Chatah indirizzata al Presidente iraniano, Hasan Rouhani, poche ore prima di essere ucciso. Nella lettera l’ex Ministro chiedeva appunto l’intervento dell’Iran per terminasse la «partecipazione di tutti i gruppi armati libanesi e movimenti, inclusi Hezbollah, nel conflitto siriano».

All’inizio di febbraio, anche la Chiesa maronita, preoccupata per il destino del Libano, era intervenuta con un documento ufficiale che indica le vie da imboccare per salvare il Paese dalle spinte centrifughe che lo stanno minacciando. Il documento rivendica il ruolo avuto dalla Chiesa maronita nella configurazione dell’identità libanese, ancor prima della proclamazione dell’indipendenza nazionale, denuncia i processi di marginalizzazione dei cristiani nella vita politica e sociale nazionale, attraverso fenomeni come l’alterazione dei fragili equilibri istituzionali che regolano la rappresentanza delle varie comunità confessionali e la acquisizioni di proprietà immobiliari appartenenti ai cristiani da parte di gruppi finanziari con base in altri Paesi del Medio Oriente. Inoltre nel documento viene ribadito con insistenza in più punti che non possono esistere nel Paese eserciti privati o milizie armate legate a fazioni o partiti, con evidente riferimento a Hezbollah. Si stigmatizza la contrapposizione tra i blocchi politici che sta portando il Paese alla paralisi istituzionale, auspicando la sollecita creazione di un Governo di emergenza che veda coinvolte tutte le componenti del quadro politico nazionale, per poi affrontare senza rinvii le prossime scadenze elettorali (elezioni presidenziali e politiche).

Le distensioni dei due grandi contendenti, Iran e Arabia, sembrano poter aprire spiragli di dialogo concludente.
Contemporaneamente dall’Europa, e più precisamente da L’Aja  -dove si tiene il processo iniziato il 16 gennaio per far luce sull’omicidio di Rafiq Hariri–   giunge notizia dell’ufficializzazione delle indagini sulla figura di Hassan Merhi, accusato di aver fatto pervenire all’emittente del Qatar ‘al Jazeera’, il video accompagnato dalla lettera di un immaginario gruppo terroristico, al fine di creare una falsa rivendicazione sull’attentato e sviare le indagini dalla pista di Hezbollah.  

Un Governo neutrale e di ampia coalizione sicuramente non risolverebbe tutti i problemi del Paese, ma potrebbe risolvere le questioni essenziali e dare respiro alla popolazione, costretta a convivere con l’aumento di attentati suicidi, in una situazione economica provata tanto dalle tensioni siriane quanto dalla mancanza di un Esecutivo attivo e percepibile nella vita del Paese.

 

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