martedì, Novembre 30

'Basta trivellazioni, non vogliamo altre Val d'Agri'

0
1 2 3


Nasce a Gesualdo, piccolo paese in provincia di Avellino considerato tra i più belli dell’Irpinia un nuovo fronte di resistenza alla minaccia delle trivellazioni petrolifere. Nel 2010 gli uffici del Ministero per lo Sviluppo Economico conferiscono il rilascio di un permesso per il progetto di ricerca di idrocarburi denominato ‘Nusco’, che riguarda quasi 700 chilometri quadrati di territorio, due dei quali rientranti nella provincia di Benevento e per la restante parte in Irpinia. Le ditte titolari di quel permesso sono la Compagnia generale idrocarburi e la Italmin exploration.

Goffredo Pesiri è il portavoce del Comitato ‘No trivellazioni petrolifere in Irpinia‘, comitato nato a Gesualdo nel 2013. “Pochi mesi dopo il varo del progetto di trivellazioni” racconta Pesiri, “facemmo pervenire in Regione presso la commissione tecnica deputata alla valutazione del progetto, le nostre osservazioni redatte da tecnici esperti di sismica e geologia. Ottenemmo che la Regione sollecitasse la società a indicare gli aggiornamenti a un progetto che evidentemente non soddisfaceva le molteplici emergenze di un territorio altamente sismico come il nostro. Dopo quasi un anno ci convocarono nuovamente presso l’amministrazione regionale per la verifica del progetto aggiornato, formulammo allora ulteriori osservazioni, coinvolgendo tutta la società civile irpina e facendo riferimento ai nodi sensibili della questione. Stiamo parlando di trivellazioni in un sito prossimo al centro abitato di Gesualdo, a 200 metri da un complesso scolastico. Al di là del pur rilevante aspetto tecnico, parliamo di impatto sul tessuto socio economico del comprensorio”.

L’impatto, per dirla in soldoni, è quello che può produrre una attività di estrazione petrolifera in un paesaggio dove da anni si parla di corridoi ecologici, sviluppo sostenibile, di una riconoscibile identità ambientale come uno dei valori principali del patrimonio dell’umanità, concetto riconosciuto anche formalmente dall’Unesco e sul quale a lungo ci si è interrogati da queste parti dopo il disastroso terremoto dell’80.

A sentire Pesiri, ci si fa un’idea che non può esistere nessuna logica nemmeno economica in un piano di sviluppo economico basato sul petrolio per un territorio come quello irpino che produce gli unici vini Docg della Campania più una serie di produzioni inserite negli specifici elenchi dell’Unione Europea per la valorizzazione e tutela delle tipicità agroalimentari. “Stiamo dimostrando con i fatti quale sia la strada da percorrere tra uno sviluppo basato sull’agroalimentare che risulta essere, secondo indici economici ufficiali, il valore più importante della provincia di Avellino, che contempla il vitivinicolo, la filiera del grano oltre che la trasformazione di prodotti agricoli e, dall’altra parte, una industria petrolifera che prevederebbe pozzi e anche installazioni di aree di stoccaggio del greggio in un complesso che è fortemente urbanizzato e che a differenza di altre aree del Meridione, presenta potenziali di sviluppo e crescita importanti, che però verrebbero mortificati se non annullati dall’eventuale insediamento petrolifero. Se facciamo un paragone con la Basilicata, vediamo che pur essendo zone simili dal punto di vista naturalistico hanno indici di sviluppo economico sostanzialmente diversi. Ecco perché l’oggetto della nostra opposizione vuole far emergere questa dicotomia, cercando di far prevalere il principio che il nostro territorio ha un potenziale per svilupparsi, alternativo al petrolio che potrebbe, invece, limitare questo sviluppo aggravando la situazione economica delle aree interne delle aree meridionali. E dal punto di vista politico abbiamo sollecitato le istituzioni ad assumere delle posizioni simili a quelle assunte tempo fa dalla Toscana. Continuiamo a sostenere che i nostri territori si debbano dotare di norme di tutela sull’esempio della regione del Chianti, favorite dal fatto che l’Irpinia ambisce a entrare tra le aree di produzioni vinicoli pregiate. La speranza è che possano fungere come forte deterrente anche politico rispetto a quelle che potrebbero essere le disposizioni da Roma sul fronte delle trivellazioni. Al momento con lo ‘Sblocca Italia’ la valutazione di impatto ambientale sul progetto che siamo riusciti a procrastinare nel tempo è passata alla competenza delle commissioni tecniche di valutazione del Ministero dell’Ambiente, dunque il territorio è stato privato della possibilità di valutare in loco il progetto. Il decreto prevede un deciso snellimento dell’iter legislativo e prevede a favore di chi sfrutta un giacimento, la possibilità di poter ottenere concessioni lunghe decenni, espropri più facili, con una gestione del territorio che scavalca vincoli urbanistici locali, incidendo fortemente sui legittimi diritti di chi vive il territorio. E a livello nazionale non esiste una normativa chiara e precisa, ad esempio, sui possibili rischi o incidenti, nulla sulle responsabilità a seguito di danni cagionati all’ambiente, e così via. Un vulnus normativo che favorisce solo coloro i quali fanno questo tipo di lavorazione”. E adesso? Che succede? “Adesso, se la Regione Campania non si presenta, e in tempi rapidi, ai tavoli nazionali con un complesso di norme rigide a salvaguardia del nostro territorio, il rischio per noi diventa sempre più forte. La questione politica diventa centrale; queste norme, il centrodestra non le ha varate e il centrosinistra non lo sta facendo, ma i tempi stringono e deve essere chiaro che se non si escludesse l’Irpinia da questo piano nazionale delle trivellazioni, sarebbe un palese fallimento della politica regionale, con responsabilità politiche di tutti”.

L’istanza della Italmin exploration risale al 2002. Negli anni vengono prodotti una serie di documenti da parte degli uffici ministeriali anche per ottenere le valutazioni della Regione Campania la quale, nel 2008, per conto dei tecnici incaricati del Servizio Ambiente e Paesaggio, esprime il parere favorevole di valutazione di incidenza al progetto. Fino al 21 ottobre del 2010, quando il ministero rilascerà poi il permesso, è un susseguirsi di istanze, chiarimenti, opposizioni dei comuni irpini, note aggiuntive. Compresa la conferenza di servizi del 9 aprile 2010 presso gli uffici del Ministero, andata deserta mancando i rappresentanti della Regione Campania e della Soprintendenza per i beni archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta che erano stati convocati.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->