lunedì, Giugno 21

Bashar al Assad: da riformista a criminale La parabola dell’ultimo degli Assad, indagato per crimini contro l’umanità, a inchiodarlo 55mila foto

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All’inizio la gente chiede soloriforme‘, non vuole la caduta del regime. Bashar è un leader popolare.
Il 15 di marzo, nella città vecchia, davanti alla moschea degli Omaydi, una manciata di persone chiede, appunto, ‘ihtijajat’, riforme. Un corteo modesto. La gente intorno guarda stupita e non partecipa. La vita nella capitale continua a scorrere tranquilla. Ma il 18 di marzoDaraa, una cittadina meridionale al confine con la Giordania, è teatro di una grande manifestazione. Alcuni ragazzini vengono arrestati per aver disegnato graffiti anti-regime su un muro. E il Presidente sottovaluta la gravità del gesto. Ragazzi appartenenti a un importante clan locale, chiusi nelle prigioni della Polizia segreta con il Governatore che insulta le famiglie.
Molti a Damasco si chiedono ”Perché non è intervenuto subito punendo il responsabile delle guardie di sicurezza?”. La città si unisce intorno alle famiglie.
Le proteste aumentano.
Il regime reagisce con la forza e da allora gli slogan per le riforme cambiano. ‘Vogliamo la libertà, abbasso gli Assad’.
Dopo Daraa chi non vuole ‘la rivoluzione’ continua a sperare che la situazione si calmi, che il Presidente Bashar riesca a trovare un punto di accordo con chi manifesta. Aspetta con ansia i suoi discorsi alla Nazione. E ogni volta Bashar delude. Sembra fare il contrario di ciò che sarebbe assennato fare. All’inizio di aprile, dà il via alle riforme, ma sono solo cambiamenti di facciata. Intanto, sostiene che la Siria è vittima di «un complotto». «Infiltrati stranieri, salafiti, agenti israeliani». La legge di emergenza viene eliminata ma è sostituita da quella antiterrorismo. Nei focolai di rivolta viene schierato l’Esercito.
Le vittime fra i manifestanti aumentano di venerdì in venerdì e le forze armate di Assad sparano a chi partecipa ai funerali.
La stampa internazionale è bandita dal Paese e non ci sono fonti indipendenti a confermare i fatti. Le manifestazioni anti-regime si alternano a quelle a favore di Bashar che sembra procedere sulla via del cambiamento, concedendo la cittadinanza alla minoranza curda della regione di Qamishli. Ma le proteste continuano espandendosi a macchia di leopardo nel Paese.

A otto mesi dall’inizio delle rivolte, secondo i dati Onu, al 15 novembre 2011 le vittime della repressione sono oltre 3.500.
Ormai in gran parte del Paese si può già parlare di guerra civile.
Molti oppositori, ormai, sono armati e si sono uniti a gruppi di disertori raccolti nell’Esercito Siriano Libero (ESL). Il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), il gruppo più strutturato dell’Opposizione basata in Turchia, preme per essere riconosciuto dalle Cancellerie internazionali. La Lega Araba propone un piano di transizione che Bashar sembra accettare ma non rispetta. E la Lega sospende la Siria dall’Organizzazione.

Il dottor Bashar al Assad, che ha studiato all’estero, e si è presentato fin dall’inizio della Presidenza come un modernizzatore, ha rivelato un volto inaspettato.
In tanti lo ritengono ‘vittimadei clan legati al padre, dei generalidel fratello Maher a capo dei reparti scelti delle Guardie Repubblicane. Nel momento in cui Bashar al Assad ha ereditato il complesso sistema autocratico creato dal padre ne ha dovuto per forza accettare le regole. E lo ha portato avanti.
Un regime non può essere riformato senza metterne in pericolo la stessa essenza. E’ vero, Bashar al Assad, avrebbe avuto la potenzialità di diventare un nuovo leader arabo, ma, in realtà, allora, nel 2011, controllava ed era controllato da una struttura che poteva essere modificata nell’essenza solo con la sua stessa eliminazione. Anche accettare la road map proposta dalla Lega araba, avrebbe portato alla caduta del regime. Liberando i prigionieri, ritirando l’Esercito e le forze di sicurezza, il dialogo con l’opposizione non ci sarebbe stato, perché l’opposizione avrebbe vinto.

Non solo Bashar, dunque, ma tutto l’apparato del regime, ha avuto, in realtà, solo una scelta dall’inizio delle rivolte: cedere, ‘in blocco’, o reprimere, sperando di vincere. Ha scelto di non cedere, e reprimere.
Da quel novembre 2011 sono trascorsi 4 anni, il dottor Bashar al Assad non cede, prosegue a reprimere, muove la sua ultima pedina, la Russia, e intanto Parigi lo indaga per crimini contro l’umanità. Una parabola in discesa per il riformatore di Damasco, che, incamminato a toccare il fondo, tenta di portarsi dietro un bel pezzo di Medioriente, perché lui, in quel novembre dell’’11, l’aveva capito perfettamente: l’espulsione dalla Lega Araba era l’inizio della fine dellaSiria degli Assad’ ma il provvedimento innescava l’internazionalizzazione della crisi siriana.

 

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