lunedì, Settembre 27

Barriere, frontiere, mura: da protezioni a patrimonio culturale

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Barriere dissuasive nelle nostre città a tutela dei luoghi simbolo e di massima frequentazione? Al ‘No grazie’  fermo e deciso della Sindaca di Barcellona all’ingresso delle Ramblas, luogo della strage  del terrorismo Isis di giovedì 17,  motivato dal fatto di riaffermare il carattere  cosmopolita di città aperta al mondo, alla cultura, alle  diverse etnie, senza alcuna concessione a coloro che   vorrebbero negare l’essenza stessa della sua esistenza e del suo modo di essere, molte voci si sono levate a sostegno delle barriere protettive, richieste qui in Italia, dal Viminale.

Misure urgenti, anche a prescindere dalle caratteristiche estetiche e architettoniche delle strutture indicate: jersey di cemento armato, fioriere  o altro tipo di ‘dissuasori’ ( tornelli, metal detector, aree di prefiltraggio nelle zone considerate a rischio). Una richiesta alla quale hanno già aderito città come Milano, che ha installato gli antiestetici blocchi di cemento  all’ingresso della Galleria, nelle vie attorno al Duomo e nelle strade della movida, Roma ( ai Fori Imperiali e in via della Conciliazione), Napoli, Torino, Bologna, Firenze.

Il capoluogo toscano ha già deciso di  dar corso alla proposta dell’architetto Stefano Boeri  per installare  intorno al Duomo in San Lorenzo ed in altri luoghi-simbolo, ampi basi con querce e melograni, per dare anche un segnale ambientalista alle difese urbane. Non c’è tempo da perdere, perché al di là delle reiterate minacce al patrimonio artistico e simbolico italiano ed internazionale ( in primis  il Vaticano), il pericolo è reale e non va sottovalutato.

Ormai è evidente che l’Isis, sconfitta nei territori conquistati  a suo tempo,  abbia deciso di muovere il proprio disperato  attacco nelle città-simbolo della civiltà europea. Le quali  si sono dotate nel corso dei secoli di strutture difensive entrate a far parte del nostro patrimonio storico, monumentale, ambientale: si pensi alle mura etrusche, romane (di Aureliano in particolare)  bizantine, celtiche e altre ancora, alle tante fortezze militari disseminate ovunque, medievali e Rinascimentali, che oggi costituiscono un grande patrimonio culturale (come il Forte di Belvedere  e la Fortezza Medicea a Firenze), torri di avvistamento e fortezze militari lungo le nostre coste entrate ormai a far parte del paesaggio ambientale. Erano fortificazioni realizzate da specialisti. Non potremmo immaginare le nostre antiche città senza quelle strutture di difesa e d’ornamento.

Del resto, se guardiamo più indietro nel tempo,  vediamo come gli elementi di difesa dei vari insediamenti umani, ne abbiano caratterizzato e accompagnato l’evoluzione,  dagli antichi  villaggi dell’età della pietra (neolitico) e poi dei metalli ( rame e del bronzo) fino alle città storiche.

E’ nel neolitico (si parla di circa dagli 8 mila ai 5 mila anni fa) un periodo relativamente pacifico,   che sorgono i primi villaggi, gli utensili di pietra diventano più raffinati, compaiono i primi tessuti,  si usa la terracotta, si coltiva il grano e gli alberi da frutta per soddisfare i più elementari bisogni di sopravvivenza.  E’ quella, probabilmente, una società di uguali.

Nel suo saggio ancor oggi stimolante  di un noto esponente del razionalismo tedesco come  Ludwig Hilbersimer sulla ‘Natura delle città, si ricorda come  l’evoluzione  generi  conflitti dovuti alla necessità di conquistare nuove terre coltivabili poiché col diminuire delle guerre la popolazione è aumentata: da queste esigenze di  difesa,  nasce  la necessità di una diversa organizzazione del villaggio e della vita comunitaria, attraverso un più compatto raggruppamento delle  capanne,  intorno ad uno spazio centrale, con fortificazioni costituite da barriere di rovi, difficili da penetrare, cui seguiranno  palizzate e fossati. La civiltà neolitica  si diffonde per tutto il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Europa. I conflitti fra clan diversi non comportano  la distruzione dei nemici, bensì la loro sottomissione.  Poi, le colline fortificate divengono luoghi più  sicuri  rispetto alle aggressioni: Senofonte parlando  dei Drili, una tribù dell’Asia Minore, osserva come questi si fossero salvati ritirandosi in una fortezza circondata da un ampio fossato e da un bastione di terra, su cui era eretta una palizzata con torri di legno. In tal modo una tribù primitiva poteva  resistere anche ad eserciti assoldati.

L’Atene preistorica nasce sulla collina dell’Acropoli, la Roma preistorica sul colle del Palatino. Il modello organizzativo del villaggio sopravvive ai suoi creatori. Poi l’età del bronzo  introducendo  tecnologie più avanzate e miglioramenti  economici  segna la trasformazione del villaggio in città, che col tempo diverranno capitali di grandi imperi.
Nell’area dell’arco fertile, dal Mediterraneo Sud orientale al Golfo Persico sorgono  le prime città dell’uomo, che devono continuamente  difendersi dalle tribù nomadi, generalmente più forti e quindi in grado di sottomettere i contadini.

 Il loro   incontro-scontro produce una società più avanzata,  che organizza dighe e canali per l’irrigazione, l’agricoltura e strade di trasporto.  L’aratro sostituisce la vanga e diviene  strumento di sviluppo  e simbolo della forza generatrice della natura. La vanga era strumento della donna, l’aratro, vessillo sacerdotale, dell’uomo. Ciò  contribuisce il passaggio dal matriarcato al patriarcato.  L’aratro rende possibile l’agricoltura, che fornisce  cibo ad una popolazione in aumento, porta ad una suddivisione del lavoro, appaiono artigiani e mercanti, carovane e battelli percorrono i fiumi e promuovono gli scambi. Si importano pietre legno  e metalli per abbellire pietre e palazzi. I sumeri sono i fondatori delle  prime piccole città-regno e degli stati tempio, città fortificate e circondate da territori  agricoli che danno loro sostentamento.

Le mura difensive sono una necessità per molte città. L’antica Uruk in Mesopotamia è una delle città murate più antiche del mondo,  gli antichi egizi costruiscono  fortezze alle frontiere della valle del Nilo per proteggersi contro gli invasori provenienti dai territori confinanti. Molte fortificazioni del mondo antico sono costruite con mattoni di fango rendendo  difficile il lavoro degli archeologi.
Nei Paesi biblici le città hanno  un’estensione di pochi ettari.

Alcune però sono  molto più grandi. Babilonia, Roma e le capitali d’Egitto, Assiria e Persia  lo sono  eccezionalmente. Babilonia è una delle  meglio protette: non solo è cinta da mura insolitamente forti, ma sorge lungo un fiume che costituisce un ottimo fossato difensivo e anche una riserva idrica. Ma questo non basterà. Sarà  conquistata in una notte, per mano di Ciro il Persiano, che devia il corso dell’Eufrate in modo che i suoi uomini possano entrare in città attraverso le porte delle sue mura.

Per difendersi le città si devono  dotare di  alte mura che costituiscono una barriera per il nemico, di armi  e di  un’adeguata riserva idrica. In tempo di pace si possono fare scorte alimentari e riserve d’acqua. Allora come oggi elemento fondamentale per la sopravvivenza in tempi di assedio o di siccità. E fossati pieni d’acqua circondano le mura e i bastioni della città.

Anche Gerusalemme  si è  dotata di un fossato  e di una torre  ultimo caposaldo difensivo. Altre torri, oltre a quelle cittadine, vengono erette in luoghi isolati, a protezione delle cisterne e per sorvegliare le vie di accesso alla città. Anche nel deserto del Negheb.  Il punto debole sono le porte, prevalentemente di legno  e metallo,  facili preda del fuoco.  

Ma le città  assumono anche un  valore simbolico. Non solo nella forma prima circolare poi quadrata e rettangolare, la loro fondazione avviene attraverso un rito sacro (i rituales degli etruschi espongono le regole della consacrazione dei templi e degli altari, le disposizione delle porte, la distribuzione delle tribù,la costituzione dell’esercito, la santificazione delle mura).

Ogni città ha i caratteri di uno témenos, di uno spazio, di un recinto sacro, delimitato da pietre e da mura,  caratterizzato dalla presenza dell’altare, del tempio e di altri edifici annessi.  E il significato delle mura è sacro prima che difensivo. La violazione di questa sacralità comporta  la caduta della città. Il mito del  cavallo di Troia non rappresenta soltanto un espediente tattico, la città è condannata nel momento in cui le porte Scee sono violate.

Le mura disegnano il  limite della territorialitàIl centro, invece, è l’altro elemento della città ideale e materiale. Mirciade Eliade ci ha lasciato numerose testimonianze sul valore cosmogonico del centro e sul   suo carattere ‘ombelicale’sul rapporto stretto tra ‘città e divinità’. Al centro si collocano  il  tempio, ovvero la dimora  e il palazzo, cioè la dimora regale, fattori coagulanti dell’organismo urbano.

Nel racconto biblico della presa di Gerico (i sette sacerdoti con le sette trombe che sette volte fanno il giro intorno alle mura della città), compaiono gli elementi di un rituale di demolizione, che vedono  -come sottolineava  l’architetto Paolo Sica  in un suo saggio del 1970 (‘L’immagine della città da Sparta a Las Vegas’) –  la città ‘slegarsi e dissolversi’.  A Paolo Sica, prematuramente scomparso, si deve la realizzazione (in collaborazione con l’architetto Adriano Montemagni, anch’egli scomparso) dell’ultimo grande ponte di Firenze, quello ad un’unica arcata detto dell’Indiano.

Tornando all’’immagine biblica citata, volta ad esaltare l’impresa di Giosué e degli israeliti del crollo  col suono delle trombe delle mura della città assediata, poco  importa che   appartenga più alla leggenda che non alla realtà storica, come  afferma invece nel suo libro lo storico  delle religioni e  archeologico orientalista Mario Liverani  (‘Oltre la Bibbia – Storia antica di Israele’):  poiché quando sarebbe arrivato Giosuè, la città era già in rovina da quattro, cinque secoli, abbandonata dall’epoca del Bronzo Antico. Lo stesso vale per l’episodio della conquista di Ai, una città che nel nome stesso significa già ‘rudere, rovina’. L’idea in sé della presa della Terra Promessa come evento in cui un popolo conquistatore caccia ed elimina i precedenti abitanti è una descrizione ideologica, non suffragata dai fatti. Dunque più che di una conquista si sarebbe trattato di una colonizzazione. Il fatto è che Gerico rappresentava un simbolo, da debellare per sostituirlo con altri simboli religiosi.

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