mercoledì, Luglio 28

Barconi, immigrati e un passato che non passa Non si deve permettere ai militanti della Lega Nord di giocare così su pericolosi registri

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La vita di Victor Klemperer, professore universitario a Dresda, un tedesco nato in Polonia nel 1881, scorreva tranquilla, per quanto potesse essere tale nella Germania oberata da colossali debiti, lascito della sconfitta nella prima guerra mondiale, e con una situazione sociale oltre il limite della frattura. Il crollo di Wall Street, nel 1929, aveva ulteriormente complicato le cose, ma perlomeno i santuari universitari sembravano reggere ancora. Non per molto, però, perché all’inizio del 1933 i nazisti presero il potere e tutto si rovesciò, soprattutto per chi come il professore aveva in qualche modo a che fare con gli ebrei, e lui lo era addirittura per metà, da parte di padre, che era un rabbino. La madre, come Viktor, era protestante.

Klemperer aveva servito la patria tedesca durante la Grande Guerra, ma non gli giovò perché quando gli istinti, sapientemente manipolati da individui privi di scrupoli, prendono il sopravvento, pochi rimangono immuni al contagio. Così il professore cominciò a non sentirsi più a casa propria, presto perse la solidarietà dei colleghi, l’incarico universitario, e il suo piccolo mondo, quello delle relazioni ogni giorno, gli voltò le spalle.

A chi volesse farsi un’idea di tempo così lontano eppure così vicino, consiglierei qualche pagina a caso del monumentale ‘Resistere fino all’ultimo’, in cui il semiologo annota, quasi ora per ora, a cominciare dal 1933 e fino al 1945, tutto ciò che gli accade intorno, finendo per registrare in presa diretta la spaventosa deformazione che subì il popolo tedesco sotto la spinta dei messaggi ossessivi veicolati dalla propaganda nazista.

Com’è andata a finire lo sappiamo, quello che invece facciamo finta di non sapere è che la storia ritorna spesso sui propri passi, il che sconsiglierebbe di trascurare, come arrivò a fare Klemperer all’inizio, persino gli indizi più minuti, come il comportamento del falegname che non trova mai il tempo per finire un certo lavoro, oppure il vicino di casa che comincia a salutare a fatica, piuttosto che il macellaio sempre meno disponibile e deciso a non farvi più credito.

Cose del genere accaddero allo studioso e ora sembrano riecheggiare ancora, molto più vicino a noi. Treni impossibili da fermare una volta partiti, per questo non si deve permettere ai militanti della Lega Nord di giocare così ostinatamente su questi pericolosi registri, non si deve permettere ai leghisti di Orzinuovi, in provincia di Brescia, di incoraggiare la delazione contro il clandestino, invitando i cittadini a segnalare se, «enti, organizzazione o altro» tengono nascosto un clone di Anna Frank e dei suoi familiari. Così come non si deve permettere a dei malavitosi che fanno finta di esprimere semplici opinioni sul web, di minacciare il libraio milanese che goliardicamente mette in vetrina la foto di Matteo Salvini, scrivendo sulla felpa di costui che nel suo negozio è meglio se non entra.

LEGA-SEGNALAZIONE-CLANDESTINI

Il diario di Klemperer forse non voleva raggiungere questi esiti, ma letto oggi, ad una trentina di anni dall’uscita in Germania, dove esplose come un clamoroso caso letterario, ci fa dire, col classico senno di poi, che se fosse stato possibile rovesciare la freccia del tempo, sarebbe stato meglio prestare maggiore attenzione a tutti quei segni che presi singolarmente sembravano allora insignificanti deviazioni da una norma immodificabile. In realtà quegli indizi trascurati erano sintomi di una spaventosa malattia oramai degenerata in metastasi e che non sarebbe più regredita prima di avere esaurito tutta la sua carica virulenta, conducendo l’Europa vicino all’annientamento.

Quando sette anni fa fui invitato dalla Fondazione Fossoli ad accompagnare un treno per Auschwitz con centinaia di studenti a bordo, mi preparai al viaggio moltiplicando ricerche, approfondimenti, domande, la più frequente delle quali riguardava i cittadini tedeschi e la loro consapevolezza di quegli eventi, mi chiedevo se essi ‘sapevano’ ciò che accadeva nei campi di sterminio nell’Alta Slesia e non solo. Non avevo una risposta, dunque cercavo ovunque, chiesi anche a Marek, la nostra guida polacca. Era un uomo serioso e di poche parole, dall’espressione monocorde, mi fece cenno di seguirlo in un locale ampio quanto una palestra, a Birkenau, dove erano allineati diversi forni crematori, che un tempo erano stati efficienti macchine di smaltimento. «Questi sono stati fabbricati in Germania, da un’azienda che fino al giorno prima costruiva trattori. Se lo vuoi sapere erano pure in garanzia, così quando si guastavano, il costruttore inviava dei tecnici tedeschi a ripararli. Forse qualcuno avrebbe dovuto porsi delle domande». Risposte del genere non possono certo risolvere il quesito, ma non sono inutili.

La distribuzione degli immigrati nel nostro Paese, «Quelli che arrivano coi barconi e si prendono una diaria di 35 euro al giorno, soldi nostri, quelli che diamo allo stato con le nostre tasse, mentre i disoccupati italiani prendono solo due dita negli occhi», sta facendo affiorare un rosario di piccoli e grandi crimini contro l’umanità di cui anche gli spettatori silenziosi rischiano di essere annoverati come complici. Oggi come allora, una perenne notte dei cristalli.

È ancora possibile fermarli, bisogna però che ognuno parli, si muova, non giri la testa dall’altra parte, prima che sia troppo tardi. Sarebbe imperdonabile se rileggendo le pagine del nostro personale ‘Resistere fino all’ultimo’, quel diario che non mettiamo sulla carta ma custodiamo nella nostra coscienza, un giorno dovessimo scoprire che era già tutto scritto e che sarebbe bastato qualche grammo di pigrizia in meno per salvare ciò che era nostro dovere salvare, a cominciare dal rispetto per noi stessi per continuare con la dignità dei nostri simili, dei nostri fratelli, presi in pasto da individui che faticano a fare la pace con le proprie esistenze e si scagliano contro quelle degli altri, meglio se stranieri, preferibilmente disperati.

 

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