martedì, Settembre 21

Bannon, Iran, Wolff: Donald Trump sempre più nel mirino Teheran: il premio Nobel Shirin Ebadi chiama alla disobbedienza civile. Yemen, nuovi raid della coalizione araba

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Tutti, sempre, contro Donald Trump. Il presidente americano sempre più sotto il fuoco ‘nemico’, ma anche ‘amico’, o quantomeno ‘ex amico’. Partiamo infatti dalla questione interna che lo vede contrapposto al suo ex chief strategist alla Casa Bianca Steve Bannon, contro il quale ha inviato una lettera di diffida, sostenendo che ha violato un accordo di non divulgazione parlando all’autore del libro Fire and fury: inside the Trump White House del «presidente, dei membri della sua famiglia e della società, svelando informazioni confidenziali all’autore Michael Wolff e facendo dichiarazioni denigratorie e in alcuni casi completamente diffamatorie».

In particolare, parlando nel libro di Russiagate, Bannon ha definito ‘sovversivo’ e ‘antipatriottico’ l’incontro alla Trump Tower tra il figlio del tycoon Don Jr. e un gruppo di russi. Trump che poi si è fatto sentire anche attraverso la portavoce Sarah Sanders, che ha affermato: «Bannon non ha niente a che fare con me o con la mia presidenza, quando l’abbiamo licenziato non solo ha perso il lavoro, ha perso anche la testa». In particolare su Bannon ha ribadito: «Ha avuto poco o niente a che fare con la nostra vittoria. Non rappresenta la mia base e ha passato il suo poco tempo alla Casa Bianca a provocare false fughe di notizie».

La Casa Bianca ha ribadito poi che Trump non ha partecipato all’incontro con esponenti russi alla Trump Tower durante la campagna elettorale, come ipotizzato dall’ex chief strategist. In merito al Russiagate poi, Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Trump arrestato per evasione e riciclaggio, ha avviato una causa contro il procuratore speciale Robert Mueller, il vice attorney generale Rod Rosenstein che lo ha nominato e lo stesso dipartimento di giustizia. La tesi di Manafort è che Mueller abbia ecceduto nei suoi poteri durante le indagini.

Sempre nel libro di Wolff, emerge poi che l’ex premier britannico Tony Blair avrebbe avvertito i collaboratori di Trump sul fatto che gli agenti di Londra avessero spiato il team dell’ex tycoon nel corso delle elezioni presidenziali. Secondo quanto rivelato dal ‘Times‘, Blair, stando al giornale, era alla ricerca di un incarico come inviato di Trump per il Medio Oriente. L’ex leader Labour ha definito le rivelazioni ‘completamente assurde’ e ‘senza alcuna base’.

Trump che poi finisce nel mirino dell’Iran, che in una lettera al segretario generale dell’Onu accusa gli Stati Uniti di ‘grottesche’ interferenze nei suoi affari interni, e di incitare le proteste antigovernative attraverso una serie di ‘tweet assurdi’. L’inviato iraniano all’Onu Gholamali Khoshroo parla di Washington che «ha superato ogni limite nel violare le regole e principi della legge internazionale che governa la condotta civile delle relazioni internazionali». Nel frattempo nel Paese sembrano diminuire le proteste, con i sostenitori del governo e della guida suprema Ayatollah Khamenei che sono tornati ancora una volta in piazza. Ma c’è chi alimenta qualche dubbio su questo, parlando di mancanza di notizie causata dal giro di vite del governo sui social network. In varie città iraniane, migliaia di persone hanno invece manifestato il loro appoggio alle autorità.

C’è però chi in Iran richiama alla disobbedienza civile. E’ Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace 2003, che in un’intervista al quotidiano ‘Asharq Al-Awsat‘ afferma che gli iraniani dovrebbero smettere di pagare le bollette di elettricità, acqua e gas, non versare le tasse e ritirare i loro soldi dalle banche di stato per aumentare la pressione sul governo e forzarlo ad accogliere le loro richieste e ad interrompere la repressione: «Se il governo non vi ha ascoltati per 38 anni, ora il vostro compito è ignorare quel che vi dice il governo».

Ma non finisce qui per Trump, che su Twitter è tornato ad attaccare chi lo demonizza per l’aumento della tensione con la Corea del Nord: «Con tutti quei falliti ‘esperti’ che si fanno sentire, davvero qualcuno pensa che i colloqui e il dialogo sarebbero partiti tra Nord e Sud Corea se io non fossi stato fermo, duro e disposto a impegnare la nostra forza contro il Nord. Sono degli sciocchi, ma i colloqui sono una buona cosa!». Oggi intanto mossa a sorpresa del presidente americano, che ha deciso di far slittare un’esercitazione militare annuale con la Corea del Sud dopo i Giochi olimpici invernali di Seul, proprio per allentare la tensione nell’area.

Passiamo allo Yemen, perché raid della coalizione araba a guida saudita hanno causato la morte almeno di una cinquantina di persone, tra cui 12 civili. Nel mirino le postazioni dei ribelli sciiti Houthi, alleati dell’Iran. I bombardamenti sono avvenuti nella provincia di Hodeida, sul Mar Rosso. Secondo l’Onu, altri raid compiuti il 26 dicembre avevano provocato 68 morti tra i civili.

Viaggio a Cuba per l’Alto Rappresentante Ue per gli Esteri, Federica Mogherini. «L’Unione Europea non condivide l’atteggiamento degli Stati Uniti riguardo ai rapporti con Cuba, perché gli europei vogliono costruire ponti ed aprire porte», ha tenuto a ribadire. La responsabile della politica estera di Bruxelles ha aggiunto che «respingiamo anche le azioni degli Usa contro cittadini, aziende ed interessi cubani, perché non possiamo accettare che misure unilaterali compromettano i rapporti economici e commerciali con Cuba».

Polemiche in Turchia dopo l’interpretazione pubblicata in un glossario online dei termini islamici dalla Direzione per gli affari religiosi (Diyanet), secondo cui il matrimonio evita l’adulterio e può essere contratto appena si entra nell’età della pubertà, già dai 9 anni per le donne e dai 12 anni per gli uomini. La voce, ora rimossa, ha provocato una bufera politica, spingendo il principale partito di opposizione Chp,a chiedere l’apertura di un’inchiesta. Sui social network, molti utenti hanno inoltre espresso il proprio sdegno, chiedendo anche la chiusura della Diyanet.

Chiudiamo con la Palestina, perché il caso della morte di Ibrahim Abu Thuraya, un paraplegico palestinese ucciso il 15 dicembre scorso mentre partecipava ad una manifestazione a ridosso della barriera di recinzione della Striscia di Gaza, è stato riaperto. L’esercito israeliano ha ordinato alla polizia militare di accertare le circostanze esatte in cui l’uomo è morto. In un primo momento, ha precisato un portavoce militare, è stato stabilito che Abu Thuraya non fu ucciso dal fuoco di un cecchino militare, come sostenuto da parte palestinese. Al tempo stesso, ha aggiunto il portavoce, non si può ancora escludere che la sua morte sia da attribuirsi ad altri mezzi di dispersione di massa utilizzati dai soldati in quella circostanza. Stavolta però ci si avvarrà anche di informazioni ricevute da organizzazioni che operano a Gaza.

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