mercoledì, Maggio 12

Bangladesh, Myanmar e Vietnam tra le nuove frontiere dello sviluppo mondiale

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In fase di investimento, le società, in particolare i gruppi creditizi, utilizzano una serie di parametri importanti al fine di chiarire quali siano i migliori territori dove investire con prospettive e stime positive  -in termini di ritorno economico- stabilendo a monte se si tratti di ricercare utili nel breve, nel medio o nel lungo periodo. Al netto delle valutazioni temporali, alcune variabili strutturali come la stabilità sociale, il livello di cultura o istruzione e la presenza di infrastrutture -tanto per citarne alcune- rimangono le principali guide rispetto alle quali gli investitori internazionali si muovono, tenendo conto che alcuni mercati sono già saturi’, il che spinge ad unacacciaperpetua di nuove Nazioni dove investire. Ne scaturiscono, così, gruppi alquanto eterogenei al proprio interno di Paesi che mostrano prospettive di crescita interessanti dove capita di incontrare insieme Oman, Argentina, Panama e Croazia accanto a Bangladesh, Costa d’Avorio, Kenya e Zambia (Nazioni ancor oggi tra le più povere sul pianeta).

Ad esempio, Credit Suisse  ha introdotto nel suo più recente report relativo al Board di Investimenti il Credit Suisse Frontier Markets (CS FM) che comprende 30 Paesi, i quali collettivamente rappresentano 3,7 miliardi di dollari di produzione economica pari al 15% dei 24,4 trilioni di dollari di prodotto interno lordo generato dai mercati emergenti. Al suo interno, poi, è stato creato un gruppo di focalizzazione delle ‘Nazioni di frontiera’, il CS FM10, costituito dai dieci componenti più grandi selezionati dalla rispettiva classifica del Prodotto Interno Lordo (PIL o GDP) attuale, della popolazione e della capitalizzazione del mercato azionario.

Questo gruppo di Nazioni in via di sviluppo situate in quattro Continenti comprende l’Argentina, il Bangladesh, l’Egitto, l’Iran, il Kenya, il Marocco, la Nigeria, il Pakistan, la Romania e il Vietnam, che rappresentano collettivamente tre quarti e quattro quinti del totale degli investimenti economici, demografici e circa le partecipazioni. Vi si aggiungono, successivamente, variabili altamente rappresentative del gruppo più grande nel suo complesso, in termini di crescita media del PIL e della popolazione, produzione economica pro capite, tassi di fertilità e dinamiche di urbanizzazione e crescita.

Stabilito un range che comprende estremi positivi e negativi di valutazione, in termini di crescita del PIL, si può così verificare che all’estremità superiore dello spettro ci sono una serie di Nazioni africane subsahariane, guidate dalla Costa d’Avorio (7,7%), Kenya (6,3%), Ghana (5,9%) e Namibia (5,2%). Inoltre, all’estremo superiore delle aspettative di crescita del PIL del 2015-20, le Nazioni ‘Frontier Asia sono quattro: Bangladesh (6,8%), Vietnam (6,2%), Sri Lanka (5,0%) e Pakistan (5,0%) che, con la più ampia regione ‘Frontier Asia’ (5,8%), è proiettata a superare la crescita nei mercati emergenti, inclusa la Cina (4,7%) o esclusa la Cina (3,5%).

Dato che le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale per la crescita economica del mercato globale di frontiera fino al 2021 permangono -in alcuni casi- altamente ottimiste, ci sono diversi Paesi leader, in particolare in Asia e nell’Africa sub-sahariana, che potrebbero significativamente superare il criterio di assegnazione al settoremondo emergente’. Tuttavia, dopo cinque anni di calo della crescita della domanda di materie prime mondiali, i cosiddetti ‘mercati di frontierastanno navigando in un ambiente macroeconomico problematico a causa di un’inflazione elevata, di un deprezzamento notevole delle valute e per obbligazioni derivanti da alti livelli di debito esteri ancor oggi parecchio significativi.

Nel corso dello sviluppo globale, vi sono più punti dove si sono constatati rallentamenti oppure oscillazioni, in particolare a causa dei prezzi degli idrocarburi, un fattore che è stato una delle principali fonti di volatilità storica della crescita del PIL in tutto l’universo del ‘Mercato di frontiera’. Questo effetto è amplificato in Paesi come Trinidad e Tobago, Oman, Iran, Kazakistan, Nigeria ed Ecuador, con quote di produzione del petrolio e del gas sul PIL del 2015, tra il 10% (Ecuador) e il 40% (Trinidad e Tobago). Si tratta di medie di esposizione che son state più che doppie dei livelli di dieci anni prima.

Per offrire un ulteriore dato di raffronto, in Zambia, la produzione di rame come parte sul PIL del 2015 è diminuita al 13% dal 17% registrato nel 2005 (con un picco del 25% nel 2007), dato che la domanda -principalmente legata alla rapida urbanizzazione della Cina- si è progressivamente raffreddata.

Altri quattro ritardi di crescita tra le previsioni precedenti stilate sulla base di studi quinquennali (2015-20) del PPF per la crescita del PIL pro capite, tra i Credit Suisse Frontier Markets CS FM vi sono Ecuador (-1,7%), Oman (0,1%), Kazakistan (1,9%) e Nigeria (2,4%), che condividono la caratteristica comune delle economie azionate da petrodollari e spiegano pertanto la gran parte della deviazione regionale nelle prospettive di crescita su base cinque anni, in particolare nel settore ‘Frontier Asia’.

Rispetto ai mercati emergenti già sviluppati e mainstream, le demografie delle Nazioni a sviluppo di frontiera sono caratterizzate da elevati tassi di fertilità, elevata crescita della popolazione, una quota crescente della popolazione in età lavorativa, miglioramento delle aspettative di vita, bassi tassi di urbanizzazione e un certo grado di variazione etnica. Vi è poi da considerare il Frazionamento linguistico. La United Nations Procurement Division (UNPD) inquadra un Paese che ha il potenziale di raccogliere un certo dividendo demografico (di solito poi si rivela in un aumento della produttività economica da due a tre decadi), come un Paese con una crescente percentuale di giovani e un tasso di fertilità in calo.

Ciò pone la maggior parte dell’universo del ‘Mercato di frontiera’ nella zona demografica più stabile caratterizzata da un calo del rapporto di dipendenza dell’età (quando i tassi di fertilità scendono a causa di una significativa riduzione dei tassi di mortalità infantile) e con un grosso segmento di popolazione in movimento Nella coorte produttiva dell’età lavorativa, inoltre, si riscontra l’effetto secondario di un tasso di fertilità in calo, cioè l’aumento aggiuntivo della popolazione attiva determinato aumentando la partecipazione femminile del lavoro.

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