giovedì, Aprile 22

Bangkok, l'alba del golpe Dopo la Libia, la Thailandia in mano ai militari. Legge marziale e tv chiuse

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Dopo gli sviluppi tumultuosi in Libia, i riflettori sono puntati sulla Thailandia, teatro di proteste di massa da mesi, riesplose dopo la destituzione della Premier Yingluck Shinawatra e in vista delle elezioni posticipate del 20 luglio prossimo.
Come in Egitto e il Libia, tutto rema nella direzione di un colpo di Stato restauratore. Dopo gli ultimi 3 morti e la ventina di feriti della settimana scorsa, in piena notte l’esercito thailandese ha decretato la legge marziale nel Paese, attraverso la tivù statale controllata dalla Difesa.
«Non è un golpe, ma un’azione necessaria riportare la pace e l’ordine pubblico», sostengono i militari, che nel week end avevano minacciato di intervenire, «con tutte le forze», se la crisi politica non fosse rientrata.
L’ultimo putsch militare in Thailandia risaleva al 2006, quando i soldati intervennero per rovesciare l’allora primo Ministro, il controverso Thaksin Shinawatra. Dal suo auto-esilio, tuttavia, il magnate è rimasto il finanziatore del partito al Governo Pheu Thai, finché la sorella Yingluck, eletta Premier, due settimane fa, non è stata destituita per abuso di potere dalla Corte costituzionale, in quello che i suoi sostenitori considerano un «golpe giudiziario».
In piazza gli anti-governativi del Partito democratico per le Riforme (Pdrc), filomonarchico e appoggiato dai miliari, si oppongono ai supporter del movimento populista dei Shinawatra, in un Paese spaccato in due.

Proclamata la legge marziale, «in vigore finché non sarà ritornata la calma», il Capo di Stato maggiore Prayuth Chan ocha ha imposto la censura dei media, «vietando a tutti i mezzi d’informazione di riportare o diffondere notizie o immagini dannose per l’interesse nazionale».
In totale 10 canali televisi (incluso il canale satellitare Blue Sky), sia pro opposizione sia filogovernativi, sono stati interdetti dalle trasmissioni, con l’accusa di «distorcere l’informazione» e «aggravare il conflitto».
Calato il silenzio stampa, i supporter delle Camice rosse (fedeli al Governo provvisorio vicino ai Shinawatra) si dicono «circondati dai militari», nel quartiere di Bangkok dove si erano radunati. Soldati armati e mezi delle Forze dell’ordine sono stati dispiegati nella capitale, in particolare nei luoghi commerciali, dei grandi alberghi e vicino alle stazioni tv.
L’esecutivo ad interim ha raccomandato all’esercito di «agire nel rispetto della Monarchia costituzionale». Via Twitter, l’ex Premier e tycoon Thaksin Shinawatra ha rotto il suo silenzio, esortando a «non distruggere la democrazia».
È grande la preoccupazione della comunità internazionale. Richiamando «tutte le parti a una prova di moderazione e di non violenza», il Giappone si è allertato per «prendere tutte le misure necessarie, per garantire la sicurezza dei cittadini nipponici che vivono in Thailandia». «La legge marziale deve essere temporanea e non deve mettere a rischio la democrazia», hanno ammonito gli Usa.

In Asia, gli Stati Uniti tengono d’occhio anche la Cina, dove oggi il Presidente russo Vladimir Putin, in visita a Shanghai, è stato ricevuto dal suo omologo cinese Xi Jinping.
Mentre lo zar di Mosca ha definito i rapporti tra i due Paesi non allineati «al punto più alto degli ultimi anni» e a un «passo dall’accordo di portata storica sul gas naturale», tra Washington e Pechino sono scintille.
Con le accuse americane di «spionaggio industriale» a cinque hacker militari cinesi, l’Ambasciatore degli Usa a Pechino Max Baucus è stato convocato dal vice Ministro degli Esteri Zheng Zeguang. Per la Cina le denunce di pirateria informatica sono «semplicemente infondate e con secondi fini».
Nell’Europa dell’Est, Gli Usa controllano anche la situazione in Ucraina, dove Mosca ha comunicato, per l’ennesima volta, «preparativi per il ritiro dalle zone di confine, dopo una lunga fase di esercitazioni», confermati, «nel raggio di 10 chilometri dalla frontiera», stavolta anche da Kiev.
C
on i toni vagamente concilianti del Premier Dmitri Medvedev, il Cremlino si è anche detto pronto a «ridiscutere con Kiev il prezzo del gas, dopo l’estinzione di parte consistente del debito ucraino». L’ottica, a lungo termine, sarebbe riorientare verso la Cina l’export del gas russo non fornito all’Occidente: l’intesa tra Cina e Russia comunque non è ancora stata firmata, si continua a trattare fino alla fine del vertice .
Parallelamente, anche la Rada, il Parlamento ucraino, ha approvato il ritiro delle truppe governative nell’Est secessionista e maggiori garanzie per l’autonomia delle regioni, in segno di distensione.

Se il fronte ucraino appare come sedato in attesa delle Presidenziali del 25 maggio, l’allerta delle potenze occidentali è massima nella Libia reduce dall’assalto alle istituzioni delle truppe dell’ex generale gheddafiano Khalifa Haftar.
La Marina americana ha raddoppiato il numero di aerei nella base siciliana di Sigonella, qualora fosse necessario evacuare lo staff dell’Ambasciata Usa nella capitale libica. E la Turchia ha chiuso provvisioriamente il Consolato di Bengasi in via preventiva, come già disposto da Egitto, Tunisia, Arabia Saudita, Emirati e Algeria, che hanno anche ritirato il personale diplomatico dalle Ambasciate.
In Turchia, la notizia dell’arresto per omicidio volontario del figlio del proprietario della società che gestisce la miniera di carbone di Soma Can Gurkan, Amministratore delegato dell’azienda, ha calmato le proteste contro il peggiore disastro industriale della Turchia moderna (301 morti e centinaia di feriti).
A una settimana dal voto del 26 e 27 maggio, le violenze restano invece all’ordine del giorno in Egitto, dove altri tre poliziotti sono stati uccisi e nove feriti, in un nuovo attacco di «uomini armati» al Cairo, contro un presidio notturno degli agenti all’Università Al-Azhar.

Alla vigilia del quinto turno delle Presidenziali in Libano, anche nel Paese dei Cedri è scorso nuovo sangue. Otto militari, compreso un ufficiale, sono stati feriti nella città settentrionale di Tripoli, in un quartiere sunnita dove le milizie armate solidali con la rivolta siriana si scontrano con i rivali alawiti.
Sempre in Medio Oriente, duri scontri sono esplosi tra i profughi palestinesi di Jenin, in Cisgiordania, e i reparti dell’esercito israeliano, in azione per la cattura di un miliziano di Hamas. Mentre, nel nord dello Yemen, la guerriglia tra le forze governative e i ribelli sciiti huthi ha provocato oltre 20 morti tra militari e insorti.
Anche la Nigeria è stata scossa da tre gravi attentati ai mercati di Jos, nella regione centrale, che, hanno confermato le autorità, hanno fatto «decine di morti».
Tra tanta instabilità e violenza, l’India veleggia in compenso verso una nuova fase. Il vincitore incontrastato delle legislative Narendra Modi, leader della destra nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (PJP), è stato ufficialmente designato Premier in Parlamento e ha ricevuto dal Capo di Stato Pranab Mukherjee l’incarico di formare il nuovo Governo.
Il giuramento è atteso, dopo le consultazioni, nel fine settimana. Inginocchiatosi per baciare la terra di fronte al palazzo dell’Assemblea, Modi ha dedicato la vittoria alla sua gente e dichiarato: «Non siamo qui per guadagnarci posizioni di rilievo, ma per assumerci responsabilità. Sono qui davanti a voi come il figlio di un povero uomo. Questa è la forza della democrazia».

L’Europa attende il nuovo super commissario con il voto del 25 maggio e si mobilita per la Serbia alluvionata, con oltre 30 mila sfollati e almeno 23 morti. A Belgrado è arrivato il Commissario europeo per la Cooperazione e gli aiuti umanitari Kristalina Gheorghieva, a Belgrado per parlare delle conseguenze della catastrofe e aiuti. Le operazioni di soccorso ed evacuazione proseguono senza sosta: per il 21, 22 e 23 maggio il Governo ha proclamato lutto nazionale, lo stato di emergenza in tutto il Paese resta in vigore fino a venerdì 23 maggio.

 

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