giovedì, Maggio 13

Banche e titoli di stato: lotta Germania-Italia

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Come accennato, la Germania propugna questa soluzione per spingere le banche a dismettere titoli pubblici, soprattutto in Paesi come l’Italia, e per separare i destini del debito sovrano dai quelli del settore del credito. Per i tedeschi, i rischi dei depositanti si possono pure condividere, ma vanno ridotti. L’Italia, che ha già posto il veto con il premier Matteo Renzi e il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ha gioco facile nel sostenere che se un dato Paese va in default, comunque le sue banche vanno gambe all’aria, anche se hanno nel frattempo venduto tutti i bond pubblici. Inoltre, risponde Roma a Berlino facendo tesoro della propria esperienza diretta, non è stato l’acquisto dei titoli di Stato da parte delle banche a scatenare la crisi del debito sovrano. Anzi, gli istituti hanno tenuto in piedi la baracca nei momenti di peggiore fibrillazione, quando nel 2011-2012 gli investitori scappavano in massa dai nostri titoli pubblici.

Nel mondo circolano quasi 1.900 miliardi di bond italiani. E nel frattempo, con il Qe della Bce, i privati, comunque, stanno già fuggendo dai buoni della Penisola (-72 miliardi dal febbraio 2015 al gennaio 2016). Anche la quota posseduta dagli istituti è calata leggermente, mentre sta salendo la quantità di titoli del Tesoro nel portafoglio dell’Eurosistema e della nostra banca centrale. Via Nazionale ne ha in pancia adesso per 122 miliardi di euro contro i 35 appena di fine 2014. Senza considerare che la Germania non sarebbe moralmente autorizzata a imporre regole agli altri sul fronte bancario, è il ragionamento che si fa in area mediterranea, considerando che Berlino ha utilizzato quasi 250 miliardi per salvare le proprie banche traballanti, mentre la Francia meno di 27 miliardi e l’Italia appena 8 miliardi di euro. E anzi, l’Italia cerca di rilanciare la palla in campo tedesco, chiedendo di valutare, in sede di Asset quality review (i controlli periodici della vigilanza unica sulla qualità dei cespiti e i bilanci bancari), in modo più severo il leverage e gli investimenti in finanza speculativa e derivati. Se cambiassero i parametri, colossi tedeschi come Deutsche Bank si troverebbero subito nei guai, mentre gli istituti italiani ne uscirebbero a testa alta. Perché la finanza strutturata, dice Roma, deve essere considerata più sicura di un prestito a un’impresa o di un bond statale? Peraltro, i titoli sovrani sono ‘risk free’ rispetto al capitale primario delle banche, ma non quando gli istituti li usano come collaterale di garanzia per ottenere finanziamenti ordinari dalla Bce.

Certo, se proprio gli intermediari devono vendere bond pubblici, ragionano in Germania, meglio ora che c’è il quantitative easing di Francoforte in azione e una banca centrale che può acquistarne in quantità, tenendo schiacciati i tassi. Tuttavia, il rischio è comunque alto perché le banche non hanno sicuri sbocchi alternativi di impiego: l’economia reale non riparte, la domanda, i consumi e soprattutto gli investimenti languono. Insomma, il cavallo non beve e il titolo di Stato, seppure siamo lontani dalla pacchia dei super-rendimenti del 2011-2012, continua a essere un porto sicuro. Iniziare a dismetterne in massa potrebbe rappresentare un problema serio, proprio nel momento in cui tutte le istituzioni, dalla Commissione Ue alla Bce, passando per l’EBA (European Banking Authority) cercano di rafforzare la fiducia nel sistema bancario contro la volatilità dei titoli e l’assottigliamento dei margini. Insomma, il momento non è quello giusto. Eppure i tedeschi non mollano la presa e il fronte mediterraneo cerca di organizzare un’opposizione convinta. La battaglia, c’è da giurarci, è solo all’inizio.

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