martedì, Luglio 27

Banche e titoli di stato: lotta Germania-Italia

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Dietro alla cortina tecnica delle formule e dei calcoli si nasconde l’ennesimo scontro politico tra Paesi in seno alla Ue. Da una parte, manco a dirlo, la Germania e i falchi del Nord. Dall’altra, un abbozzo di asse mediterraneo, con l’Italia in testa. Tema della disputa, apparentemente esoterico ma in realtà importantissimo per la vita di tutti, a partire da cittadini e imprese: la valutazione della rischiosità dei titoli di Stato nei bilanci delle banche. Oggi, malgrado la tempesta dei debiti sovrani scatenatasi a partire dal 2010, i bond dei governi sono ‘risk free’ nei bilanci bancari. In pratica, detenerli non comporta per gli istituti la necessità di accantonare capitale (assorbimento) per fronteggiare un possibile default dell’emittente. Ora, però, Berlino vuole modificare questo stato di cose, sostenendo che bisogna separare i destini (e i rischi) degli Stati da quelli delle banche. E ponendo ciò come condizione essenziale per dare il via libera alla garanzia unica europea sui depositi, terza gamba ed elemento mancante per il completamento dell’Unione bancaria. Tuttavia, una modifica contabile di questa portata potrebbe rappresentare un infarto per un sistema economico come quello italiano. Vediamo perché.

Secondo uno studio Bankitalia, gli istituti bancari nostrani hanno oggi 270 miliardi di titoli pubblici (circa 200 di bond italiani), cui si aggiungono altri 280 miliardi in mano alle assicurazioni. Dunque, in totale, siamo vicini ai 500 miliardi di titoli di Stato italiani, ossia quasi un quarto dei circa 1.900 miliardi in circolazione (Italia tra i primi cinque emittenti al mondo). La formula che corrisponde ai desiderata tedeschi si potrebbe realizzare in due modi: assegnare un certo coefficiente di rischio ai titoli, legato al loro rating, che genera un certo assorbimento per gli intermediari; oppure determinare un tetto quantitativo al possesso di bond sovrani in relazione al capitale primario delle banche. Utilizzando questo secondo criterio, secondo Palazzo Koch, i nostri istituti potrebbero trovarsi costretti a dismettere addirittura fino a 100 miliardi di euro di titoli se la soglia massima di possesso fosse pari al 100% del Cet 1 (il capitale di vigilanza della banca). Se il tetto salisse al 200%, comunque le banche italiane dovrebbero cedere 33 miliardi di titoli.

Intesa San Paolo, il nostro intermediario più grande, si è già posto il problema e ha dimezzato i bond italiani in pancia da 60 a 30 miliardi. Tuttavia, una cascata di titoli statali di nuovo sul mercato avrebbe diversi effetti deleteri per il nostro Paese. Intanto, naturalmente, si creerebbe volatilità, crollerebbero i prezzi e salirebbero i rendimenti, con danni per il bilancio dello Stato che vedrebbe crescere di nuovo il costo del servizio del debito. Inoltre, l’imposizione della diversificazione costringerebbe molte banche ad acquistare bond ‘core’ (tipo quelli tedeschi) a rendimento negativo, comprimendo i margini degli istituti. Sempre la nostra banca centrale ci dice che se si stabilisse una ponderazione con assorbimento di capitale sui nostri titoli di Stato, basandosi sul merito di credito che essi hanno da parte delle agenzie di rating, nelle prime cinque banche italiane (Intesa, Unicredit, Mps, Banco Popolare e Ubi) il coefficiente di capitale primario Cet1 scenderebbe dall’11,9% al 10,7%.

Tutto il sistema bancario potrebbe aver bisogno di 10-20 miliardi di nuovo capitale, in una fase in cui la Popolare di Vicenza non riesce a raccogliere dal mercato nemmeno 1,5 miliardi e deve aggrapparsi al neonato fondo Atlante. Con un coefficiente di rischio uniforme per tutti i titoli pubblici del continente, andrebbe invece peggio alle banche tedesche che hanno una massa di 372 miliardi di titoli pubblici in pancia, benché i bund di Berlino godano di una tripla A (massima affidabilità del debitore sovrano).

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