lunedì, Ottobre 25

Ban Ki-moon esorta israeliani e palestinesi: 'Basta violenze'

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Visita a sorpresa per il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon in Israele e nei Territori occupati, con l’obiettivo di ridurre la tensione dopo le continue violenze nella regione che nelle ultime settimane hanno portato già ad 8 morti e oltre 40 feriti. «Serve un orizzonte politico per rompere questo ciclo di violenza e di paura», ha detto Ban Ki-moon in un videomessaggio rivolto a israeliani e palestinesi prima del suo arrivo. E rivolgendosi ai giovani palestinesi ha aggiunto: «Capisco la vostra frustrazione, so che le vostre speranze di pace si sono infrante innumerevoli volte, ma vi esorto a trasformarla in una voce forte ma pacifica per il cambiamento». Mentre al popolo israeliano, invece, ha detto di capire la loro preoccupazione per la sicurezza, ma che «le risposte dure da parte delle autorità e la demolizione delle case non portano a questo obiettivo». E ha esortato di «non permettere agli estremisti da entrambe le parti di usare la religione per alimentare ulteriormente il conflitto». Ban Ki-moon ha poi lanciato un appello alla leadership israeliana e palestinese affinchè venga arrestata la ‘pericolosa escalation di violenze’: «Se non agiamo rapidamente, la dinamica sul terreno potrà solo peggiorare», ha detto ai giornalisti al termine di un incontro a Gerusalemme con il presidente israeliano, Reuven Rivlin. «Non è troppo tardi per evitare una crisi più grande. Farò appello a tutti affinchè facciano sforzi concertati per limitare nuovi incidenti su entrambi i fronti. Non dobbiamo permettere che gli estremisti, o coloro che credono che la violenza sia la risposta, infiammino ancora di più il conflitto. Ciò che più manca è l’intenzione di restaurare un orizzonte politico e un processo politico che porti a risultati reali e alla pace. Per il futuro dei nostri figli dobbiamo allontanarci da questo pericoloso abisso, salvaguardare la soluzione dei due Stati e condurre il popolo di nuovo verso la via della pace».

Di oggi poi la notizia dell’arresto di uno dei leader di Hamas, Hassan Yussef, avvenuto in Cisgiordania. L’uomo, considerato tra i fondatori del movimento e più volte detenuto (l’ultima sua ‘uscita’ nel giugno scorso) è stato fermato nella sua casa di Beitunia, a sud-est di Ramallah all’alba durante un’operazione dei servizi segreti israeliani. Nel comunicato dell’esercito, l’accusa per Yussef è di aver incitato al terrorismo e di aver pubblicamente incoraggiato gli attacchi contro gli israeliani. «I leader di Hamas non possono pensare di far propaganda alla violenza ed al terrore standosene seduti nel loro salotto o dal pulpito delle loro moschee», ha aggiunto Peter Lerner, portavoce dell’esercito. In generale però la giornata non è stata per nulla tranquilla. Pugnalato un soldato israeliano nel villaggio palestinese di Beit Awa, a sud di Hebron: il soldato non è grave. Scontri sono stati segnalati a Hebron, dove la notte scorsa l’esercito israeliano ha demolito la casa di Maher al-Hashalmoun, un palestinese che un anno fa uccise un’israeliana in Cisgiordania, travolgendola con l’auto e poi pugnalandola. Sempre a Hebron è morto l’israeliano ferito gravemente dopo che l’auto su cui viaggiava era stata attaccata con un lancio di pietre nei pressi di Kiryat Arba. Vicino agli insediamenti ebraici di Gush Etzion invece un palestinese si è scagliato con la sua vettura contro alcune persone accanto a una fermata del bus: non essendo riuscito nel suo intento, è sceso dall’auto e ha accoltellato un soldato israeliano di 20 anni e un civile di 21, prima di venire ucciso. Ad essere ucciso poi dall’esercito israeliano palestinese lungo la linea di demarcazione della striscia Gaza.

Spostandoci in Siria, è allarme da parte dell’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), secondo cui nella regione di Latakia i raid russi hanno causato 45 tra morti e feriti, incluse donne e bambini. E il bilancio «è destinato a crescere a causa dei tanti dispersi sotto le macerie». Tra le vittime anche un comandante dei ribelli moderati che fanno parte dell’Esercito libero siriano. La zona colpita dai raid russi è quella montagnosa di Jabal al-Akrad, che risulta ancora sotto il controllo dei ribelli e da settimane teatro di duri scontri. E i civili ne pagano le conseguenze: almeno 70mila, secondo le ultime notizie, sono in fuga dalla regione di Aleppo. Intanto i media turchi, grazie ad alcune fonti riservate, affermano che la Nato sta discutendo una exit strategy per il presidente siriano Bashar al Assad che preveda il suo addio tra circa 6 mesi. «I lavori su un piano per la partenza di Assad sono in corso. Potrebbe restare sei mesi e noi lo accetteremmo perché‚ ci sarebbe una garanzia di una sua partenza. Siamo andati avanti su questo tema fino a un certo punto con gli Stati Uniti e altri alleati», spiegano le fonti turche, secondo cui il piano degli Usa sarà proposto nelle prossime ore alla Russia. Vladimir Putin avrebbe proprio parlato del ruolo di Assad in una ipotetica transizione proprio con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel corso della visita di quest’ultimo a Mosca il mese scorso. C’è poi da discutere sul futuro di Assad: secondo i media turchi, Mosca spingerebbe per un suo esilio, ma non sul suolo russo, per evitare ogni scontro con i Paesi occidentali.

Intanto gli Usa ricevono l’accusa dell’ex presidente afghano Hamid Karzai, secondo cui Washington non è interessata a vincere la guerra contro il terrorismo in Afghanistan, nonostante la loro presenza in 14 anni di combattimenti. In una intervista all’emittente russa Russia Today (Rt), riferisce l’agenzia di stampa Pajhwok, l’ex capo dello Stato ha constatato che oggi ci sono più movimenti radicali di prima sia in Afghanistan sia nell’intera regione: «E’ per questo che da tempo ho chiesto insistentemente un ripensamento della strategia di lotta al terrorismo. Questo per analizzare se l’impegno sviluppato contro i terroristi è un fallimento o se c’è qualche questione più profonda qui che ancora non conosciamo o non capiamo». E lancia l’appello a Usa e Nato a coinvolgere nelle discussioni le principali potenze della regione come Russia, Cina e India.

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