lunedì, Giugno 14

Bambini che devono vivere e bambini che non hanno vissuto Eitan e le ‘bambine’ del Mediterraneo sono tutti esseri umani, tutti da salvare e far vivere. Amandoli tutti. Si chiama umanità

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I can’t breathe (sussurrava il cittadino americano ma di pelle nera George Floyd al poliziotto squadrista Derek Chauvin il 25 maggio 2020 che lo ha ucciso volontariamente per soffocamento a Minneapolis con un ginocchio sul suo collo per 8 minuti e 46 sec. Poliziotto con ottime referenze, negli anni scorsi aveva sparato alla pancia di una ventiduenne ammazzandola. Ad oggi è sospeso ma libero dopo aver pagato 1 milione! di dollari di cauzione… Questa è l’America in apparenza democratica, che criminalizza da 400 anni gli umani neri, dalla schiavitù alla segregazione razziale)

Scrivo oggi 25 maggio triste anniversario dell’omicidio di George Floyd da parte di un ennesimo poliziotto violento, stavolta si spera non impunito andato a processo beccandosi tre condanne da confermare, perfetto esempio di servo obbediente di un sistema razzista che uccide più afroamericani ed altre minoranze. Da sempre. Dato strutturale e costitutivo del sistema di controllo sociale in quel paese portato ad esempio da tanti quale campione di non si sa quale democrazia. Oggi, un anno fa ma in condizioni diverse. Difatti mentre l’ex Presidente fascista è sotto indagine dalla Procura di New York e viene indagato per traffici fiscali illegali, dichiarazioni dei redditi sospette, mica come da noi, e molto altro, per cui speriamo conosca le patrie galere americane, ma non succederà, la comunità afro è invitata dal Presidente Biden alla Casa Bianca con la speranza che cambino le regole d’ingaggio della polizia. Vedremo se si passerà dalla retorica ai fatti.

Espunta questa questione mi imbatto in due foto e lì mi è scattato qualcosa. Ansia, impotenza, senso di smarrimento, perplessità. Una è di un bambino di 5 anni con tratti oscurati per via di una grottesca legge a protezione dei minori, in mezzo a due giovani genitori sorridenti. Anche il piccolo sorride, si chiama Eitan. L’altra foto invece è la gelida ratifica di un atto a noi sconosciuto accaduto non sappiamo quando e vede riversa sulla sabbia una bambina forse di pari età con Eitan. Però di lei possiamo solo dire che è una bambina, non ha un’identità, dunque non ‘è’, perché non ha un nome come il primo, e se un nome non c’è dunque è solo un corpo ed un viso contratti dal rigormortis che forse avrà riso nella sua breve vita. Lui è ancora tenacemente tra noi, i vivi, lotta in un ospedale, unico inconsapevole superstite di un drammatico non casuale crollo di una cabinovia in un bellissimo territorio italiano di montagna su un lago che ha ucciso 14 persone, fino all’impatto violento contro gli alberi, di turisti provenienti da ovunque. È di queste ore la confessione di tre cinici criminali che hanno confessato di aver, per la procuratrice di Verbania Olimpia Bossi, deciso consapevolmente di manomettere i freni di emergenza dell’impianto, lasciando il forchettone sui freni anche durante le corse, per evitare continui blocchi dovuti a un malfunzionamento. Un atto di volontà. Non ci sono adeguate parole se non per dire che non vi è alcuna giustificazione per sanare 14 morti. Sarà per arricchirsi o per indifferenza, o non congruità tra atti e suoi effetti,certo che il fine è quasi sempre sfuggire regole e controlli. E non si può tacere allora come in queste ore qualche mano più o meno cinica e criminale, in fatto simile a quelli della cabinovia, voleva far passare nel Decreto Semplificazioni, lo dice la parola!, la cancellazione di procedure di sicurezza per lavori e gare al massimissimoribasso con sub appalti di sub appalti. In un paese dove regole, sicurezza, controlli dello Stato e Regioni, ah le Regioni…, fanno morti e devastazioni. Perché così, per i para qualcosa confindustriali ed amicizie politiche varie, con accozzaglie di sub-appaltatori, corruttori, la ripresa economica si sveltisce!

Questo il clima, questo il paese, ora e dopo i fiumi di miliardi che ci si mangerà. Storia antica, oggi l’unica cosa che pare conti… Denaro contro vite, come i dibattiti stucchevoli sulla pandemia, apriamo rischiando o chiudiamo morendo? Per molti una necessità tragica, per altri solo un tenore di vita inferiore ma vivi. Invece per denaro, sicurezza, tranquillità, si preferisce fregarsene pur di incassare denaro, rischiando però un virus che uccide. Come tantissimi. Ah già come una normale influenza, per no vax o candidi à la Voltaire, che straparlano di libertà, la propria, non quella insieme ad altri. E questi tre come tanti, troppi mandano a morire storie e vite sconosciute, altri anonimi di altri, insieme per caso in un giorno della vita. Il loro ultimo giorno. Meglio non conoscere la linea d’ombra finale, altrimenti non vivremmo più paralizzati dal quanto vivere. Intanto, primum vivere

L’altra, la ‘bambina’ non è più, è stata, era viva, dove come con chi forse non lo sapremo mai. Forse giocava anche lei come il piccolo in rianimazione. Il piccolo Eitan è già nell’effluvio retorico che sovrasta gli umani quanto maggiore appare la tragica causalità, l’imponderabile morire. Il titolo carico di enfasi è infatti Eitan, il bambino figlio di tutti”. Figlio di tutti? E perché? Ecco è questo titolo più che altri che mi ha dato in pochi minuti la motivazione per scriverne benché dinanzi ad eventi simili la mia posizione è in genere di silenzio. Le parole che in queste situazioni si usano non tanto per dire cose nuove, ponderate, quanto per mascherare un attonito perché. Il trasporto compassionevole d’amore adulto, di qualsiasi genere, s’impossessa di noi, ma non di tutti, è fatto per accalorare il cuore, perché dinanzi ad un improvviso, imponderabile evento l’unica condizione sopportabile per una collettività è provare a temperare il lutto in un rituale antico che unisca la comunità nell’accollarsi ognuno il proprio piccolo segmento di peso. Per frazionare un dolore il cui sgomento è pari al clamore dell’accadimento. E dunque tutti lì chi a pregare, chi a sperare, auspicare, tentare di pensare, crederci, volerlo con tutto l’afflato di un’impotenza che vuol contribuire per forze misteriose a salvarlo, per un bimbo inconsapevolmente orfano che lotta come si dice per vivere. Ed un domani saprà che aveva dei genitori.

L’altra invece, ‘bambina’, questo il suo nome, non sappiamo chi fosse, se una famiglia l’aveva avuta, da dove veniva, dove viveva, se aveva riso, corso giocato con altri bambini, vestiti con fogge in luoghi ed idiomi diversi. L’attenzione che le prestiamo si avvicina ad una sorta di dovuto burocratico atto d’addio, trovata su una spiaggia lì a Zuwara, e dove si trova, ma sono simili a noi da quelle parti? E perché ci dovremmo scaldare più di tanto per lei ed altri bambini, “lasciati su una spiaggia per tre giorni”, recita il freddo titolo, mica sono i bambini di tutti, titoli fianco a fianco dello stesso quotidiano, ‘la Repubblica’. Con il primo titolo siamo tutti emozionati e partecipi, e perché, per il motivo che cerchiamo una chiave di elaborazione del dolore. Con il secondo invece, o forse per qualcuno si spera altrettanto, le bimbe, erano più d’una, sono esposte al vento mare pioggia, sole, come il piccolo Ailan, ricordate? Ormai finito nella sua vita non ancora fiorita ma già sfiorita deturpata dalla fuga, dagli stenti lì su una spiaggia. L’incipit su Eitan è dolce, appassionato, è “la dolcezza infinita di un bambino che dorme. Il suo mistero e la sua lontananza. Le ciglia, il respiro, le guance di pesca. Eitan dorme, il bambino più solo al mondo eppure il meno solo.. il figlio di tutti”. Ti strazia e ti commuovi, magari ti emozioni. I bambini morti non possono avere le stesse parole, sarà per la firma diversa, chissà, ma sono “corpi di bambini morti, restituiti dal mare e abbandonati da giorni su una spiaggia libica, quella di Zuwara” un freddo comunicato, non hanno le guance di pesca, no sono terree di morte e come dicono i soccorritori di Open Arms “non importa a nessuno” le loro morti. Non certo ai destri Salvini e Meloni con i loro accoliti odiatori che gliene diranno che se lo meritano, gliela vogliono far pagare, anzi, in un ribaltamento della realtà, additando le Ong come responsabili! delle loro morti per averli ingannati pensando di volerli salvare, un abominio di questa gente che odia dalla nascita, forse cresciuti bullizzati, o solo cinici politici che speculano.

Da parte di odiatori contro negri, migranti, ebrei, tutti insomma, ma sicuramente inteneriti come per il piccolo Eitan che merita, ma non certo per ignoti piccoli che in fondo se la sono cercataperché dovevano rimanersene a casa loro. Che vogliono adesso, che li piangiamo? Ma chi se ne frega…. Buonisti noi? Un ca..zo, disumani loro. Quelle foto sono arrivate nel giorno in cui il Consiglio europeo, spinto da Draghi, doveva decidere se mettere all’ordine del giorno del prossimo summit di fine giugno il dossier sui migranti. Non mi risulta che qualcuno si sia poi un poco intenerito. Molti con figli a casa. I loro, protetti e sicuri. Veti, contrapposizioni, indifferenza, lontananza dai luoghi di sbarco, insomma sono anni, decenni che questi inutili europei non decidono. Draghi cerca di far inserire il patto per le migrazioni e l’asilo “senza tentennamenti e dilazioni” per il prossimo Consiglio del 24 e 25 giugno. Ma Francia e Germania traccheggiano, né pare si siano molto impegnati sul tema. Tanto sono solo gli ultimi, brutti, sporchi e laceri, con bambini che muoiono, mica tutti possono vivere. Intanto siamo tutti in ansia con varia commozione ed emozioni esposte per Eitan. Speriamo almeno lui ce la faccia a vivere. Le altre, le ‘bambine’ hanno già finito ciò che stava appena per cominciare.

Per me e per fortuna molti altri Eitan e le ‘bambine’ sono tutti esseri umani, tutti da salvare e far vivere. Amandoli tutti. Si chiama umanità, che non è di tutti. Ma queste sono le dure regole degli umani, non della vita. Intanto chi espone la propria fede in modo volgare tra rosari e croci, vedi Salvini e Meloni, aizza le folle perché la morte, come la vita, non deve essere uguale per tutti. Non lo è la legge, figuriamoci il resto.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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